ARCHIVIO - NEWMAN (2)

2011 VITTORIO MESSORI

Soprattutto condannabili gli parevano le “esagerazioni mariane” (certe statue, certe processioni, certe invocazioni, certi racconti di prodigi) che non solo ferivano i suoi gusti da gentleman britannico, ma gli sembravano vere e proprie offese alla Vergine, che di certo non gradiva quel tipo di culto e di devozione.


Era dunque per amore di Maria, la “vera”, l’evangelica, che avrebbe voluto stroncare quelle che gli sembravano intollerabili “enormità” cattoliche. La Vergine, per lui, era sfregiata in doppio modo: con gli abusi della devozione e con la teologia che aveva costruito una “mariologia” abusiva, una sorta di escrescenza della fede primitiva perché senza sufficienti basi bibliche.


Lacerato dal dubbio, tentò una soluzione: cercò di mostrare – a sé e agli altri – che, sul piano dottrinale, anglicanesimo e cattolicesimo professavano la stessa fede, seppure con accentuazioni diverse. Pubblicò, quindi, un tract, un opuscolo, in cui si proponeva di mostrare che il Credo anglicano, espresso dai famosi “Trentanove articoli” della fine del Cinquecento, coincideva nel fondo col Credo cattolico così come espresso dal concilio di Trento. Ma questo era troppo persino per la tollerante High Church, l’ala più vicina al cattolicesimo e ben 42 vescovi condannarono quel suo tentativo. Insomma, non era possibile far convivere le due fedi come se fossero una sola, occorreva una scelta radicale.


Uomo di rigore e di esigente coscienza, incapace ormai di continuare il ministero anglicano e al contempo ancora reticente a bussare alle porte di Roma, Newman si dimise da ogni incarico sia ecclesiale che universitario e si ritirò in un piccolo villaggio vicino ad Oxford. Qui, per quattro anni, visse quasi da eremita, visitato solo da qualche amico che condivideva la sua ricerca, dandosi alla preghiera e allo studio e affidandosi al Cristo perché gli mostrasse quale fosse la comunità dove meglio era riconosciuto e adorato in verità e fedeltà al Vangelo. Finalmente, dopo tante ricerche e meditazioni, si convinse in modo inequivocabile che la vera Chiesa era quella cattolica e che il suo sviluppo dottrinale (a cominciare da quello mariano) era legittimo, anzi doveroso, in quanto quella Chiesa era scesa sino in fondo nella Verità rivelata e aveva lavorato a una maggiore comprensione della dottrina attraverso il tempo, seppur sempre in coerenza con il Vangelo.


Allora, nella sua radicale onestà, affrontò il distacco doloroso, recidendo i legami con l’amata Chiesa anglicana, con gli altrettanto amati studenti di Oxford, con molti amici che guardavano con sgomento il suo passaggio al “papismo”. Il 9 ottobre del 1845 entrava ufficialmente nella Chiesa cattolica che allora, in Inghilterra, non godeva neppure di tutti i diritti civili e politici ed era ben poca cosa, composta soprattutto da miseri immigrati irlandesi. Era, in ogni caso, circondata da un sospetto e da un disprezzo che non erano certo tali da attirare un raffinato signore, un pastore stimato, un teologo celebre, uno scrittore acclamato come John Henry Newman.


Ebbe tra l’altro la ventura di essere accolto nella Catholica da un santo, il padre passionista Domenico della Madre di Dio che, seguendo una esperienza mistica che lo aveva chiamato a lavorare per il ritorno dell’Inghilterra al cattolicesimo, lo aveva seguito nella preparazione al gran passo. Ed è significativo che quel futuro santo, dando notizia a Roma della conversione di Newman, lo definì «il papa degli anglicani, il grande oracolo di questa Nazione, l’uomo più dotto di tutta la Gran Bretagna».


