Folgorante e sintetico. L'umorismo è nello stile

Stenio Solinas - Dom, 09/08/2015 IL GIORNALE

Un genio o un pazzo? Questa domanda accompagnò la vita dello scrittore. Troppo fuori dagli schemi per essere apprezzato se non con colpevole ritardo


L e cose andarono più o meno così. Presa la maturità classica, il ragazzo cominciò a bazzicare i giornali: correttore di bozze, segreteria di redazione, cose e luoghi così. Siccome combinava pasticci, la distruzione dell'archivio che avrebbe dovuto riordinare, ma era figlio del redattore capo, fu spostato in cronaca a fare «le brevi».


Un giorno, dal cestino della carta straccia recuperò la notizia di una vedova, alla fine morta sulla tomba del marito, oggetto di visite quotidiane. La riscrisse, la mise in pagina, la titolò. Il capocronista rilesse il tutto: «O è un pazzo, o è un genio» disse. Il titolo era: «Tanto va la gatta al lardo», il geniale pazzo si chiamava Achille Campanile.


A lasciare interdetti, Campanile aveva cominciato fin da piccolo. La sua data di nascita è tutt'ora incerta: lui indicava il 1900, l'Anagrafe di Roma l'ha sempre negato, ci sono dizionari letterari che oscillano dal 1899 al 1894... Neonato, non apriva bocca nemmeno per piangere, tanto che il medico ordinò una cura di sculaccioni per obbligarlo alle lacrime e stimolarne così le corde vocali. Il padre e la madre si erano convinti che fosse muto, finché una sera, in braccio alla balia che dalla finestra del salone osservava una festa in piazza, aprì la bocca e fece «bee!». In casa scoppiò il finimondo: «Ha parlato, ha parlato!» gridavano i genitori, i parenti vari e l'annessa servitù. «Ho molti anni dopo pronunciato conferenze in teatri affollati, persino in America» dirà Campanile: «Ma non ho mai più avuto un simile trionfo con una sillaba sola».


A scuola, il geniale pazzo non si smentì. Undicenne, in prima ginnasiale al Mamiani di Roma, concepì una tragedia in cinque atti, Rosmunda , che faceva il verso all'omonimo lavoro di Sem Benelli, il celebre e un po' trombonesco autore di La cena delle beffe . Eccone una scena: «Alboino: “Bevi Rosmunda/nel teschio tondo/di tuo papà/re Cunimondo”. Rosmunda: “Caro Alboino/bere non posso/tutto quel vino/ dentro quell'osso”. Alboino: “A far bisboccia/sì, non ti va/nella capoccia del tuo papà?”. Rosmunda: “Ecco fatto il voler vostro/brutto mostro/ Oggi bevuto ho/dentro il paterno vaso/domani mangerò/di mio marito il naso”». Si capisce come tra i compagni di scuola la tragedia riscuotesse il massimo dell'entusiasmo.


Da allora, e fino alla morte, i lavori teatrali da lui scritti saranno oltre duemilacinquecento, una decina in tre atti, una cinquantina in un atto, circa duemila in due sole battute, il suo marchio di fabbrica. Nel 1925, al Teatro Margherita, tenne a battesimo il nuovo genere con Colazione all'aperto . In scena, un poveraccio si prepara con cura morbosa un panino, seduto su una panchina pubblica. Al momento di addentarlo, educatamente chiede allo sconosciuto che, sulla stessa panchina, sta leggendo il giornale: «Vuol favorire?». L'altro abbassa il giornale, lo guarda, dice «Grazie», afferra il panino, se lo mangia in un boccone e... cala il sipario. «Il mio primo lavoro fu rappresentato per molte sere davanti a grandi folle» scriverà Campanile in Autoritratto , «senza che nessuno lo vedesse né l'udisse». Il pubblico non faceva a tempo a mettersi seduto che lo spettacolo era già finito...


