Marciare per non marcire, su Roma. Per la vita

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Domenica 10 maggio, ore 14, da Castel Sant’Angelo partirà la marcia in difesa della vita, che va rispettata in quanto tale sin dal concepimento. Almeno i cattolici, se ci sono, si facciano avanti. :

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Il 10 maggio a Roma si terrà la Marcia per la Vita, una manifestazione in difesa del diritto a vivere che fu cancellato con l’entrata in vigore della 194, legge che permette la soppressione del feto (o dell’embrione: chiamano così la vita umana, perché nessuno s’impressioni) nei primi tre mesi di gravidanza. Gli odierni “paladini della libertà”, cui è tanto cara questa legge omicida, sono gli stessi che sostengono che vi debba essere il diritto di morire (eutanasia) ma non il diritto di nascere (come prevede la 194, appunto).


Tutti coloro che sono stati ingannati e credono che non si tratti di soppressione della vita, lo vadano a dire ai (circa) 5 milioni di innocenti ammazzati tramite l’aborto terapeutico dal 1978 (anno in cui è stata istituita la 194) ad oggi.


Fra i tanti incoraggianti messaggi di adesione alla manifestazione, vi è anche quello del presidente del Pontificium Consilium Pro Familia, monsignor Vicenzo Paglia, che ha scritto: “Marciare per la Vita è, un po’, marciare per tutti coloro che non possono marciare da soli, perché ancora troppo piccoli o già troppo malati e deboli”.


Una società fallita quella che favorisce l’aborto


Sia chiaro che la Marcia non ha lo scopo di condannare le madri che hanno abortito, ma semplicemente di evitare che molti altri bimbi siano soppressi senza nemmeno poter venire al mondo. Le madri non sono assassine e non vanno giudicate, ma vanno comprese, aiutate e sostenute, esattamente al contrario di quanto avviene con la 194, che invece è una scaltra maniera per scaricare tutto il peso e le responsabilità sulla donna, a scapito suo e del figlio.


Abbiamo veramente fallito come società se la soluzione che offriamo a una donna in stato di gravidanza in difficoltà è di sopprimere proprio figlio, che è il dono più bello che si possa ricevere (anche quando non è pianificato).


La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo recita: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona” (art.3). Come attesta l’embriologia moderna, al momento del concepimento si forma un nuovo essere umano fornito di una propria struttura e distinto dall’organismo della madre, da cui dipende.


La scienza dice che il feto è, a tutti gli effetti, un individuo umano contraddistinto dalla madre, perciò la legalizzazione dell’aborto terapeutico vìola uno dei diritti principali, cioè quello alla vita. La donna ha diritto sul proprio corpo ma non su quello del figlio, il diritto alla vita di quest’ultimo deve venire prima di quello della madre di abortire.


L’aborto nessuna differenza con l’eutanasia neonatale


Non c’è da sorprendersi se alcuni abortisti sono anche in favore dell’eutanasia neonatale. E, paradossalmente, questa posizione è molto più coerente rispetto a quella di chi è in favore  dell’aborto ma non dell’eutanasia neonatale.


Se infatti il feto può essere soppresso, perché, non avendo le capacità funzionali di una persona, non può essere considerato tale, allora anche i neonati non dovrebbero essere considerati persone per lo stesso identico motivo. Le capacità funzionali non possono qualificare in alcun modo un soggetto. Lo stesso abisso di funzionalità che c’è tra un feto e un neonato, sussiste anche tra un neonato e un adulto.


E poi questi grandi sostenitori della “qualità dell’esistenza” guardano solo la crema dentro il pasticcino, dimenticando che essa non esisterebbe senza la pasta sfoglia che la sorregge; così gridano ai quattro venti che ciò che è fondamento della vita non è vita e negano che la crescita dell’essere umano sia una fase della vita in se stessa.


Molti si scandalizzerebbero se passasse una legge per regolamentare l’eutanasia neonatale, mentre per l’aborto, siccome la cultura dominante lo ha fatto passare per un diritto, nessuno si indigna, malgrado sia una pratica criminale.


Ciò che accade oggi con la legittimazione dell’aborto, altro non è che un ripetersi della Storia, in cui il più forte traccia il confine tra vita e non-vita, decretandolo a proprio piacimento secondo una logica di potere. Un tempo i neri non erano considerati persone umane, così da poterli rendere schiavi. Allo stesso modo, oggi i feti sono considerati solo degli insignificanti “agglomerati di cellule”. In Spagna addirittura un feto umano ha meno diritti di alcuni feti animali; gli scimpanzé, ad esempio, sono protetti sin dalla fase embrionale della vita.


