L'ANIMA NEI FONDALI DEL MEDITERRANEO (1)

MARCELLO VENEZIANI

DA "I SENSI DEL MARE"


Saggio di Marcello Veneziani sul mare ed i suoi profumi uscito in un volume a cura di Roberto Mordacci, edizioni Acqua dell'Elba


Nulla mi ha più formato, impregnato, istruito - o costruito – di quelle ore rubate allo studio, distratte in apparenza, ma votate nel profondo al culto inconscio di tre o quattro divinità incontestabili: il Mare, il Cielo, il Sole. Ritrovavo senza saperlo, non so quali stupori e quali esaltazioni primitive. Non vedo quale libro potrebbe valere, quale autore potrebbe creare in noi quegli stati di stupore fecondo, di contemplazione e di comunione che ho conosciuto nei miei primi anni. Meglio di qualunque lettura, meglio dei poeti, meglio dei filosofi, certi sguardi, lanciati senza pensiero definito né definibile, certe soste sui puri elementi della luce..”


Leggo in riva al mare le folgoranti Ispirazioni mediterranee di Paul Valéry. Risalgono al 1933 e sono un inno all'amor fati, cioè alla gratitudine di essere mediterranei: “Sono nato in uno di quei luoghi in cui avrei desiderato nascere”.


Leggo Valéry al sole, davanti al mare e al cielo, e ritrovo davanti il senso fluente e luminoso della mediterraneità. Nota Valéry che il pensiero nacque sulle rive del Mediterraneo perché qui sono riuniti tutti gli ingredienti sensibili, gli elementi e gli alimenti che lo generano: luce e spazio, libertà e ritmo, trasparenze e profondità.


Camus
E in sintonia con le condizioni naturali emergono gli attributi della conoscenza: chiarezza, profondità, vastità, misura... “Ispirazioni mediterranee” si intitola anche un altro libretto francese, di Jean Grenier, maestro di Albert Camus. Per Grenier il Mediterraneo è “uno spazio breve che suggerisce l’infinito”.


Camus coniò l'espressione pensiero meridiano di cui Franco Cassano è stato in Italia in anni più recenti un lucido teorico: è il pensiero che nasce sulle sponde mediterranee, che si nutre del sole e del mare e considera essenziale il genius loci.


Camus può definirsi un bigamo mediterraneo, metà di sponda algerina, metà di sponda francese. Il pensiero di Camus si radica nel paesaggio, nel sole, nel mare, nei colori del Mediterraneo. Pensiero meridiano fu la sua geofilosofia mediterranea: “il Mediterraneo, dove l'intelligenza è sorella della luce cruda”. Una filosofia profondamente meridionale, greca e latina, animata dal genius loci. Nella sua visione del mondo affiora il lucore dell'infanzia algerina e poi la luce abbagliante della Provenza, descritti nei suoi magnifici saggi solari dedicati all'estate e al ritorno.


Una passione speciale nutre Camus per l'Italia, vista come sintesi tra la sua terra nativa, l'Algeria (“la dolcezza di Algeri è piuttosto italiana”) e la sua terra d'elezione, la Provenza. L'Italia, scrive ne Il rovescio e il diritto, è la “terra fatta secondo la mia anima”.


Nella sua filosofia del paesaggio c'è un riferimento remoto, classico, ed uno vivente, prossimo. Il primo è Plotino, metafisico della bellezza e dell'Uno, venuto dall'Egitto a Roma, che per Camus “pensa d'artista, sente da filosofo...la sua ragione è vivente, piena, commovente come un mélange di acqua e di luce”, sul filo di una solitud ine innamorata del mondo e di una “squisita malinconia”.


Parlando di Plotino, Camus parla di se stesso. Il riferimento prossimo è invece ancora a Jean Grenier che fu suo insegnante e poi fu suo amico e che lo folgorò da ragazzo con i suoi scritti dedicati al mare, alle isole e all'ispirazione mediterranee, sulla scia di Paul Valéry.


Il maestro poi sopravvisse al discepolo e scrisse su Camus un tenero libro di ricordi. “Sceglieremo Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l'Azione lucida, la generosità dell'uomo che sa”, Camus tracciò sulle sponde mediterranee una filosofia dell'amore. “Se fossimo déi non conosceremmo l'amore” dice con Platone; ma “l'uomo - scrive nei Taccuini - si realizza solo nell'amore perché vi trova in forma folgorante l'immagine della propria condizione senza avvenire”.


