Vedo mia madre...

MARCELLO VENEZIANI

Prima di lasciare il mio paese, sono tornato a corso Umberto 117, dove incontrai la prima volta mamma, venendo alla luce. In casa, come un tempo si usava. Vedo mia madre una sera di febbraio partorire il quarto dei suoi figli, l’ultimo.


E poi vedo gli anni legati a quella casa delle origini. Ho accarezzato i suoi muri, sono entrato nel suo portone, ho ripercorso come un ladro e amante le sue scale. Ho rivisto una famiglia a tavola, mio padre di fronte a mio fratello maggiore, mia madre e mia sorella di fronte a mio fratello e a me, l’alternarsi di pietanze, posate e parole, le voci intrecciate, mia madre sempre in piedi…


Le sere d’estate insieme al balcone fino a che sonno non ci separi, le mattine d’infanzia risvegliate dal suo allegro rituale (tu sei sbaglia-cristiani, mi diceva, perché le facevo perdere tempo nei pigri giochi del risveglio) e poi da grande i mille ritorni a casa e i mille suoi viatici per la partenza, le cene eccessive e la guerra delle porzioni troppo abbondanti, il suo bacio a mio padre la mezzanotte del Duemila…



«Vai a dormire» mi ha ripetuto un paio di volte quella estrema mattina, le uniche cose che ha saputo dirmi, in un sussulto estremo di maternità. Il grembo del sonno provveda a darti quel riparo che io non riesco a darti. Frase delle più futili, e che tuttavia volevano risparmiare al suo figlio minore la fatica di vivere quando muore sua madre. Vai a dormire, cautelati, sottraiti allo spettacolo, tanto si muore da soli o in compagnia di presenze che non figurano agli sguardi del mondo. Dormi anche tu, Mimì, così ci sogniamo a vicenda.


M.V. - Ritorno al Sud


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