Sic transeunt desideria mundi - PARTE 1

papalepapale

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Apro il giornale e la prima cosa sulla quale mi cade l’occhio sono due notizie: “Sì al referendum sul matrimonio gay in Irlanda”.


Poi un altro: “Bambino ucciso e sepolto per gioco”. Giro pagina, ancora morti “per gioco”, innocenti. Segni dei tempi. È tutto un gioco, prima che la ricreazione finisca e suoni la campanella. E la resa dei conti.


Miglioria della morte


Mi racconta l’amico e collaboratore Nicola Peirce:


«E’ successa una cosa disgustosa: eravamo alla consacrazione nella messa per Santa Rita a Sant’Agostino, l’ingresso si trova nel porticato dove c’è anche l’ingresso del liceo Piccolomini, erano le 12:30 e un ragazzino, avrà avuto 16 anni, che usciva da scuola è entrato nella chiesa e fatti alcuni passi dentro ha urlato a squarciagola una bestemmia tremenda contro Dio …siamo rimasti tutti (in realtà 4 gatti) pietrificati, senza avere neanche il tempo di reagire e quello è scappato via ridendo con un gruppetto di sodali. Abbiamo seminato vento per troppi anni e ora è in arrivo l’uragano».


Lo sentiamo addosso, sulla pelle, chi conosce la storia e alla storia sa guardare con gli occhi della teologia della storia, chi conosce i dettagli del profetismo recente dove c’è una inquietante convergenza di tutte le descrizioni, chi conosce questo sa, sa che succederà: l’immane castigo divino che si abbatterà  sulla terra “come fumo e fuoco dal cielo per tre giorni, di grande buio”. Sa, o almeno lo sente, ne ha precognizione: tutto coincide.


La speranza è che Maria mitighi il castigo, che almeno salvi chi non ha aderito, pur peccatore, alla follia del mondo alla rovescia che come in tutti i tempi “finali” della storia umana, detti “clima da Basso Impero”, conosce un ritorno carnevalesco alle antiche divinità pagane, ai fasti baccanti e orgiastici, ai suoi culti idolatrici e perversi; dove la femminilizzazione dei costumi e l’omosessualità prendono il sopravvento, in un clima festaiolo ma dal sottofondo macabro, da “crepuscolo degli dei” viscontiano. Però, nel momento stesso in cui raggiunge l’acme il clima festaiolo, tutto crolla. E i festanti restano sotto le macerie.


L’emergere endemico dell’omosessualità che sempre s’accompagna con un ruolo dominante della donna sull’uomo, fateci caso e mente locale, in tutta la storia umana ha significato sempre, inderogabilmente una cosa: che si è giunti al capolinea, e che una civiltà sta per crollare e proprio nel momento di massima baldoria carnevalesca e di completo rovesciamento della natura; un mondo sta per finire.


Ma non quello di coloro che sono finiti calpestati dalla folla festante, no: quello dei festeggianti. Quel clima euforico e perverso, altro non è l’illusione crudele che nell’agonia si chiama “miglioria della morte”: il malato sembra sorprendentemente riprendersi dall’agonia, una riviviscenza fisica e morale, gli torna la parola, è euforico, vorrebbe persino alzarsi…  ma all’improvviso… crack! Stecchito. Miglioria della morte.


Ero ad un pranzo, la tv era accesa. Amici cattolici. Il tg mandava la “solita” notizia: “Centinaia di cristiani massacrati” dai musulmani. Portavo la mano alla bocca e facevo l’atto di baciare la terra, “sia ringraziata la Madonna”. Ma cosa stai dicendo?, mi chiedono. Rispondo:


«Quel sangue innocente e santo che quei cristiani versano, per volontà di Dio ricade sulle nostre teste malate e segnate dalla condanna, come le porte degli ebrei d’Egitto: lavano le nostre colpe, mitigano il castigo terrificante che sta per abbattersi sul mondo, dove nessuno di noi sa se si salverà. Ma se molti di noi si salveranno e vedranno la terra promessa, lo dobbiamo a quei cristiani d’Oriente che muoiono sotto la scure di Maometto, nel malcelato contento dei governi occidentali. Se non morissero loro, moriremmo tutti noi».


Tremate tremate le streghe son tornate!