Camus sottrae l'amore all'eternità e lo rende umano, cioè fugace. Il suo fascino è la sua precarietà, il suo tramontare, come l'Occidente. Il fascino geo-letterario di Camus è anche nell'atmosfera pomeridiana della siesta, la nostra meridionale controra, la metafisica del caldo, il ronzìo delle mosche e il sapore mediterraneo dell'anisette che diventa pastis in Provenza, ouzo in Grecia, l'Arak nel Medio Oriente, il Raki in Turchia, sambuca o mistrà in Italia, e poi Meletti, Varnelli, e il mitico Assenzio che ubriacò la letteratura maledetta dei postromantici...


Plotino
L'incanto del mare, la solitudine come sete d'eternità, gli dei che “parlano nel sole e nell'odore degli assenzi...”. La filosofia di Camus combacia col mito e soffia con il vento mediterraneo della vita.


Un vasto pensiero italico, dalla scuola pitagorica alla letteratura romana, dal pensiero rinascimentale a Vico, fino al secolo scorso, si ritrova nel grembo mediterraneo e costruisce una linea filosofic a, storia e letteraria profondamente ispirata dalla civiltà mediterranea.


Un filosofo tedesco di origine italiana, Romano Guardini, notava che la grande forza del pensiero mediterraneo è nell'unità tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile, tra Interiorità ed esteriorità, tra anima e corpo, tra chiuso ed aperto. Per Guardini, Dante è “uomo del Sud” e la più alta espressione della sensibilità mediterranea. In lui “ciò che è interiore diventa visibile, udibile, afferrabile con le mani.


Ovunque si passa direttamente dalla corporeità manifesta alliinteriorità dell'anima”. A vederlo nel mappamondo, il Mediterraneo è una culla situata al centro del pianeta. E al centro di questo bacino, di questa culla, c'è la penisola italiana e le sue isole. La centralità dell'Italia nel MediterraneO e del Mediterraneo nel mondo è davvero una realtà prima che un pensiero.Tre continenti si affacciano su questo balcone unico al mondo. La varietà è di casa nel Mediterraneo nei frutti come nelle civiltà. Come la mitezza del cli ma e il sapore d'anice.


Sul piano storico il Mediterraneo, si sa, è il bacino da cui si dipartirono le più significative civiltà, in cui presero corpo le religioni e le filosofie, i codici giuridici e i reggimenti politici, democrazia inclusa, le scoperte e le scienze che hanno pervaso il pianeta.


Giammai e in nessuna parte delmondo s'è potuto osservare in un'area così ristretta e in un così breve intervallo di tempo, un tale fermento di spiriti, una tale produzione di ricchezze” si legge in Valéry.


Ma oggi il Mediterraneo cos'è? Èil luogo dell'Europa tardiva, del meridione a rimorchio, dei Paesi indebitati, della Primavera Araba, della fratellanza islamica, del terrorismo, dei barconi di affamati. Questa l'immagine prevalente. Il Mediterraneo è oggi il mare della speranza e della tragedia, della civiltà e della barbarie che si incrociano, la cerniera che unisce e separa al tempo stesso, due mondi, il mondo nero e affamato del sud e il mondo lucente e benestante del nord.


Potrà mai immaginarsi un'Europa c ompiuta che rinneghi il Mediterraneo con le sue radici greche, romane, cristiane, oltre le contaminazioni arabe e giudaiche, turche e normanne? E potrà mai pensarsi l'integrazione europea come un puro adeguarsi al paradigma nordico, tecnico, finanziario, cancellando l'inevitabile dualità europea tra la civiltà mediterranea, cattolica e ortodossa, e la civiltà nordica, protestante e calvinista?


Si potrà mai pensare l'equilibrio europeo e globale senza tentare di armonizzare i tre continenti, le tre religion i e le culture madri che si affacciano nel Mediterraneo?


Oltre gli europei qui ci sono gli arabi, i turchi, gli egiziani, gli illirici e anche gli slavi del croato Pedrag Matvejevic, autore e fautore del Mediterraneo in alcune sue opere significative.


È curioso pensare che il più lucido fautore della Repubblica mediterranea sia stato il principale teorico della Lega e della Padania, Gianfranco Miglio. Rifacendosi a Carl Schmitt, e alla tradizione filosofico – giuridica italiana, Miglio ricordava che l'Italia, a differenza dei paesi nordici e protestanti, in cui vige il comando impersonale della legge, è un paese mediterraneo fondato sulla mediazione personale e comunitaria. Da qui l'idea di una repubblica mediterranea, basata su un rapporto fiduciario e dirett o tra popolo e leader.


Miglio riconosceva l’autonomia sovrana della politica e avversava il dominio delle oligarchie finanziarie e tecnocratiche. Che si debba cercare nei fondali del Mediterraneo la risposta alla crisi economica, alle speculazioni finanziarie e all'asservimento da debito?


