Aboliamo il ministro, non la Pubblica Istruzione

1998 - MARCELLO VENEZIANI


Chi glielo spiega agli studenti scesi in piazza contro il finanziamento alle scuole private che su accordi come questo si regge il primo governo a guida ex comunista e il consenso di popolari, udierrini e vescovi?


Chi glielo spiega agli occupanti delle scuole che il loro nemico  principale è oggi il compromesso storico tra due forze estranee al senso nazionale, venute dal comunismo e dal clericalismo, e che hanno sempre considerato la scuola strumentale ad altro, clientelismo o propaganda?


E chi glielo spiega ai giovani manifestanti sotto il balcone di Palazzo Venezia che possono rimproverare tutto al regime fascista meno che di non avere difeso e potenziato la scuola statale e l’istruzione pubblica?


Nessuno glielo spiega e perciò la scuola pubblica è oggi infognata e declassata. Il finanziamento agli istituti privati non c’entra un tubo e incide minimamente sul tracollo della pubblica istruzione.

C’è voluto un governo guidato da un togliattiano e un ministro venuto dal comunismo per compiere quel che i governi e i ministri democristiani non avevano mai osato compiere per le scuole religiose. Ma non solo, lo fanno con un’ambiguità disgustosa, un giorno assicurando cattolici e scuole private che li metteranno sullo stesso piano delle pubbliche; il giorno dopo assicurando laici e studenti che non c’è nessuna parificazione.


E appena sente aria di protesta studentesca, il cardinal Martini si rifà la tintura rossa ai capelli e si mette a elogiare il Sessantotto, ricordando che in fondo nacque dalla Chiesa conciliare: in effetti le scuole religiose dovrebbero accendere un cero al ’68 perché sfasciò la scuola pubblica e dunque favorì quelle religiose; infatti non pochi figli di sessantottini vanno a scuola dai barnabiti e affini, se non addirittura nei collegi chic.

Confesso: sono un difensore della scuola pubblica, provengo da una famiglia di presidi e docenti nei licei pubblici e ho mandato i miei figli alla scuola pubblica. Nonostante tutto.  Credo che una Nazione degna di tal nome debba educare, e non solo istruire, i suoi figli a principi condivisi, valori comunitari e criteri comuni. Credo in una scuola aperta a tutti ma rigorosamente selettiva; ovvero il contrario di quella che ci lasciò il Sessantotto.

Considero le scuole private decisamente migliori o decisamente peggiori delle scuole pubbliche, quasi mai equivalenti. Ci sono infatti quelle con un personale scadente che servono per aggirare le difficoltà e ottenere facilmente i diplomi; e ci sono quelle che servono per dare una formazione scolastica seria e alternativa al caos delle statali.


Non mi dispiace che esistano e, a volte, davanti alla bassa qualità della scuola pubblica e al dominio ideologico sinistrese antifascista, sarei tentato di dire: facciamo la nostra secessione, meglio la scuola dei barnabiti e delle suore. Però – almeno per ora- mi trattengo, considero la secessione comunque un male, un imbarbarimento della società, anzi la fine di un’idea comune di Nazione. E allora resisto e rilancio la scommessa sulle statali.

La mia idea sul finanziamento pubblico delle scuole private è uguale a quella di Montanelli e di molti studenti: è un non senso la scuola privata finanziata con i soldi pubblici. Mi spiace per i cattoliberisti. Non una lira alla scuola privata. Ma sarebbe giusta la detrazione fiscale per le spese di istruzione e dei libri scolastici, relative sia a scuole private che pubbliche, senza sperequazioni.


Naturalmente graduando le detrazioni, al lordo e al netto, sulla base del reddito. L’idea di dare un bonus alle famiglie da spendersi nella scuola che preferiscono, riduce la Nazione a una Upim. E destina la scuola pubblica al collasso. Mettiamo infatti che un milione di ragazzi scelga le private, magari solo perché sono più vicine a casa, sono più indulgenti o ci va l’amico: che ne facciamo dei professori in eccedenza nella scuola pubblica, li mandiamo al macero o paghiamo l’istruzione al doppio, mantenendo questi e quelli?

So che il polo si è accodato ai catto-liberisti, dimenticando che se in Italia avevamo un’istruzione pubblica decente e anche un senso nazionale, lo dovevamo soprattutto alla sensibilità di ministri e politici di destra, liberale e nazionale, conservatori o fascisti: la lista è lunga e comprende tanti esponenti della destra storica, oltre a ministri come Casati, Croce, Gentile, Bottai, Valitutti.


La scuola è stata sfasciata da quella viziosa piramide con vertici democristiani e base sinistrorse che l’hanno occupata per decenni, degradandola progressivamente. E anche tra loro era da distinguere tra ministri cattolici e professori di sinistra con un residuo senso pubblico, educativo e nazionale; e ministri e professori oscillanti tra paraculismo e faziosità, tra vigliaccheria e ignoranza. Oggi ci troviamo una scuola che non forma, non seleziona, non educa, succuba della demagogia, della tivù e della deculturazione nazionale.


Con professori frustrati che sanno poco, danno pochissimo e ricevono ancora meno (circolo vizioso), precipitati nella scala sociale e nella considerazione degli alunni. Naturalmente parlo di media generale, so che ci sono minoranze di qualità che valgono il doppio in un clima del genere. Ma c’è pure impossibilità di rinnovare i ranghi e formare selettivamente nuove leve perché i posti sono tutti occupati; e con il calo demografico non si annuncia un futuro migliore. Così vediamo le scuole con biblioteche morte, aule degradate e perfino bidelli ornamentali, del tutto superflui (non fanno più pulizia, né altro; sono portatori sani d’istruzione, sono tappezzeria o alieni per una scuola paranormale).

Certo, a questo punto la tentazione è affossare definitivamente l’istruzione pubblica e rifugiarsi nella privata; accettando l’idea di un nuovo Medioevo, fatto di cittadelle autarchiche e rifugi nei monasteri. È un’idea estrema e a volte fascinosa; ma non è meglio prima di bruciare la città, e abbandonarla, tentare di rianimarla? È più facile abbattere che rivitalizzare, ma una volta distrutta non sarà facile rifondare qualcosa di equivalente. È più giusto riprovarci, è più umano, anche per rispetto dei padri che la costruirono e dei figli condannati a bivaccare tra le sue rovine…

Semmai, suggerirei di riprendere una “modesta proposta” che lanciò Prezzolini ventiquattro anni fa: vogliamo non la scuola pubblica – come pensavano già tanti anni fa Papini e Giuliotti - ma il ministero della Pubblica Istruzione. Fa più danni che vantaggi, ogni sua circolare è una pernacchia alla scuola, i suoi interventi oscillano tra demagogia e ideologia, le sue gaffe si sprecano (l’ultima di Berlinguer: ha predatato con ripetuta convinzione le leggi razziali al 1928).


Meglio un generico ministero della Cultura, con un settore scuola guidato da una sua direzione generale e un gran consiglio di esperti, piuttosto che avere al vertice uno Scolarca inutile, anzi modesto, che fa da garante alla partitocrazia e agli inciuci tra il diavolo e l’acqua santa. Più che privatizzare le scuole, suggerirei per ora di privatizzare il ministero della Pubblica Istruzione.

Da Il Borghese 47/1998


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