Cinque anni dopo, la prima di L'amore fa questo e altro , una commedia questa volta in tre atti, al Manzoni di Milano, allora il più importante teatro italiano, finisce nel caos. Ammiratori e denigratori urlano fra loro già dalla quarta battuta. In sala sono presenti Pirandello e Nicodemi, il gotha del teatro-teatro, e con ostentazione gli spettatori contrari a Campanile prendono a battere le mani al loro indirizzo. I due, per quanto imbarazzati, si alzano e ringraziano. Campanile avanza sulla scena: «L'autore sono io» proclama. Il teatro viene giù dal ridere. Da notare che in L'amore fa questo e altro , Campanile recitava anche, nella parte di un bandito che suona la fisarmonica e finisce ghigliottinato. «Parte difficilissima, poiché non tanto la decapitazione quanto il suonare la fisarmonica era per me una vera tortura. Si potrebbe dire che piuttosto di suonare la fisarmonica mi sarei fatto tagliare la testa».


Persino il matrimonio fa parte della genialità pazza di Campanile, sembra uscito da un suo romanzo, più che dalla vita. Piccolo e grassottello, aveva sposato un'indossatrice alta e magra, Maria Rosa Lisa. A lei piaceva la mondanità, aveva in odio la vita domestica, preferiva gli alberghi agli appartamenti. Durò tre anni, poi un bel giorno Achille uscì dall'hotel che gli faceva da casa, fu raggiunto all'angolo della strada dai camerieri con le due valigette piene delle sue carte di lavoro, le prese e scomparve. Cause e procedimenti legali lo perseguiteranno per i successivi trentasette anni, fino cioè alla morte. «È stata una tragedia per me incontrare un umorista» dirà Maria Rosa informata del decesso.


Famoso già a venticinque anni, Campanile ebbe sempre i lettori dalla sua, con i critici a ruota, ovvero a successo avvenuto, e a intermittenza, vale a dire sull'onda di fattori esterni: un riconoscimento letterario, un nuovo libro che faceva il tutto esaurito. Dagli anni Venti-Trenta dei suoi esordi e del consolidamento della sua fama, Se la luna mi porta fortuna , Agosto moglie mia non ti conosco , si dovrà arrivare agli anni Settanta di Manuale di conversazione , premio Viareggio 1973, perché ci si decida a considerarlo «un classico» del Novecento. Spiegare la comicità e/o l'umorismo non è semplice e si corre il rischio di finire in uno dei soliti equivoci campanileschi, come quelli di Ma cosa è questo amore? , in cui c'era sempre un personaggio che si alzava per contraddire il racconto di un altro. «“Signore, quel tale ero io”. “Era lei?” “Ero io. Però” aggiunse subito “la cosa non andò precisamente come ella ha narrato. Anzitutto, il fatto non avvenne a Perugia, ma nelle vicinanze di Roma.


Poi non si trattava di un albergo, ma di un bosco. In terzo luogo, è completamente inventato il particolare del pellirossa”»... Era lui, ma non era lui, così come l'umorismo di Campanile è surreale, ma non è surreale, è assurdo, ma non è assurdo, è futurista, ma non è futurista, è sperimentale, ma non è sperimentale... E se fosse comicità allo stato puro, a sé, un'arte e nient'altro?


Prendiamo un raccontino come La quercia del Tasso .


Sul Gianicolo, a Roma, una lapide ricorda l'antico tronco d'albero sotto cui l'autore di La Gerusalemme liberata andava a sedersi. Ma, spiega placido Campanile, in passato lì «c'era anche un'altra quercia che ospitava un animaletto del genere dei plantigradi, un tasso, insomma, e i tassi albergavano anche nella quercia di Torquato Tasso. Inoltre c'era anche una poverina con un occhio storto, dedita al poeta e chiamata quindi la guercia del Tasso, che però aveva anche lei la sua quercia di riferimento... Ricapitolando, c'era la quercia della guercia del Tasso; mentre quella del Tasso era detta la quercia del Tasso della guercia. Qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso. Poi, sapete come è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia e, quando lui si metteva sotto l'albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia. Ora, voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi. Viveva, E lo chiamavano il tasso della quercia della guercia del Tasso, mentre l'albero era detto la quercia del tasso della guercia del Tasso e lei la guercia del Tasso della quercia del tasso»...


Come si vede, torniamo da dove siamo partiti. Un pazzo o un genio? Più semplicemente, è Achille Campanile.



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