Verremo pur sommersi da scabbia, merda e machete. Ma un'alternativa c'è

di Camillo Langone | 17 Giugno 2015 il foglio

Verremo pur sommersi da scabbia, merda e machete. Ma un'alternativa c'è




Un bambino appena sbarcato sulle coste siciliane viene registrato (foto LaPresse)


Non è vero che di fronte all’invasione non c’è niente da fare. Noi “non ammazziamo i vicini di mare.


Neanche quando si fanno minacciosi alle nostre coste. E’ così e non puoi farci niente, caro Langone” scrive Giuliano Ferrara. Lo so bene che gli italiani non conoscono l’onore e sempre tendono a parteggiare per l’invasore quand’esso appare vincente (in questo caso: demograficamente vincente).


Fra mille degradanti episodi ne ricordo giusto due: Mantova 1526, quando Giovanni dalle Bande Nere che cercava di fermare la calata dei tedeschi venne ucciso dall’arma fornita dal Duca di Ferrara, e Sicilia 1943, quando i bombardatori vennero accolti con applausi e fiori dalle popolazioni bombardate.


Lo so bene che alla regola della sottomissione nemmeno stavolta bisogna aspettarsi eccezione, che sotto la linea gotica la Lega non avrà mai la maggioranza perché è il partito degli avari mentre potrebbe averla il Cinque Stelle siccome è il partito degli invidiosi.


Essendo l’invidia “il peccato diabolico per eccellenza” (Sant’Agostino) e il diavolo “principe di questo mondo” (Gesù) si capisce come i grillini, nonostante l’avanzato stato di bollitura del comico eponimo, partano con un bel vantaggio. E’ l’invidia che fa aprire le porte della propria città allo straniero col quale si è raggiunto, o si spera di raggiungere, un accordo a spese della fazione rivale. In un paese di tenori e gelatai, di pizzaioli e tifosi, funziona così, lo so bene.


 Eppure l’invasione non la accetto.


Accettate di farvi invadere, se vi piace tanto, se ci trovate una convenienza, magari anche solo quella di sentirvi nella corrente e buoni. Ego non. Io non smetto di pensare a un’alternativa che non è la guerra (sono isolazionista come uno shogun giapponese del Settecento, come un presidente americano degli Anni Venti), è la difesa. Abbiamo un ministero della Difesa: è solo un costo?


Non è precisamente vero che nessuno al mondo respinge gli invasori “con violenza e rigore doganiere”: la Spagna a Ceuta li respinge virilmente, la Francia manda la Gendarmerie a sigillare la frontiera con l’Italia, quella nazione cogliona che crede alla fiaba di Schengen, Marocco e Israele non fanno che alzare alti, ben sorvegliati muri, l’Australia sbatte i richiedenti asilo in Papuasia, così imparano, poi li deporta in Cambogia, così imparano meglio, mentre Malesia e Indonesia trainano i barconi fuori dalle acque territoriali e li guardano tornare mesti ai porti d’imbarco (notare che a respingere gli invasori, di norma maomettani, sono spesso governi maomettani).


Io non smetto di pensare a un’alternativa all’invasione pur sapendo che i succitati sono esempi molto difficili da seguire per il popolo più decadente del mondo

. Sì, è molto probabile che verremo sommersi da scabbia, merda e machete. (Per dirla in modo più poetico, parafrasando Verlaine: guarderemo passare i grandi barbari neri componendo tweet indolenti).

Ma perfino in questo malaugurato caso ci sarà ancora qualcosa da fare: salvare le parole e con esse la possibilità di pensare. Florenskij, grande teologo cristiano assassinato da Stalin, ha scritto che “il parlare grossolano, impreciso e sciatto coinvolge in questa indeterminatezza anche il pensiero”.

Pertanto sono orgoglioso di non usare mai la grossolana parola “migranti” (non stiamo parlando di rondini) né l’imprecisa parola “profughi” (non stiamo parlando di istriani). Non uso mai nemmeno la parola “disperati”: per trovare il coraggio di imbarcarsi bisogna essere, al contrario, pieni di sogni circa l’avvenire.

Disperati sono gli italiani le cui aspettative continuamente decrescono e che perciò hanno smesso di far figli: nel 2014 (ultimissimi dati Istat) le morti hanno superato le nascite di 100.000 unità, rispetto al 2013 mancano all’appello 12.000 bambini, uno strazio.

Invasione significa “1) penetrazione in un territorio di popoli che migrano in cerca di nuove sedi; 2) irruzione violenta o arbitraria di persone in un luogo”.

Chiamare “invasore” chi commette invasione non è abbastanza, magari lo fosse, ma non è nemmeno niente: io cerco di mantenere viva questa parola, è il mio farci qualcosa.

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