I dati manipolati per avvalorare l’aborto


Certamente capita che le madri si trovino veramente in difficoltà e proprio non se la sentono di tenere il bimbo. Il problema è che il più delle volte si affronta la questione senza tenere in considerazione il feto, che anch’esso merita attenzione, oltre alla madre. Sbarazzarsene non è certo la soluzione. Inoltre, bisogna tenere conto che la legge fa cultura, non si possono assolutizzare alcuni casi specifici. L’aborto terapeutico, per esempio, con l’attuazione della legge 194, non solo è stato reso lecito, ma è anche stato promosso, giacché, essendo legale, ha conquistato la pubblica accettazione.


Per accertarsi che venisse approvata la 194, furono spudoratamente manomessi i dati riguardanti il numero di aborti clandestini e di morti da essi causate. Gli abortisti s’inventarono la “modica” cifra di 20 mila donne morte per colpa degli aborti clandestini l’anno (c’era perfino chi diceva 25 mila). Tuttavia, l’Annuario Statistico del 1974 riporta che le donne decedute in età feconda (dai 15 ai 49 anni) nell’anno 1972, cioè prima della legge 194, furono solamente 15.116. Attenzione: 15.116 sono le donne che morirono per qualsiasi causa, di queste una piccolissima percentuale è morta per aborto clandestino. In pratica, secondo le “inattaccabili” statistiche degli abortisti, nel 1972 sono morte 15.116 donne in età feconda, di cui 20 mila per aborto clandestino. Logico (?)


Oltre ai poveri bimbi abortiti ancor prima di nascere, le grandi vittime dell’aborto sono indubbiamente le donne. L’impatto che ha avuto la 194 sul mondo femminile è stato struggente.


Dolori addominali, nausea, mal di testa, vomito, diarrea, vertigini, sono solo alcuni degli effetti causati dall’aborto. Le conseguenze più gravi, quelle che permangono a lungo termine, sono di natura psichica: bassa autostima, senso di colpa, senso di alienazione, vergogna, isolamento, rabbia, difficoltà nel concentrarsi, episodi di pianto, incubi, pensieri di suicidio, ecc.


Secondo uno studio condotto dalla dottoressa Priscilla Coleman della Bowling Green State University dell’Ohio, pubblicato nel 2011 dall’autorevole rivista scientifica “British Journal of Psychiatry”, nelle donne che si sono sottoposte all’aborto la probabilità che si manifestino tendenze suicide aumenta del 155 per cento. La ricerca ha coinvolto circa 877.000 donne, appurando che le madri che avevano vissuto il dramma di un aborto erano rispettivamente 110 e 220 per cento più propense ad affidarsi all’uso di alcol e di droghe.


E menomale che la 194 aveva lo scopo di tutelare la salute delle donne…


Le migliori intenzioni per giustificare le peggiori cose


Infine, non si pensi che la 194 sia stata fatta in buona fede o per nobili cause. Dietro ad alcune apparenti ragionevoli motivazioni per supportare questa legge iniqua, in realtà si cela, come spesso accade di questi tempi, l’obiettivo di servire il dio denaro. La rivoluzione della sinistra sessantottina, paradossalmente, è risultata funzionale all’ultra capitalismo. Non si può tacere che le donne sono state ingannate con l’aborto e rese serve del capitale, che non vuole madri ma donne indipendenti; non vuole famiglie bensì atomi individualisti servi del consumismo. Per via del suo effetto di disgregazione della famiglia, e perciò stesso della creazione di una comunità non comunitaria, l’aborto terapeutico contribuisce a inserire la donna in una logica capitalistica che punta a far prevalere il dogma neo-liberista per cui non esiste una comunità, esistono solo individui.


Tanti cattolici, pur essendo rigorosamente contro la legge 194, si chiedono se sia giusto partecipare alla Marcia. In fin dei conti, si tratta comunque di un mezzo mondano, quindi la domanda è tutt’altro che stupida. Non potendo concordare con il relativismo di questo mondo, c’è sempre la tentazione di ridurre il cristianesimo a una battaglia contro qualcuno. Infatti, il cristianesimo non può e non deve divenire una negazione, perché Cristo è la più alta affermazione dell’uomo. È bene che l’annuncio e la testimonianza abbiano il primato sulla denuncia. Detto questo, la difesa dei principi non negoziabili esige una militanza. Specie se si tratta di un tema così delicato come la sacralità della vita nascente, bisogna opporsi con decisione, sfruttando tutti gli strumenti che Dio ci dona, anche una manifestazione. Non è possibile fare il bene senza anche occuparsi di contrastare il male. “Non basta asserire la verità, laddove è necessario, bisogna anche saperla difendere”, diceva Santa Caterina da Siena. La Marcia è una testimonianza pubblica, un segno visibile che riflette l’esortazione di Papa San Pio X: “Si deve combattere non con mezzi termini, ma con coraggio; non di nascosto, ma in pubblico; non a porte chiuse, ma a cielo aperto”.


Domenica 10 maggio, ore 14, da Castel Sant’Angelo partirà la marcia in difesa della vita, che va rispettata in quanto tale sin dal concepimento. Almeno i cattolici, se ci sono, si facciano avanti.


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