Il marchio della bestia. La fede low cost, la religione commercializzata (2)

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PARTE 2


Il marchio della bestia. La fede low cost, la religione commercializzata


Più simpatici, più cattolici?
Strategie di brand marketing


Una volta profanato e poi dissacrato tramite il grottesco, il riduzionismo psicologista e il complottismo, il cristianesimo è pronto per uscire dalle nicchie specialistiche e diventare un prodotto di largo consumo.


Occorre organizzare prima una campagna di brand marketing che conferisca al nuovo prodotto che sta per essere lanciato sul mercato le caratteristiche necessarie per avere successo.


Occorre informare il pubblico che il nuovo prodotto è di facile, semplice e veloce accesso. Facile, perché è friendly ossia di agevole utilizzo; semplice perché è immediatamente comprensibile senza troppi misteri; veloce, ossia non richiedere più lunghi e penosi processi di conversione.


Sul fondamento di questi presupposti il prodotto deve quindi avere almeno altri quattro requisiti “tecnici”: deve essere universale, low cost, soggetto a periodici restyling e avere un buon packaging.


La Messa “divertente”.
Per essere universale deve essere transculturale, incontrare i gusti dei consumatori del sacro sempre e ovunque. Deve quindi perdere le sue caratteristiche peculiari che lo rendono troppo legato alla cultura cattolica. Deve essere poco papista per compiacere protestanti e ortodossi,  poco trascendente per compiacere i laicisti, poco dogmatico per adattarsi alle esigenze di tutti.


Inoltre deve essere low cost, cioè acquistabile a una cifra modesta. Il che significa che non deve impegnare troppo in lunghi e difficoltosi cammini di conversione e revisioni dello stile di vita che implichino una dolorosa messa in discussione delle proprie precedenti certezze. Queste possono ora permanere perché sono perfettamente conciliabili col nuovo prodotto.


Deve essere soggetto a periodici restyling per evitare che diventi obsoleto e quindi passi di moda. Deve mettersi alla scuola della storia umana, leggerne le tendenze e adattarsi alle nuove congiunture culturali o mode che di volta in volta si affermano.


Infine deve presentarsi con un packaging adatto, cioè deve avere una confezione che identifichi immediatamente il prodotto. Il suo involucro deve quindi essere attraente, accattivante, deve sedurre il consumatore. Al contempo deve essere sobrio, austero, quasi squallido per non apparire il prodotto di lusso che non è e scoraggiare gli acquirenti. Tutto ciò che rimanda alla maestà deve quindi diventare spartano, la solennità deve essere spogliata dagli orpelli, le chiese stesse assomigliare più a un fabbricone dismesso che a un luogo di culto.


E com’è il nuovo tipo di credente?


Per il nuovo tipo di credente tutto deve essere a misura sua: anche Dio.
In definitiva abbiamo ora un prodotto flessibile a buon mercato che può essere fruito in tempi brevi: i sacramenti possono essere assunti anche senza previa confessione, i matrimoni senza vincoli sacrali troppi impegnativi, l’esperienza religiosa deve appiattirsi a livello di produzione nel sociale. Soprattutto il “prodotto cristianesimo” per essere appetibile dal cliente/consumatore non deve intralciare la propria visione del mondo e dell’uomo: gli affari sono affari e Dio è Dio. E’ bene questi due aspetti siano ben distinti e separati: si potrà quindi essere cristiani e abortisti, cristiani e divorzisti, cristiani e laicisti, cristiani atei perfino.


Modellato il prodotto religioso occorre poi modellare il consumatore del prodotto stesso: occorre trasmettere la convinzione secondo la quale è perfettamente legittimo pretendere dalla fede tutto e subito. Il credente deve diventare una sorta di adolescente piagnucoloso e ostinato che non fa altro che volere un prodotto religioso che si adatti non alle sue esigenze, ma alle sue voglie.


Il credente moderno deve essere accontentato qualsiasi cosa chieda, non educato, né tanto meno responsabilizzato; occorre dargli subito ciò che gli si insegna a chiedere e non educarlo a domandare ciò che sarebbe opportuno chiedere. Non deve volersi impegnare al fine di soddisfare un bisogno reale, ma deve pretendere l’immediata soddisfazione di un bisogno indotto.


