L'INTERVENTISTA PENTITO

MARCELLO VENEZIANI


L'entusiasmo per il massacro, lo aveva chiamato Joseph de Maistre.


L'euforia della guerra come catarsi, ordalia sacra e antica festa crudele. Il caldo lavacro di sangue. Nel pulsare dell'interventismo, in Italia, i più fanatici – almeno nei discorsi – non furono i militari, i politici nazionalisti e i rivoluzionari d'assalto. Ma i letterati, i poeti e gli scrittori di lettere e pensiero. Gli esteti armati, si disse. Tra questi - futuristi, dannunziani e carducciani - si distinse uno fra tutti, Giovanni Papini.


Il precoce cofondatore del Leonardo, e poi di Lacerba e La Voce, il teppista delle Belle Lettere, lo scopritore di autori e talenti di provincia e del mondo, lo stroncatore dei letterati di latta, accademia e fuffa, l'annunciatore della morte dei filosofi e della loro materia, dopo l'annuncio nicciano della morte di Dio. Papini aveva scritto pagine di fuoco per incitare all'intervento, visto non solo come rivalsa rispetto agli altri popoli ma anche come rivoluzione per rigenerare l'Italia. La guerra sarebbe stata a suo dire il riscatto dalla mediocrità a pancia all'aria, dalla corruzione e dalla miseria d'animi, dal marciume e dal letame, politico e umano


. Il Risveglio e il Ricambio generazionale. Ma a differenza di altri letterati, interventisti intervenuti, Papini fu esonerato dalla guerra per la sua forte miopia. Armiamoci e partite.


Con la guerra venne per lui la delusione, il disgusto per le trincee, lo stesso disgusto che aveva colto un grande scrittore di guerra dell'altro versante, Ernst Junger, valoroso eroe di guerra e venerato autore di Tempeste d'acciaio. Ma per Papini con la delusione venne la conversione, la scoperta di Gesù Cristo. Così accadde che pochi anni dopo la guerra e l'avvento del fascismo, subito dopo la sua fortunata Storia di Cristo, Papini decise di fare i conti con l'interventismo.


E scrisse un libro che poi non volle pubblicare, La seconda nascita. Le sue pagine più salienti furono dedicate alla Mortura, come lui la battezzò, la vana giostra di sangue e orrore della Grande Guerra. E così la guerra benedetta ai tempi dell'interventismo diventò per Papini “un immane sciupio di sangue e di anime” che tutto “scompigliava, imbestiava e affoscava”.


Da qui prende le mosse un esercizio radicale di rimorso: “Mentre stavo colle mie figliole in casa mia, tra i miei libri, e il pane, milioni di uomini si accosciavano nelle trincee motrigliose”. Questo pensiero, confessò, lo perseguitava come un castigo e una vendetta. Era il “rimorso di aver consigliata la guerra e di vederla ora tanto diversa da quella che aspettavo; rimorso della mia inazione e rimorso di aver fatto, nella mia piccolezza, anche troppo; rimorso di aver preparato anch'io, col cinismo misantropico degli ultimi anni, quell'acciecamento spirituale che ora si sfogava nelle stragi; rimorso di sentirmi quasi complice, benché inerme, di quella forsennata devastazione di corpi, di cuori, di patrie”...


La conclusione era inesorabile: la guerra non era il nobile duello omerico, la giostra dei catafratti, la carica garibaldina; ma il macello scientifico, il massacro all'ingrosso, il sacrificio anonimo, la distruzione tenebrosa... Così quel “mio cinismo dei primi gioni era sparito, mutato in una pietà che non conoscevo”. Quanto ha contato lo spettacolo terribile del massacro nella conversione religiosa di Papini?


Dal punto di vista “ideologico” cos'era avvenuto in Papini? Era passato dal radicalismo rivoluzionario e futurista del periodo interventista a un maturo realismo conservatore d'ispirazione cristiana. La guerra veniva ora giudicata come il passaggio dalla barbarie sana e primitiva a una barbarie “purulenta e armata dalla scienza e dalla meccanica per moltiplicare la crudeltà e la distruzione”. La gloria e l'onore cedevano il passo alla Macchina da guerra. Anche Junger che aveva auspicato la Mobilitazione totale, aveva poi notato il prevalere della guerra di materiali sull'eroismo. La tecnica oltre l'umano.


In Papini restò l'amore per l'Italia, e quell'amore lo spinse tra le braccia del fascismo. E il suo revisionismo storico sulla Grande Guerra non cancellò la ragion patriottica e la convinzione che dopo l'unificazione nazionale del Risorgimento ci volesse l'unificazione popolare con le trincee. Nel frattempo però l'Italia in lui non era più quel giovine impetuoso che sognava il caldo lavacro della guerra; ma il retaggio antico di una storia, di una cultura, insomma di una civiltà che ebbe per padre l'impero romano e per madre la cristianità cattolica, apostolica e romana.


La guerra mondiale ora gli appariva come “il disfarsi precipitoso delle antiche unità civili, dell'Europa, della Cristianità, della Cosmopoli degli spiriti”. Dopo la ribellione, venne la tradizione. Papini non smise d'amare la sua patria, ma smise di pensare che in suo nome si dovessero compiere massacri. Però quel libro sincero e pentito non ebbe poi la voglia o il coraggio di pubblicarlo, se non traendo qualche stralcio. Uscì postumo, nel 1958. Dopo la morte venne così alla luce “la seconda nascita”.


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