SCOMMESSA SULLA MORTE

VITTORIO MESSORI (CITAZIONI)

SCOMMESSA SULLA MORTE




«Per quanto bella sia stata la commedia in tutto il resto, l'ultimo atto è sempre sanguinoso. Alla fine, con una vanga si getta della terra sulla testa. Ed ecco fatto, per sempre»


La morte è esorcizzata in tutti i modi. Essa dà fastidio alle società più avanzate, le quali cercano di attenuarne il più possibile la drammaticità, tanto che negli ospedali si lascia morire il malato, in quanto è possibile, senza che se ne accorga. La paura della morte e il conseguente proposito di non parlarne è imposto da questa società»


«Essa tende a trasformare il dolore e la sofferenza in un problema tecnico, e in tal modo spoglia la sofferenza del suo intrinseco significato personale»


«Non serve credere che, se tentiamo di ignorare qualcosa abbastanza a lungo, questo finirà con, lo sparire da solo» (p. 137). E l’Autore commenta: «Anzi qui più si aspetta, più il problema diventa incombente»


Siamo su una cattiva strada. Da questa avventura della vita nessuno di noi uscirà vivo.




Alla nascita non c'è rimedio: sin dalla culla siamo dei condannati a morte in un Paese ove l'istituto della grazia è sconosciuto.


Dice Jorge Luis Borges, lo scrittore argentino: «La morte è un'usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare». Tra i contemporanei gli fa eco Emil Cioran, il saggista franco-rumeno: «La morte è ciò che la vita ha sinora inventato di più solido e sicuro».


Tre secoli fa, un uomo che non aveva paura delle parole, Blaise Pascal, andava ancor più per le spicce: «Per quanto bella sia stata la commedia in tutto il resto, l'ultimo atto è sempre sanguinoso. Alla fine, con una vanga si getta della terra sulla testa. Ed ecco fatto, per sempre»


No, non siamo diventati eterni, neppure nell'era dei prodigi tecnologici. Non ti inganni il lampeggiare delle spie colorate sui marchingegni elettronici. Non ti illudano i cosiddetti "trionfi" della medicina. Qui poco o niente è cambiato da venticinque secoli, dal tempo del salmo biblico: «Gli anni della nostra vita sono settanta / ottanta per i più robusti … / passano presto e noi ci dileguiamo» ([Salmi] 89, 10)


La statistica ci segnala che possiamo contare in tutto su un venticinquemila giorni; qualche migliaio in più per qualcuno. Ma dopo non ce ne saranno altri. Per nessuno. Sì: anche per me che scrivo, anche per te che leggi sarà subito sera.




Con chi potrai confidarti, a chi potrai rivolgerti per attenuare un poco l'angoscia e la solitudine? [...] Ti rivolgerai allora al politico, al sindacalista, al sociologo? Ma tutti questi signori hanno da smerciare teorie e strategie solo per i forti, i sani, i giovani. Il vecchio e la sua prospettiva di morte sono doppiamente tabù perché mettono in crisi sia il loro potere che il loro profondo: che ne sarà della loro autorità e delle loro parole quando essi stessi non saranno che degli ex?
Pensa a uno dei nuovi, veri potenti delle società occidentali: il boss sindacale, almeno in certe versioni italiane contemporanee; non, è chiaro, in quelle coraggiose e benefiche di epoche passate, o anche di oggi in molti Paesi, magari in quelli dove – stando alle teorie – i sindacalisti non sarebbero più necessari perché i lavoratori stessi avrebbero già il potere... Qualcuno, qui, rischierà più che mai lo scandalo: di sindacati e sindacalisti – impone un dogma riverito – non si può parlare se non bene, anzi benissimo. Qui bisognerebbe sempre parlare in termini di nobili, disinteressati paladini dell'ideale, di cavalieri senza macchia e senza paura dell'Umanità. Ma io me la rido di quelli che infrangono le statuette dei vecchi santi per costruirsene altre nuove. Rifiuto di considerare categorie o persone non caso per caso, in base all'oggettività ma in base a pregiudizi, favorevoli o sfavorevoli che siano. Non riconosco come sacra alcuna istituzione umana: se voglio il "Sacro" so dove andarlo a cercare; preferisco l'originale, non le imitazioni. (Cap. II, Anni alla vita e non vita agli anni)


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