Hillary Clinton
È un vero caso di lapsus freudiano: dove tanto stai concentrato a dissimulare la verità, che alla fine ti scappa di dirla non volendo. O almeno spero: perché a me è sembrata la sfacciataggine di chi ormai si sente tanto potente e intoccabile da non avere più resistenze di sorta. Parlo di quella strega della Hillary Clinton, che è la versione crudele di Obama. Ebbene, papalepapale, in pubblico, Crudelia Demon che vuol diventare presidentessa, l’ha detta tutta, tradendo le intenzioni che già denunciavamo appartenere ai signori del mondo, quelli che hanno scritto l’agenda liberal-radicale. E fa venire i brividi:


«I codici culturali profondamente radicati, le credenze religiose e le fobie strutturali devono essere modificate. I governi devono utilizzare i loro strumenti e le risorse coercitive per ridefinire i dogmi religiosi tradizionali».


Avete capito dove si vuol andare a parare? Ma con chi ce l’ha? I musulmani? Niente affatto, non metterebbero mai le mani in quel vespaio. Parla della Chiesa di Roma, che in America, insieme a qualche pentecostale, è rimasta l’unica resistenza contro la deriva e il predominio totale del Pensiero Unico.


Guerra alle parole


La rivoluzione è la distruzione di un ordine presente e la decostruzione delle fondamenta storiche e culturali sulle quali un mondo intero si reggeva, per costruire il suo “nuovo” ordine basato sull’odio verso qualcosa, che in un primo momento si chiama “amore” per gli sventurati, per poi farsi desiderio di “felicità” per tutti impartita ex lege e guai a chi si sente triste, e più tardi, infatti, si dirà solamente “terrore”.


Aveva ragione Kafka: la rivoluzione evapora presto, resta solo il limo di una nuova burocrazia. Ma è stato troppo ottimista: non ebbe la fortuna di sorbirsi a pieno il comunismo sovietico.


Le rivoluzioni si manifestano in primo luogo e invariabilmente come un dovere di “mutare le parole”, una guerra alle parole che secondo “lo spirito del tempo” e la nuova “sensibilità” che ispira, risulterebbero “scorrette”: vengono prima bandite, poi abolite, quindi proibite  – anche se sono il nome proprio delle cose – sostituendole con nuove, “politicamente corrette”.


Quando iniziano a verificarsi certe cose, e cioè la semantofobia, è la spia d’allarme che deve far rizzare i capelli: un mondo sta per essere distrutto, un nuovo ordine rivoluzionario con una violenza implicita che presto si farà esplicita sta per essere instaurato, il quale poi sarà rimpiazzato da un regime che evaporato lo spirito rivoluzionario si farà burocrazia brutale dalla quale neppure i rivoluzionari della prima ora si salveranno. Prima del grande crollo generale che precipiterà tutti quanti “nella morte avvinti”.


Infine la Rivoluzione uccide i suoi stessi figli


Pur rimanendo nella mentalità successiva le scorie radioattive dell’epoca rivoluzionaria come bacilli capaci di sfidare dormienti le glaciazioni e i secoli in attesa del calore che un giorno li risveglierà, la nuova epoca che segue, chiusa la breve parentesi rivoluzionaria, non potrà che essere un recupero del passato, una restaurazione parziale di quello che era prima, semplicemente aggiornato.


Emblematico il caso della Russia, per dirne una, dove oggi assistiamo allo zarismo repubblicano di Putin, nuovo zar elettorale di tutte le Russie, in una pace clamorosa tra spada e croce sancita a furor di popolo e plebisciti: nell’ex Unione Sovietica questo, cioè il paese che fu “ateo” per legge, dove fu proclamata la morte di Dio e del Cristianesimo.


La Russia è il paese di domani. L’Occidente sta morendo, il vecchio ordine sta rendendo l’ultimo respiro; certo, siamo ancora ai sogni di gloria e all’utopia, dove si propongono apparenti “ragionevoli riforme” ma aleatorie su argomenti apparentemente scollegati tra loro e inoffensivi, ma che altro non sono che la miccia che farà saltare uno dietro l’altro i fuochi d’artificio, sino al colpo scuro;  è la rivoluzione che ancora non osa dire il suo nome, che si traveste da “riforma compassionevole” e  ”costituzionale”, è cioè la fase della “Sala della Pallacorda”, la fase 1 della rivoluzione.


Ma sta prendendo progressivamente piede la fase 2, la rivoluzione che presto svelerà apertamente il suo nome e scatenerà la sua violenza ancora appena mascherata dietro il legalismo autoritario e la parvenza parlamentaristica, e gettata la maschera del legalismo la infliggerà anche fisicamente in nome non più della “legge” ma di se stessa, unica fonte della legge, ai non allineati. A questa seguirà la fase 3, la morte e trasfigurazione della rivoluzione in una nuova burocrazia totalizzante la cui violenza nevrastenica non risparmierà nemmeno i rivoluzionari della prima ora, altrimenti nota come “terrore”; infine, la fase 4… fino alla “restaurazione” parziale dell’ordine precedente la rivoluzione, sotto le cui scure periscono i “terroristi” rivoluzionari.


