Cosa unisce la bolla equity Usa all'Ucraina? Soros

Di Mauro Bottarelli , il 3 giugno 2015 rischiocalcolato.it


Continua il massacro dell’economia reale Usa. Ieri, dopo il deludente dato dell’indice ISM New York (con 5 delle 6 componenti in netto calo), è stata la volta degli ordinativi industriali, i quali sono calati dello 0,4% su base mensile ad aprile, contro l’attesa di un -0,1%.


Oltretutto, il dato va letto contestualizzandolo dopo l’esuberante dato di +2,2% di marzo, ottenuto ovviamente dopo una serie di revisioni che hanno permesso di interrompere sette mesi di cali continui. Ora, patendo un calo del 6,4% contro il dato del 2014, la lettura degli ordinativi industriali rappresenta il sesto mese di fila di cali a livello annualizzato, un qualcosa che non si era mai registrato al di fuori di una recessione, come ci mostra il grafico.




Ma quando non sanno più a che santo votarsi, non potendo ignorare ad libitum i dati macro da mani nei capelli che quotidianamente arrivano dagli Usa, i cantori della ripresa obamiana giocano la vecchia carta mercatista: ovvero, puntano il dito sullo stato di salute invidiabile di Wall Street.


Ora, smontare questa baggianata è un gioco da ragazzi ma quando anche i players più grandi del mercato cominciano a far notare che forse, tra buybacks ed espansione dei multipli, si sta un pochino esagerando, allora c’è da preoccuparsi. Ma cominciamo da questo grafico,



il quale ci mostra come, in effetti, rispetto alla bolla dot.com del 1999-2000, questa volta “è davvero differente”. Infatti, non era mai successo nella storia che la percentuale di aziende in regime di Ipo non profittevoli raggiungesse addirittura il 78% del totale allo Standard&Poor’s 500! Tranquilli, sono solo fandonie anti-Obama, quelle valutazioni sono assolutamente reali. Ma andiamo avanti.


Nel weekend nientemeno che il vincitore del premio Nobel, Robert Shiller, ha dichiarato che “a differenza che nel 1929, questa volta tutto – azioni, obbligazioni e mercato immobiliare – è sopravvalutato” e un giorno dopo il capo dell’equity strategy di Goldman Sachs, David Kostin, ha pubblicato un report che dovrebbe far riflettere e che si basa su questi grafici.





Dai quali cosa desumiamo? Il fatto che in base a qualsiasi parametrazione, la valutazione delle equity Usa appare fuori mercato. Il titolo tipico quotato sull’S&P 500 trada su multipli di 18.1x, mentre prendendo l’indice nel suo insieme siamo a 17.2x, qualcosa come un aumento del 63% dal settembre 2011, rispetto all’espansione media del 48% durante i nove precedenti cicli di espansione di utile per azione.


Metriche finanziarie come EV/EBITDA, EV/Sales e P/B suggeriscono, anzi gridano, che i titoli azionari Usa hanno valutazioni ultra-estese, tanto che per Goldman “la fase di espansione P/E dell’attuale mercato del toro è ormai dietro di noi”.


Ma ancora più interessante è la valutazione e lo studio dei buybacks azionari in atto, visto che le aziende quotate sull’indice S&P 500 hanno già speso più di 2 trilioni di dollari nel riacquisto di azioni proprie negli ultimi cinque anni. Non un timing geniale, visto che nel 2007 le compagnie avevano allocato più di un terzo del loro contante per buybacks (637 miliardi di dollari), subito prima che l’S&P 500 crollasse del 40% nell’anno seguente


. Di converso, nel 2009 le aziende stanziarono solo il 13% della loro spesa annuale in buybacks (146 miliardi di dollari), quando il mercato era ai minimi. Goldman si attende un aumento del 18% della spesa per buybacks quest’anno, andando oltre i 600 miliardi e pesando per circa il 30% della spesa totale: vi pare una scelta da trader oculato operare in questo modo in un mercato che vede i multipli P/E così alti?


Certo che no ma qual è l’unico interesse? Fare alzare il prezzo del titolo – o almeno mantenerlo ai livelli record attuali – e distribuire dividendi i bonus, prima che la pacchia finisca un’altra volta (e questa volta non si sa per quanto, a meno che la Fed non intenda ampliare il suo stato patrimoniale fino ai 10 trilioni di dollari imbarcandosi nel QE perenne). E sul lungo termine?


Chiedete a Keynes, lui lo sa di certo. Vi chiederete, a questo punto, perché abbia messo come immagine di apertura del pezzo Barack Obama che viene utilizzato come burattino da George Soros. Perché come dicono i francesi, sui mercati e nella geopolitica, tout se tient.


Pochi giorni fa, casualmente, George Soros vaticinava la possibilità di un terza guerra mondiale se gli Usa non avessero acconsentito all’ingresso dello yuan nel paniere SDR dell’FMI, cosa prontamente successa. Il problema è che Soros, uno dei principali artefici di questo mercato completamente sconnesso dai fondamentali e basato su multipli da Tso, non si limita a vaticinare, agisce. Il collettivo hacker CyberBerkut, infatti, ieri ha reso noti tre incredibili documenti ottenuti violando il sistema di sicurezza del governo ucraino, i quali dimostrano ciò che su queste pagine si dice da mesi: il burattinaio della “rivolta” ucraina in chiave anti-Putin è proprio George Soros.


Il quale, in una prima e-mail inviata al presidente ucraino Poroshenko, presenta “una strategia completa di breve e medio termine per una nuova Ucraina”, esprimendo la sua fiducia sul fatto che “gli Usa forniranno all’Ucraina assistenza militare letale dello stesso livello di sofisticazione per quanto riguarda le armi da difesa di quelle delle forze opposte”, mentre nelle altre due spiega a Poroshenko come “la prima priorità delle essere riprendere il controllo dei mercati finanziari”, finalità per la quale si potrebbe contare sull’aiuto della Fed, tanto che Soros chiude dicendosi “pronto a chiamare Jack Lew del Treasury Usa per sondare il suo parere sull’accordo di swap”.


Wall Street manipolata e geopolitica manipolata: tout se tient, ricordatevi. E preparatevi ad altri colpi di scena, prima che il mercato venga a reclamare il prezzo di questi crimini. O una guerra in piena regola salvi un’altra volta il mercato e il Pil Usa.


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