✸ ✸ ✸ ✸ ✸


Dopo la conversione – lacerante eppure lieta – continuò ad approfondire la verità che aveva ritrovato e volle anche vivere concretamente i principi della fede nuova. Anzi, antica, visto che la sua scoperta era proprio questa: il cattolicesimo, ed esso solo, era il legittimo discendente e custode della fede degli Apostoli. Proprio per essere vicino ai sepolcri di Pietro e Paolo andò a Roma, dove frequentò l’Ateneo di Propaganda Fide e dove fu ordinato sacerdote nel maggio del 1847. Già aveva ricevuto, molti anni prima, l’ordinazione anglicana ma questa non era giudicata valida da Roma


. Dopo molta preghiera e riflessione, come gli era solito, decise di farsi religioso nell’Oratorio di san Filippo Neri, trovando in esso quella gioia e libertà che aveva sempre cercato. Con l’approvazione e la benedizione di Pio IX trapiantò l’Oratorio in Inghilterra, cominciando da Birminghan in quanto era la città più bisognosa di carità, perché quella dove maggiore era l’industrializzazione, con la miseria spirituale e materiale che ne conseguiva. Da quella casa, per circa 40 anni, non si mosse quasi mai, vivendo come un monaco, studiando e scrivendo ma sovrintendendo anche alla scuola dei Filippini per i figli degli operai. Sola assenza rilevante fu quella per recarsi a Dublino a cercare di fondare una Università cattolica: ma lui pensava a un autentico ateneo, dove l’ortodossia convivesse con la libertà e la devozione con il rigore scientifico, mentre ciò che l’episcopato desiderava era, in fondo, un grosso seminario.


La sua serenità di fondo – che gli derivava dalla fede e che era favorita dal temperamento in cui non mancava il tipico humour britannico – fu continuamente minacciata da due opposti fronti.


Gli anglicani, come prevedibile, non si rassegnavano al fatto che il loro teologo più prestigioso fosse passato tra gli invisi “papisti”. Non solo dubitavano della sua conversione, ma le attribuivano i motivi più sordidi. Quanto ai cattolici, non tutti erano contenti di avere tra loro quel fratello inaspettato e i più sospettosi (e tra loro qualche vescovo del Paese) lo consideravano pericoloso, una sorta di infiltrato venuto per portare nella Chiesa errori protestanti abilmente travestiti. È per rispondere agli uni e agli altri, con carità ma con chiarezza e passione, che Newman scrisse quell’Apologia pro vita sua che anche i non cattolici apprezzarono, trasformando sospetti e invettive in un silenzio rispettoso. Quanto ai cattolici, ecco giungere la decisione di Leone XIII di nominarlo cardinale quando ormai andava per gli ottant’anni, anche se gliene restavano ancora più di dieci da vivere. Il Papa gli riconosceva “genio e dottrina”, oltre che ortodossia e gli concesse quanto il neoporporato gli chiedeva: non muoversi, cioè, dal suo amato e tranquillo Oratorio di Birminghan per continuarvi la preghiera, lo studio, la direzione spirituale. È ben nota l’iscrizione latina che volle sulla pietra del suo semplice sepolcro: Ex umbris et imaginibus in veritatem.


Ma, per venire finalmente a quanto più qui ci interessa, cioè la riflessione su Maria: nel 1865, cioè vent’anni dopo il passaggio al cattolicesimo, un suo vecchio amico, il pastore Edward B. Pusey, pubblicava un libro che, proprio in nome dell’incontro ecumenico che auspicava tra Chiesa anglicana e cattolica, attaccava ciò che secondo lui era l’ostacolo maggiore, la teologia e la devozione alla Vergine. Pusey denunciava, poi, come abusiva e contraria al dialogo tra i cristiani la definizione dell’Immacolata Concezione fatta da Pio IX undici anni prima. Queste cose toccavano Newman sul vivo, avendole vissute, sofferte e infine risolte di persona. Di getto, dunque, scrisse quella Lettera al rev. Pusey che resta una delle migliori apologie del posto che Maria ha nella Chiesa. È proprio di questo che, a Dio piacendo, parleremo nel nostro prossimo appuntamento.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I pi¨ letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext