La Cina cade ancora. E il Pil Usa ormai sembra i conti della Parmalat

Di Mauro Bottarelli , il 31 luglio 2015



Unicorni come se piovesse nella giornata di ieri. E pensare che nella notte tutto sembrava andare nel verso giusto, come ci mostra questo grafico,



visto che il margin debt allo Shanghai Composite era sceso ai minimi da quattro mesi. Insomma, la bolla leverage cominciava a sgonfiarsi. In apertura sia il Composite che il CSI-300 erano dati a -0,4%, nulla di preoccupante ma a mezz’ora dalla chiusura delle contrattazioni, boom!



Shanghai chiudeva a -2,2%, vicino ai minimi di giornata e con lui gli altri indici cinesi. Perché quella vendita di massa a ridosso della chiusura, ovvero quando di solito il governo interviene attraverso il brokeraggio di Stato per comprare con il badile?


Semplice, le banche cinesi avevano cominciato a controllare la loro esposizione reale al mercato azionario attraverso prodotti di gestione del risparmio e prestiti legati a titoli come collaterale. Insomma, si vende e si cerca di prendere profitto in fretta, prima che le porte di uscita già minuscole diventino tane per topi. Ad occhio, i regolatori dovranno spingere ancora un po’ sull’acceleratore del sostegno al mercato e qualche centinaio di migliaia di cinesi dovrà perdere tutto prima che la situazione si stabilizzi.


Archiviata la Cina, due notizie hanno segnato la giornata. Il “no” dell’FMI alla partecipazione al terzo salvataggio della Grecia, poiché il suo debito insostenibile rende Atene un soggetto che non può beneficiare dei fondi di Washington e il dato del Pil Usa per il secondo trimestre. Ancora una volta il GDPNow della Fed di Atlanta ci ha preso, visto che la lettura ufficiale del 2,3% era inferiore solo di uno 0,1% rispetto alla previsione del tracciatore in tempo reale, mentre il consensus di Wall Street era al 2,5%. Come al solito, la parte più interessante della questione era quella delle revisioni,

soprattutto quelle legate ai mesi invernali durante i quali la Fed giustificava tutto con il concetto chiave di “harsh winter”.


Sia il primo trimestre 2014 che quello di quest’anno sono stati infatti rivisti al rialzo, il primo passando da -2,1% a -0,9%, mentre il secondo da -0,2% a +0,6%. Ma siccome il diavolo sta nei dettagli, a uno viene da chiedersi come sia possibile che il Pil rivisto del primo trimestre di quest’anno sia salito dello 0,8% in termini assoluti, quando nello stesso periodo le spese per consumi personali, voce che rappresenta il 70% dell’economia Usa, sono scese dall’1,4% all’1,2%. Saranno gli unicorni? No, i Fausto Tonna del BEA statunitense in servizio permanente ed effettivo, i quali come ci mostra il grafico



hanno alzato il dato della componente CapEx del primo trimestre da -0,1% a +0,6%, utilizzando poi in maniera ancora più aggressiva come driver del Pil le scorte di magazzino, portate da +0,5% a +0,9%. Peccato che il CapEx ci mostri questa figura a livello generale,



ovvero il livello più basso come contributo al Pil dal secondo trimestre del 2012! Il perché è presto detto, visto che la revisione al rialzo di ieri di fatto è già vanificata dal modesto +0,1% del secondo trimestre, con le aziende petrolifere che hanno tagliato con il machete le loro spese per investimenti fissi. Quindi, o il petrolio torna a salire e in fretta oppure la lettura CapEx del terzo trimestre sarà addirittura negativa. Discorso più o meno simile per le scorte di magazzino, visto che la ratio tra queste e le vendite è ormai oltre il livello del ridicolo anche per gli unicorni e che nel secondo trimestre 2015 il dato è cresciuto di 110 miliardi di dollari, dopo i 112,8 e i 78,2 miliardi dei due trimestri precedenti. O l’America è un enorme magazzino o nel terzo trimestre quel dato non potrà che scendere e di parecchio, così come il suo contributo artificiale al Pil.


Anzi, potrebbe diventare il catalizzatore della nuova recessione, visto che da quella terminata nel giugno 2009 l’economia Usa è cresciuta del 2,2% annuale fino alla fine del 2014, più di mezzo punto percentuale in meno di quanto non accadde durante il più debole ciclo espansionistico degli ultimi 70 anni, ovvero quello tra il 2001 e il 2007. Insomma, in sei anni di tassi a zero e liquidità a pioggia, l’economia Usa non è mai riuscita a rompere il pattern di crescita del 2%. Forse, c’è un problema. O almeno così sembrano dire questi due grafici,





i quali ci mostrano come l’indice Consumer Comfort di Bloomberg sia sceso ai minimi da 18 mesi e come il 70% degli americani reputi “negativo” lo stato dell’economia. In compenso, c’è un 1% di statunitensi per cui la situazione economica è “eccellente”: chi sa che lavoro fanno, a parte uno di loro che sta alla Casa Bianca? E per sintetizzare la situazione, vi lascio con la dichiarazione rilasciata ieri da uno che di mercati qualcosa capisce, Bill Gross. Ecco le sue parole: “Dite una preghierina. I bassi tassi di interesse non sono la cura, sono parte del problema. La politica della Fed ha reso possibile che una banda di corporations zombie o che diventeranno zombie in un futuro prossimo possano vagabondare senza meta nell’economia reale. La “distruzione creativa” di Schumpeter, il supposto cuore del progresso del capitalismo, è stata neutralizzata”. Preghiere e pop corn.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext