Il trionfo della morte

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La notizia shock mi è piombata addosso in modo banale tramite uno dei giornaletti a distribuzione gratuita che si trovano nei bar o sono consegnati all’ingresso della metropolitana.


Io l’ho trovato accantonato in un angolo della scrivania, lasciato da qualche collega distratto che si è dimenticato di cestinarlo. L’ho preso con l’intenzione di accartocciarlo e liquidarlo definitivamente non prima di avere dato una rapida occhiata ai titoli: campeggia la notizia dell’ennesima strage di migranti a causa del naufragio di un barcone, poi qualche riquadro sulla politica e l’attualità. Infine una notizia a fondo pagina quasi invisibile, nascosta.


Il nome di Diego della Palma attira la mia attenzione: non è un personaggio che appare troppo spesso sui giornali. A tutta prima penso sia deceduto e che l’articoletto sia una specie di necrologio.


Invece no. La notizia è molto più traumatica: Diego annuncia di voler vendere tutti i suoi beni immobili e devolvere il ricavato in beneficenza. E di voler morire tramite somministrazione di eutanasia. Il che significa nel freddo linguaggio dell’informazione spicciola che ha deciso di ricorrere al suicidio assistito.


Anatomia di una notizia


Diego Dalla Palma
Arrivato a casa decido di approfondire la notizia su internet (qui). La questione in definitiva è molto semplice: Diego della Palma ha deciso di morire, ma, è qui è la particolarità della sua decisione, non è malato, anzi tutto sommato, a parte qualche acciacco senile gode di salute più che discreta. Afferma di voler dare significato a un’ esistenza che a suo giudizio si é svolta all’insegna della futilità con un gesto che la riscatti: vuole vendere i il suo patrimonio immobiliare e devolvere il ricavato a bambini orfani, vecchi malati, profughi. Soprattutto il fatto si preoccupi di vecchi e malati soli quasi mi commuove: è facile intenerirsi per l’infanzia abbandonata, violentata, negata, ma a loro, ai vecchi abbandonati, quasi nessuno ci pensa.


Ma lui, Diego, si. Fatto questo, dichiara, pensa di vivere ancora una decina d’anni e poi, “quando valuterò che è arrivato il momento opportuno”, ricorrerà all’aiuto dell’associazione EXIT (qui) che in Italia promuove una legislazione favorevole al suicidio assistito, l’eutanasia, come già accade in Olanda e Belgio.


Sullo stesso sito di EXIT alcuni video shock mostrano gli ultimi istanti di vita di persone che accudite da familiari o assistenti hanno deciso di suicidarsi. In una stanza una donna allettata si prepara a morire. Un’altra donna più giovane le porge un bicchiere di qualcosa; l’anziana beve il liquido quasi con voluttà come si trattasse di un elisir di lunga vita anziché di una bevanda di morte. Entrambe scherzano sul sapore amaro del liquido appena addolcito da alcune tavolette di cioccolata che la moritura mangia per togliersi quell’orribile sapore di morte dal palato. Tutto sembra svolgersi in un clima di serenità, l’ultimo viaggio sembra la partenza per una vacanza. Ma poi la scena cambia tono: le ultime sequenze mostrano la donna defunta a letto con la bocca aperta, spalancata e nera come una voragine cavernosa impressionante.


Il trionfo della morte


Eutanasia
Rifletto su cosa significhi l’eutanasia e di quali potranno essere i suoi sviluppi legislativi.E’ sempre così quando qualcosa di innovativo si affaccia per la prima volta: i primi a fruirne sono i cosiddetti vip che fungono da apripista, poi è il turno dei ricchi, poi della media borghesia e infine di tutti. E’ stato così per il divorzio e l’aborto, sarà così per l’eutanasia: poche avanguardie emancipate, presumibilmente dalla fede, aprono una nuova via lungo la quale poi si incammineranno tutti gli altri.


Eppure a ben pensarci in questo processo di necrosi sociale che avanza inesorabile non c’è nulla di straordinario e non occorre scomodare troppo le avanguardie filosofiche o le scuole psicologiche più audaci per comprendere che la causa di questa voluttà di morte che invade l’occidente al punto tale da mutare antropologicamente l’uomo è la morte di Dio.


La morte di Dio sancisce inesorabilmente la morte dell’uomo. Perché se Dio è il fondamento di tutte le cose, è il sostrato grazie al quale tutto esiste anziché essere nulla e se è vero che ciò che esiste, esiste perché è in Dio dobbiamo concludere che la morte di Dio decreta in modo inappellabile il precipitare di tutte le cose nel nulla e quindi nella morte.


La voluttà della fine


Il piacere di darsi la morte
Senza il fondamento di Dio che fa essere l’esistenza, l’esistere stesso diventa un guscio vuoto, un inerzia spaventosa che trascina penosamente gli uomini verso il buco nero del nulla. La vita degli uomini allora consiste in una stanca abitudine in cui si sperimentano giorno dopo giorno, e qui ha ragione Diego della Palma, le medesime futili cose.


Subentra la voluttà di morte come piacere sadico e morboso della propria e altrui dissoluzione, un abbandono inerme al processo di decadenza che altro non è se non l’apoteosi del nulla descritto da certa letteratura della crisi o il cupio dissolvi cui non sono aliene determinate correnti della gnosi contemporanea le quali ritengono che tanto prima si giunge all’orlo del baratro, quanto prima il giudizio di Dio irromperà nella storia decretandone la fine. Tutto ciò contraddistingue la nostra epoca caratterizzata dal dileguarsi di Dio di cui restano ormai solo tracce residuali che interessano solo come dato culturale: senza Dio è il nulla o meglio senza Dio nulla é. La morte stessa esistendo in Dio non è il nulla, ma più precisamente è ciò che configura gli uomini come uomini ossia come esseri mortali così determinati dalla loro finitudine.


A partire dalla certezza di questa finitudine si configura eticamente la vita, ma nel momento in cui gli uomini sanciscono la morte di Dio anche la morte muore, diventa nulla che non può che conferire il sentimento del nulla.


La “morte tecnica”


Morte di Socrate, Cignaroli Giambettino, 1762
La morte eroica di matrice pagana consisteva nell’imbrigliare le forze del caos che dominano la natura, plasmarle con l’esercizio di una volontà ferrea e trasformarle in armonia e proporzione ossia il canone della suprema bellezza secondo il gusto greco.


L’esercizio stesso dell’educazione del caos insito nella natura diventava educazione di se stessi e metodo per modellare la virtù: la morte è “naturale” e come tale si affronta, senza drammi e senza patemi.


E diventava garante anche, la morte, di una sorta di eternità perché trasmetteva le virtù eroiche della misura e della moderazione come caratteri fondamentali della saggezza che erano comunicati di generazione in generazione. La morte santa di matrice cristiana emancipa l’uomo dalla morte e lo rende capace di attingere l’eternità.


La morte continua a spaventare, perché introduce al giudizio divino, ma come tutto ciò che esiste giace nella custodia di Dio e in essa acquista senso e conferisce valore alla vita. La morte non è, per chi ha fede, la fine della vita, ma la sua continuazione con la differenza fondamentale di una salvezza che abolisce ogni dolore.


Eutanasia: la morte tecnica
Dopo la “bella morte” pagana e la “morte santa” cristiana pare ora essere arrivato il turno della “morte tecnica” ossia una morte politicamente corretta: anche nel momento supremo non bisogna perdere la calma, occorre restare padroni di se stessi, andarsene con dignità.


Una sorta di riedizione pagana della morte, ma mentre presso i pagani la morte aveva qualcosa di luminoso perché faceva parte di un sistema etico che si trasmetteva a chi rimaneva e permeava di se la vita della polis come entità collettiva, ora la morte ha un carattere lugubre, sepolcrale, di nullità totale che non trasmette nulla a chi rimane, come presso i pagani e non prepara alla salvezza come accade presso i cristiani.


In epoca pagana e cristiana la vita si innestava nella morte vivificandola, ora è la morte che si innesta nella vita mortificandola, non è più la morte per l’uomo, ma l’uomo per la morte, non è più la vita che va incontro alla morte, ma la morte che va incontro alla vita. Anzi ora la morte non solo é il nulla, ma trasmette il nulla.


La morte della morte


La scelta della morte, una volta. Ora c’è la morte scelta.
Questa involuzione riguarda non il modo di percepire, ma di concepire la morte. La morte non è più percepita come qualcosa che ci riguarda intimamente e che ci è affidata esattamente come ci è stata affidata la natura e la vita per averne cura, ma è concepita come qualcosa di nuovo che l’uomo stesso ha generato esattamente come si potrebbe concepire e generare un figlio.


La morte oggi è una specie di nuova creatura e quindi non è più la morte naturale, ma è qualcos’altro.


La nascita di questo “qualcos’altro” che non è più la morte, ma che potremmo definire la morte dopo la morte, è stata preceduta da una lunga gestazione esattamente come un parto che anziché generare una nuova vita ha generato una nuova morte.


Questa nuova creatura che impropriamente ci ostiniamo a continuare a chiamare “morte”, ma che è qualcos’altro, consegue all’uccisione di DIO: è impreciso peraltro definirla “qualcos’altro” perché non essendo in Dio semplicemente non è qualcosa ma è il nulla; da questo punto di vista possiamo dire che il nulla ha ucciso la morte.


Britanny: il suo caso ha riaperto il discorso sull’eutanasia.
Questo nulla che per comodità definiamo “nuova idea di morte” ha come matrice la disillusione e come conseguenza la voluttà.


La disillusione nasce dalla perdita della fede e da domande che non ricevono risposte convincenti perché si rivolgono all’interlocutore sbagliato.


Le domande inevase circa il motivo per cui il male continua a dominare avvelenando la vita sono rivolte a esauste filosofie agonizzanti e nascenti psicologie naturaliste che non possono altro rispondere che l’uomo deve imparare ad accettare la sua finitudine ineluttabile ossia senza speranza di riscatto ultraterreno.


Da queste deludenti risposte nasce la disillusione che genera la nuova idea di morte, ma se l’uomo ha generato una nuova idea di morte, altrettanto quest’ultima ha ri-generato l’uomo, cioè creato un uomo nuovo. Un uomo nuovo quindi che si genera non più a partire dalla vita, ma dalla morte, o meglio a partire dalla nuova idea di morte che egli stesso ha generato. S’invera allora la riedizione della catarsi pagana, il tentativo di far precipitare tutte le cose in un punto di massima densità dove tutto viene esperito fino in fondo e quindi spogliato di ogni mistero.


E’ la voluttà di morte che come una droga precipita l’uomo in un vortice di esperienze prima di lasciarlo esausto privo di forze se non per balbettare la sua voglia di essere preda inerme di una morte cui si vuole consegnare.


Il “prodotto morte” 


Una delle campagne di Exit Italia, assieme all’associazione Luca Coscioni.
Sul sito di EXIT ci sono due filmati in home page. Nel primo, come scrivevo sopra, un’anziana donna muore pare ingerendo una bevanda letale, in apparente serenità e assistita da un’altra donna più giovane, forse un’”addetta” la cui mansione consiste nell’assistere il “cliente” durante gli ultimi istanti di vita.


Fatto questo le due donne scherzano sul sapore amaro della bevanda; l’assistente offre alla moritura del cioccolato per addolcire il gusto acre del veleno appena bevuto.


Entra in scena quasi alla fine del filmato una terza persona che sembra commuoversi.


La moritura lo invita a non piangere. Infine la donna pare addormentarsi mentre l’assistente gli mormora sommessamente all’orecchio di trarre un profondo respiro e lasciarsi andare. Infine sopraggiunge la morte: l’anziana donna spira senza travaglio apparente.


Il messaggio che il video trasmette sia con la sua comunicazione verbale che para verbale è che ricorrendo all’eutanasia secondo il metodo illustrato nel filmato si può morire in modo rapido, efficace, sereno e indolore.


Saviano, anche lui tesimonial di campagne eutanasizzanti.
Nel secondo video un malato terminale anch’egli allettato pare soffrire terribilmente circondato da fotografie che rappresentano i momenti salienti della sua vita che sta per spegnersi. In questo caso il messaggio trasmesso è che l’agonia che precede la morte è qualcosa di odioso, un’inutile sofferenza che è bene cessi il prima possibile.


In entrambi i casi la morte, questa morte prodotta artificialmente e quindi ricreata dall’uomo, è a portata di mano, facilmente accessibile a tutti e come tale viene proposta. E’ una morte desiderabile perché dolce e indolore di contro alla morte naturale caratterizzata fino all’ultimo da atroci sofferenze fisiche e morali.


La morte dunque, questa morte artificiale ricreata è in definitiva offerta come si trattasse di un prodotto commerciale qualsiasi che si può vendere o comprare; la morte diventa un prodotto di consumo cui si accede in modo semplice e diretto non diversamente di come si entra in un supermarket per acquistare dell’acqua minerale o in un concessionario per acquistare un’ automobile.


La logica che presiede al “prodotto morte” è quindi una logica commerciale e questa sua caratteristica implica il fatto che la morte stessa non sia più un fenomeno naturale che accade a un certo momento della vita, ma un prodotto che si ha diritto di acquistare.


Una transazione commerciale


Parte del post su fb con cui Dalla Palma ha annunciato la sua intenzione.
Comprare questo prodotto come ha in animo di fare Diego della Palma, non è espressione, nonostante le apparenze, dell’affermazione di una orgogliosa libera volontà e non significa rivendicare il diritto all’autonomia personale in nome della dignità. Si tratta piuttosto di una transazione commerciale in cui il “prodotto morte” grazie a un’efficace strategia pubblicitaria e al pari di ogni altro prodotto di consumo seduce la mente del consumatore persuadendolo che quello proposto è un ottimo affare. La scelta allora cessa di essere libera perché lusingata e sedotta e quindi manipolata da una strategia comunicativa finalizzata alla vendita del prodotto. Più esattamente la comunicazione strategica persuade che l’eutanasia è un diritto cui si deve ricorrere per salvaguardare la propria dignità anche di fronte alla morte, analogamente a come si persuade la mente che un SUV è necessario per affrontare terreni scoscesi preclusi ai più: in entrambi i casi la dignità e il senso dell’avventura altro non sono altro che tecniche mediatiche o cavalli di Troia per adescare la mente e indurla a comprare un prodotto che in definitiva è superfluo.


Le tecniche di marketing consistono nell’abituare la mente non a chiedere ciò che è opportuno domandare, ma a pretendere come un diritto ciò che si vuole: morire tramite suicidio assistito evitando dolorose agonie può apparire desiderabile, ma non è né opportuno, né tantomeno utile e in definitiva si rivela per l’acquirente un pessimo affare.


In primo luogo perché consegnarsi a una morte artificiale significa almeno in parte aver ceduto alla manipolazione che è insita alla vendita di un prodotto di consumo; ciò implica inserire se stessi, il proprio corpo, la propria mente e per chi crede la propria anima, in un circuito commerciale becero e meschino cui non importa nulla dei destini ultimi del soggetto: ciò che importa invece è trasformare il “prodotto morte” in una fonte di reddito o sostenere e puntellare le ideologie materialiste, laiciste e neopagane che come tutte le ideologie hanno bisogno dei loro martiri, dei loro santi e dei loro eroi da additare alle pulsioni istintive della commozione collettiva per potersi affermare.


Si tratta di presentare all’attenzione del pubblico un eroe tragico degno di stima e al contempo additare alla riprovazione generale la morte naturale la quale in definitiva è competitor della morte artificiale confezionata per motivi economici o ideali: si tratta in altre parole di sostenere il primato di un prodotto rispetto a un altro analogo sottolineandone i vantaggi e gli elementi distintivi.


Chi opera la scelta del suicidio assistito in realtà vi è stata indotto dalla strumentalizzazione del suo dolore da parte delle realtà che sostengono il “diritto” all’ eutanasia.


In secondo luogo curiosamente si trascura di segnalare che non è affatto detto che una morte naturale debba essere necessariamente preceduta da lunghe e penose agonie: infatti si può morire in un attimo per infarto o ictus.


In terzo luogo morire tramite suicidio assistito potrebbe avere conseguenze disastrose sul piano ultraterreno. Non si tratta di credere o non credere a una religione tradizionale, si tratta di considerare l’ipotesi che una dimensione ultraterrena esista davvero.


Un libro sulle esperienze nell’aldià.
Si suppone che chi ricorre all’eutanasia non sia credente, ma di solito chi non crede se non concede alcun credito alle religioni storiche, specialmente al cristianesimo, tuttavia ne concede alla scienza come dimostra il fatto si affidi alla stessa per porre fine alla propria esistenza su questa terra. Affrontiamo dunque il tema del fine vita per una volta in modo scientifico: gruppi sempre più numerosi di medici, chirurgi, cardiochirurgi, psichiatri quindi in definitiva scienziati ( e non teologi, sacerdoti, filosofi, etc.) a partire da premesse scettiche sostengono la certa esistenza dell’ aldilà: basta leggere a titolo di esempio i libri sul tema dei medici Raymond Moody, Michael B. Sabom o della psichiatra di fama mondiale Elisabeth Kubler Ross.


Costoro hanno raccolto nei loro libri testimonianze di persone che in seguito a una crisi vitale hanno varcato la fatidica soglia che demarca il confine fra vita e morte e ne sono tornati: quasi tutti indipendentemente dal credo religioso hanno raccontato di un’esperienza di indescrivibile gioia, ma tra i pochi a raccontare esperienze spaventose ci sono stati proprio quelli che hanno tentato senza riuscirci il suicidio.


Assistito o meno poco importa.


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