ARCHIVIO - La mostra dei Fenici: che bello se Annibale avesse preso Roma..

1989 MASSIMO FINI


La mostra dei Fenici che si è aperta in questi giorni a Palazzo Grassi è un ottimo pretesto per parlare di Annibale che dei Cartaginesi, o Fenici o Punici («gli uomini rossi» perché il loro luogo d'origine, la terra di Canaan, era il paese della porpora), fu il condottiero più famoso.



Negli anni '50 il mondo di noi ragazzini si divideva in categorie nette e inconciliabili: Bartali o Coppi, Ettore o Achille, i Romani o i Cartaginesi. lo ero per i Cartaginesi.


Ed ero, naturalmente, per Annibale. Innanzitutto mi affascinava la straordinaria bellezza dell'uomo di cui il libro di testo riportava il famoso ritratto che è al Museo Nazionale di Napoli: quel volto fiero, incorniciato dall'elmo, quel naso dritto, nobile, quella bocca dalle pieghe amare e quegli occhi d'una sospesa melanconia che, anche nel momento del massimo trionfo, sembrano guardare lontano, molto lontano, verso l'inevitabile sconfitta di Cartagine.


Niente a che vedere con Scipione, il suo antagonista, il cui busto è anch'esso esposto al Museo Nazionale: un burocrate calvo, dai radi baffetti, che sembra appena uscito da una banca per entrare immeritatamente, e con sua stessa sorpresa, nella Storia solo grazie al suo grande avversario. Insomma per Annibale mi presi una cotta furiosa


. E, sempre sul libro di testo, ne seguii le vicende con la trepidazione e la passione che si hanno per le imprese di cui si sa già che vanno a finir male. Il lungo assedio di Sagunto, i Pirenei, la battaglia del Rodano contro l'altro Scipione, Publio Cornelio, il passaggio delle Alpi con 50 mila soldati e 37 elefanti.


«Annibale fece transitare gli elefanti dove non sarebbe passato un uomo», scriveva il mio libro che era abbastanza abile a stuzzicare la fantasia dei ragazzi.


Quando arrivò nella pianura padana, l'esercito di Annibale era dimezzato: gli rimanevano ventimila fanti e seimila cavalieri. Solo un uomo dal fascino eccezionale poteva tenere in pugno un esercito decimato, sfinito, composto da elementi delle nazionalità più varie. Annibale fece un'infornata di Galli e proseguì la sua straordinaria cavalcata.


Il Ticino, la Trebbia, il Trasimeno (tre battaglie, oltretutto, facili da ricordare iniziando con la stessa lettera...). Quello che mi piaceva di Annibale è che pur essendo un grande stratega non disdegnava trucchi da Far West. AI Trasimeno fece passare di notte carri di buoi alle cui corna aveva fatto legare delle fiaccole in modo che i romani credessero che il suo esercito aveva oltrepassato il lago. Invece schierò i suoi uomini sulle colline che costeggiano il Trasimeno e quando i romani, ignari, si inoltrarono per lo stretto sentiero i cartaginesi gli piombarono addosso dall'alto e fu la carneficina.


Del resto stringere l'esercito avversario contro un corso d'acqua, così da impedire la libertà di movimento, era una delle tattiche predilette di Annibale, non per nulla tutte le sue battaglie portano il nome di fiumi o di laghi. Ripete questa mossa a Canne dove 80 mila romani, guidati dall'arrogante Varrone, furono sconfitti da 50 mila cartaginesi. Se ne salvarono solo cinquanta, fra cui Varrone, che ripararono a Venosa. Ancora oggi nella zona di Canne ogni tanto qualcuno si imbatte nelle ossa o nell'armatura d'un soldato romano.


I Cartaginesi arrivarono a 14 chilometri da Roma («Hannibal ad portas!»). La leggenda vuole che Annibale, travestito, si sia spinto a cavallo fin sotto le mura della città per guardare da vicino la sua grande avversaria. .Ed è verosimile perché Mommsen ci informa che il condottiero cartaginese amava camuffarsi spesso, con parrucche ed altro, «per accertarsi personalmente di ciò che gli premeva sapere»).


Quante volte, fantasticando sul mio libro di testo, ho immaginato la frustrazione di Annibale nell'essere così vicino al suo oggetto di desiderio e nel non poterlo possedere. Quante volte ho provato ad immaginare come sarebbe cambiata la storia se Annibale avesse preso Roma. Ma dalla madrepatria non gli mandavano i rinforzi necessari. Arrivò, alla fine, il fratello Asdrubale dalla Spagna, ma i Romani, con una marcia strepitosa, gli tagliarono la strada al verde Metauro e, due giorni dopo, catapultavano la testa di Asdrubale nel campo del fratello. Raccogliendola Annibale disse al suo luogotenente: «Ho capito, Maarbale, qual è il destino di Cartagine».


Dopo diciassette anni di ininterrotte vittorie dovette lasciare l'Italia. Vi era arrivato che era poco più che un ragazzo, la lasciava che era ormai un vecchio.


Poi vennero la sconfitta di Narragara (Zama), contro Scipione, nel 202 a.C., la richiesta della sua testa da parte dei vincitori, la sua fuga prima a Tiro, poi presso Prusia re di Biti


nia (dove, in una battaglia navale, ebbe modo di combinarne una delle sue, scaraventando sulle triremi nemiche vasi di terracotta pieni di vipere). Ma i romani, implacabili, lo raggiunsero e circondarono la sua villa. Allora Annibale si tolse l'anello e bevve il veleno che vi teneva racchiuso. Chissà se in quegli ultimi istanti avrà pensato alla sua vita, alla bella moglie Himilce lasciata giovanissima, al figlioletto che non ebbe il tempo di conoscere, agli amori mai consumati, per inseguire nient'altro che un sogno.


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