Il piede di porco della rivoluzione: i gay


Non prendiamoci in giro, soprattutto non s’illudano i gay: sono soltanto il piede di porco che serve in questo momento ai nuovi rivoluzionari liberal-radicali per sfondare la porta di tutte le chiese e di tutte le nazioni – perché questa come tutte le rivoluzioni vuol essere internazionale e qualcosa di più stavolta: mondiale, intendendo per “mondo” l’Occidente più l’appendice psicolabile dei bastioni occidentali, l’America Latina.


Una volta sfondata la porta, a cosa serve più il piede di porco, i gay? Saranno un impiccio, i gay, e dovranno allinearsi pure loro, e la Rivoluzione, che è smemorata e non è riconoscente, conosce però il carico eversivo che con sé porta il sesso “libero”: farà cadere su di loro la mannaia dell’interdizione, perderanno non solo il “matrimonio” e i “nuovi diritti”, ma pure quelli vecchi, e con essi la licenza sessuale. Ogni rivoluzione parte eticista, sentimentalista e liberal-radicale e diventa moralista, glaciale e reazionaria.


Scusate: non successe così anche in Urss? Non fu Lenin a inaugurare il nuovo corso “radicale” con l’approvazione della sodomia, il divorzio, il “libero sesso”? E come finì quella storia? Con il moralismo più bieco reso più minaccioso dallo spionismo, dalla delazione che aveva un centralino in ogni condominio. La rivoluzione russa partì omofila e sessuomane e morì omofoba e bigotta… in Siberia sovente, dove accompagnò gli afflitti dal “vizio borghese”, la sodomia, almeno quelli che non contavano una mazza (pare che lo stesso Breznev talora lo praticasse); o nell’anonimato di qualche cella delle prigioni “del popolo”, ossia del Kgb, in un silenzio assordante, sanguinoso e mortale. Sic transeunt desideria mundi.


Ma interrompiamo il discorso pur affascinante con un intermezzo, dedicato alla cronaca. Poi riprenderemo, con un mio scambio di vedute con Vittorio Messori, poche ore fa.


Zeitgeist


Cosa sia stato il referendum per “decidere il nome” e solo quello dei già decisi nel parlamento irlandese sedicenti “matrimoni” gay, lo ha ben spiegato Massimo Introvigne (qui): un bluff, che ha fatto cadere l’ultima foglia di fico sull’istituto parlamentare, dopo averlo fatto cadere sulla democrazia elettiva, ormai svuotata dalla febbre del sovranazionalismo, delle burocrazie grigie e autoreferenziali che trovano in se stesse la fonte del loro potere e della sua legittimazione sine populo, ossia sulla “sovranità popolare” che quasi ovunque in Occidente è rimasta un guscio vuoto, tanto più che opposizioni e maggioranze governano insieme e pensano le stesse cose. Scrive il sociologo torinese:


«Ma il messaggio stava passando in Irlanda, come dovrebbe passare in Italia: attenzione, se al referendum vince il “sì” al matrimonio omosessuale – in Italia possiamo dire “se passa la legge Cirinnà” – arriveranno anche le adozioni e l’utero in affitto. E, siccome la maggioranza degli elettori in Irlanda era contraria alle adozioni, ogni persona convinta della verità di questa tesi diventava un votante per il “no”. Il governo irlandese – ed entrambi i principali partiti politici del Paese – erano tanto favorevoli al “matrimonio” omosessuale da espellere dalle proprie fila i contrari.


Hanno pertanto trovato un metodo semplicissimo per garantirsi la vittoria al referendum: con la forza dei numeri in parlamento hanno introdotto l’adozione omosessuale prima del referendum. A tempo di record il governo ha introdotto nel gennaio 2015 una legge che consente alle coppie omosessuali – sposate o non sposate non importa, e all’epoca il “matrimonio” ovviamente non c’era ancora – il pieno diritto a ogni tipo di adozione, l’ha fatta approvare alla Camera in febbraio e al Senato in marzo. È diventata legge il 6 aprile 2015. Ecco dunque smontato il principale argomento della campagna contro il “sì” al “matrimonio” omosessuale: “volete votare no perché siete contrari alle adozioni? Ma le adozioni ci sono già, e continueranno a esserci comunque vada il referendum”.