Si deve proprio a Carl Schmitt la lucida ripartizione in Terra e Mare delle due differenti opzioni che caratterizzano la vita e la storia dei popoli, la loro indole e la loro mitologia. Le potenze marine e le potenze terrestri, il confine liquido e indefinito del mare e la frontiera ben delineata sulla terra, perfino i mostri del mare e della terra, metafore del potere, Behemoth e il Leviatano, i biblici mostri della terra e del mare...


L'Europa è un albero che dà frutti al nord, ma il tronco è italiano e le radici sono piantate nel Mediterraneo, da cui traggono linfa, luce e calore. Torno al geopensiero di Valéry, alla filosofia imbevuta di paesaggio e di mare, al suo occhio che “abbraccia insieme l’umano e l’inumano”, ai porti mediterranei che descrive animati da un solo personaggio, la Luce.


Quei porti dagli odori intensi che sono per lui un’enciclopedia o una sinfonia olfattiva; quel mare che per primo rende concepibile il possibile; quel pensiero che nasce dalla rarefazione del concreto, come un distillato della realtà, frutto soprannaturale della natura; quei puri elementi della luce che suggeriscono agli spiriti contemplativi le nozioni di infinito, di profondità, di universo; quel sole che introduce il modello di una potenza trascendente, di un signore unico; quell’uomo misura tutte le cose che nacque sulle sue sponde, qui diventa soggetto della polis e sviluppa come in nessun altro luogo il potere fascinoso della parola.


Qui l’essere sopravanza il fare, il fato torreggia sulla tecnica, le cose valgono più dei mercati finanziari, la vita reale dei popoli conta più degli assetti contabili, come drammaticamente emerge nelle convulsioni mediterranee che hanno colpito la Grecia, Cipro, la Turchia, che lambiscono l’Italia, la Francia e la Spagna, tormentarono i paesi slavi che si affacciano nel nostro bacino e più di recente dettero luogo sulla riva maghrebina del Mediterraneo alla Primavera Araba (fino all’orrore delle esecuzioni sulla riva del mare mediterraneo).


Ispirazioni mediterranee per un pensiero che non si arrende al primato tirannico dell’economia ma esige che l’economia torni al servizio della polis e non il suo contrario. L’Europa torni alle sue origini mediterranee che fu il suo grembo materno.


Più che radici, più giusto è parlare di matrici, che evocano la madre e il mare, al tempo stesso. Il viaggio in nave resta il viaggio per eccellenza perché più lento e più inesorabile, più antico e compreso tra i quattro punti cardinali dell’esistenza

vagante: il cielo, il mare, il sole, il vento. Viaggiando per mare si scorgono due tipi umani. Ci sono i viaggiatori di prua che amano guardare la nave che fende la verginità dell’ignoto, avanza in cerca di futuro e si eccitano del vento che narra sul loro volto degli invisibili approdi venturi.


E ci sono i viaggiatori di poppa, che amano invece vedere il tempo trascorso che disegna gorgoglii di schiuma, che via via si compongono fino a essere inghiottiti nel maestoso oblìo del mare. Gli occhi delle navi (e degli aerei) si chiamano oblò e in quella parola c’è la sorpresa accentata e insieme l’oblio, la meraviglia di una scoperta e la repentina scomparsa allo sguardo.


Così scorre nostalgicamente allo sguardo la vita andata, i paesaggi lasciati alle spalle, confusi ormai nell’oscurità della sera. Viaggiatori di poppa e viaggiatori di prua, due disposizioni d’animo che figurano distinte propensioni della mente a perdersi nel futuro e nel passato.


Si deve a Nietzsche la visione del mare come luogo in cui non conta l’origine ma il valore, in cui tutto è affidato alla destrezza e al coraggio, alla capacità creativa di barcamenarsi ed esplorare nuove terre, cercare nuovi approdi, dopo aver lasciato alle spalle la terra natia e il luogo sicuro, navigare nel mare oscuro senza punti di riferimento terreni. In alto mare. “Il mio conforto è che tutto ciò che è stato è eterno - il mare lo riporta di nuovo” scriveva Nietzsche cogliendo nel mare “l’ondeggiante ripetizione”, immagine fluente dell’eterno ritorno.


Il mare canta incessante la rapsodia del ritorno: di scomparse e ritorni è ritmato il suo moto. Il viaggio primordiale è quello compiuto nel mare perché il mare è il nostro primo aldilà, il nostro primo altro regno, il nostro più vicino infinito, a portata

di corpo; ma al tempo stesso è il liquido amniotico dell’universo, le sue acque placentali.



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