Primavera di vecchiezza

di Camillo Langone | 26 Maggio 2015 IL FOGLIO

Ma cos’è questa primavera di vecchiezza?

Vado a Genova e in pasticceria ci sono i Queen e al ristorante c’è Lucio Dalla (nemmeno l’ultimo bensì quello del 1979: “Stella di mare”).

Vado a Lucca e in vineria ci sono i Pink Floyd: che meraviglia “The dark side of the moon”, però poco meno antica del Minuetto di Boccherini.

Vado a Firenze, in Oltrarno, e in un posto aperto da poco diffondono Sade Adu, sogno anglo-nigeriano all’altezza cronologica del primo governo Craxi-Forlani



. Vado a Casalmaggiore e al bar ci sono gli Alphaville (“Forever young”, 1984), mentre in trattoria imperversano Claudio Baglioni e Fiorella Mannoia. Gli agnoli sono buoni eppure indigesti perché se nelle orecchie ti versano per due ore musica così vecchia (e stavolta così scadente, e così ad alto volume) la testa scoppia e lo stomaco si ritrova a pezzi.

Musica di trent’anni almeno, diffusa in locali con bariste, camerieri e avventori spesso sotto i trent’anni.

Che senso ha?

E’ come se negli anni Ottanta si fosse ascoltata quasi solo musica degli anni Cinquanta, negli anni Settanta musica degli anni Quaranta, negli anni Sessanta musica degli anni Trenta…

Non scherziamo, quando l’Italia si rinnovava, cioè figliava e si arricchiva, si ascoltavano canzoni nuove.

Il modernariato musicale è la colonna sonora del rattrappimento ma allora, se si è persa la curiosità di seguire la musica nuova perché è invecchiato il cuore, almeno se ne abbia coscienza, almeno si faccia silenzio.

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