John Waters, scrittore irlandese
Questo era il primo dato. Ma ce n’è un altro: quello della Chiesa irlandese, che un po’ consapevole di quello che Introvigne dice sopra, ha del tutto rinunciato a combattere. E poteva essere persino plausibile, non fosse che hanno fatto lo sforzo opposto: non più di tre vescovi, in quel paese malato moralmente e non da mò…  da sempre a mio avviso, soltanto tre hanno tentato di annunciare battaglia, ma sono stati subito bruscamente zittiti dalla conferenza episcopale.


Non basta: i pezzi grossi dell’episcopato, a cominciare dall’arcivescovo di Dublino (qui), il primate, hanno detto – ma guarda un po’ che novità – che bisogna “dialogare coi gggiovani”. Ovverosia, ha spiegato dopo, occorre “prendere atto” della realtà. O per meglio dire, in soldoni: “adeguarsi allo spirito dei tempi” (ma lo aveva già anticipato in questo pensiero “originale” quell’altro smidollato del cardinale di Vienna, che lo disse papalepapale nel Duomo di Milano qualche mese fa). Spirito dei tempi, dicevo: il famigerato Zeitgeist hegeliano, miscelato poi dall’illusione marxistica del determinismo storico: la storia passata rappresentata come un regno oscuro e il perpetuarsi di un errore dal quale l’uomo ha cercato di affrancarsi, e, al contempo, vista come perpetuo inarrestabile progresso che si nutre del continuo superamento e dell’archiviazione dei dati passati in quanto “retrivi”. Una marcia verso le magnifiche sorti e progressive (già sentito, vero?) per arrivare infine non si sa dove: l’ultima volta fu a Occidente Hitler, a Oriente Stalin. Lo spirito del tempo è lo spirito del mondo. Ma lo “spirito del mondo”, dirà mi pare Gomez Davila, «altro non è che Lucifero».


Scrive un noto scrittore e giornalista irlandese, agnostico, John Waters (qui), radiato da tutti i giornali come “antidemocratico” (vi rendete conto di quanto poco conti ormai la logica?) e persino rinnegato dalla moglie quale “depresso che non sa d’esserlo”, come un pazzo dunque, per il solo fatto di essere anticonformista, ossia per non essersi piegato riverente e silente dinanzi allo Zeitgeist, e proprio per questo degno d’essere creduto avendo accettato di pagare con la sua pelle la libertà d’espressione, accettando il marchio d’infamia, scrive, dunque, quanto riporta Il Foglio, che ce lo presenta:


E’ stato piuttosto esplicito, durante la campagna, nel denunciare la timidezza della Chiesa Cattolica, ma mentre lo spoglio delle schede sancisce la vittoria del “sì” non cerca attenuanti, dice che la Chiesa è “fucking useless”, fottutamente inutile, “e citami pure, mi raccomando”. “I vescovi sono dei codardi, non hanno fatto praticamente nulla per fermare questa barbarie, e i due o tre che hanno fatto qualcosa sono stati pugnalati alle spalle dai loro superiori. Settimane fa ho implorato il nunzio in Irlanda di chiedere alla Santa Sede di prendere posizione, e non è successo nulla”.


Certo, ammette Waters, la Chiesa irlandese ha pagato un prezzo enorme per il dramma degli abusi del clero, attorno al quale è stata montata una campagna denigratoria dei media che va molto oltre quel capitolo oscuro, “ma questa non può essere una giustificazione per rimanere in silenzio”. “I media irlandesi – conclude Waters – sono violentemente ostili alla Chiesa, vogliono distruggere tutto quello in cui crede, ma lo stesso i preti e vescovi vogliono blandirli, cercano di piacere loro, e hanno paura di dire la verità”.


Mi ricordo, me lo hanno raccontato perché non ero nato, che negli anni ’60 prendevano in giro compativano e un po’ brutalizzavano i militanti cattolici, perché rifiutavano, almeno prima del ’68, di piegarsi allo Zeitgeist di quel tempo marchiato dall’ottimismo cieco verso l’inarrestabilità del “progresso tecnologico” che ogni conflitto e bisogno avrebbe risolto (facendo, va da sé, evaporare Dio) e il cui antesignano era, ma guardate un po’!, l’Urss. Già, perché lo Zeitgeist di quel tempo era proprio il marxismo sovietico del quale celebrarono la definitiva “vittoria” sulla storia, poco prima che s’incapricciassero, gli intellettuali a la page e dunque conformisti come sempre, di quello cubano e poi di quello cinese finché il Muro di Berlino crollatogli sul muso non gli fece passare il capriccio.


E passarono dall’ideologia rossa a quella verde… e poi, adesso, quella arcobaleno, così come, durante la guerra si erano lasciati prendere dalla febbre “bruna” e “nera”: conformisti come quelli che si vedono nel film di Totò Siamo uomini o caporali?


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