Comunione per tutti.
Se vuole accedere ai sacramenti in stato di peccato grave, se vuole perseverare negli eccessi, se vuole essere corrisposto in tutte le sue voglie, deve essere soddisfatto. L’autentica coscienza che si esplicita nel chiedere ciò che sarebbe opportuno chiedere per la propria salute spirituale deve essere oscurata e scalzata dalla falsa coscienza di una volontà capricciosa ed eterodiretta, che si placa solo se viene saturata in modo effimero e senza sforzi ogni voragine esistenziale.


Un modo per sopravvivere ancora un po’ in attesa della prossima crisi, un farmaco che serve solo a superare le fasi acute della malattia senza guarirla. Del resto come insegna uno dei più celebri slogan di mercato “il cliente ha sempre ragione”.


Un cristianesimo artefatto si sovrappone così al cristianesimo autentico, un cristianesimo di facile accesso scalza il cristianesimo che passa per la porta stretta, il cristianesimo mass mediatico rimpiazza il cristianesimo del catechismo. Un cristianesimo liscio, levigato e smussato deve sostituire il cristianesimo ruvido, esigente e fastidioso che pretende di porsi non come diritto, ma come conquista.


La pubblicità dei jeans Jesus: la prima delle più irriverenti.
Quell’assordante silenzio


Nel 1973 le città italiane furono tappezzate dai manifesti della pubblicità dei jeans “Jesus” accompagnati dallo slogan “Non avrai altro jeans al di fuori di me”. I manifesti furono tolti dall’autorità pubblica dopo un articolo di lamentela apparso sull’“Osservatore Romano”.


Allora Pier Paolo Pasolini scrisse uno dei suoi più efficaci articoli dal titolo “Analisi linguistica di uno slogan” in cui lo scrittore denunciava l’errore storico compiuto dalla Chiesa la quale pensava di potersi servire del regime liberale come si era servita del fascismo. Cioè, secondo Pasolini, la Chiesa aveva concluso con lo stato borghese una specie di baratto: in cambio dell’avallo morale al regime liberale, questo stesso regime, tramite l’autorità pubblica, si impegnava a difendere la religione.


E infatti prontamente i manifesti furono rimossi. Astutamente peraltro lo stato liberale poté eseguire la rimozione senza subire troppe critiche dal momento che la colpa di tanta arretratezza culturale venne fatta ricadere sulla Chiesa e il suo vecchio e anchilosato moralismo.


Pasolini rimproverava alla Chiesa la sua alleanza con il regime liberale.
Tuttavia, concludeva Pasolini, il ghiaccio era ormai rotto: lo stato liberal borghese ormai era pronto per reggersi sulle sue gambe senza necessità di appoggiarsi alla stampella della Chiesa. La rimozione dei manifesti era solo uno degli ultimi gesti di tutela della religione tramite vecchi uomini d’apparato ormai in declino che stavano per essere scalzati dai rampanti “tecnici” della nuova società industriale come Oliviero Toscano, ideatore della campagna dei jeans “Jesus”.


Quella profezia si è avverata: nessun organo di stampa cattolico si è minimamente scandalizzato, ad esempio, per la pubblicità della Tim o della Lavazza. E’ stato pacificamente accettato da parte cattolica che si potessero trasformare i cardini della fede in articoli di largo consumo esattamente come molti altri prodotti che intasano il mercato.


D’altra parte anche a livello di omelie il tema della trascendenza è stato discretamente accantonato come si farebbe con un oggetto di cattivo gusto in un salotto di prestigio. Il capitalismo commerciale del resto, almeno per ora, ha  ancora un residuo d’interesse per il sacro a fini di sfruttamento lucrativo più o meno come si fa con una miniera in via di esaurimento da cui sia ancora possibile estrarre un po’ di minerale.


L’ultimo baluardo che si tenta di distruggere: la famiglia.
Entrati nel circuito commerciale non se ne esce 


La Chiesa peraltro non ha scelta: nemmeno se volesse ora è in grado di attivare quei vecchi magistrati o poliziotti o politici cattolici che una volta l’avrebbero difesa per l’ottimo motivo che quei vecchi esponenti che vicariavano il potere temporale della Chiesa, cui la Chiesa stessa ha rinunciato, non ci sono più. La Chiesa ora, nuda e indifesa, è costretta a giocare a carte col diavolo e accettare il ruolo subalterno in quella che possiamo definire una brutale amicizia col regime consumistico, ossia uno di quei rapporti dalla vaga connotazione sado – maso o vittima – carnefice che lega un soggetto dominante a uno soggiacente.


Una volta fatta entrare la vita religiosa, l’eternità, i simboli sacri e perfino la vita biologica nel circuito commerciale tramite la profanazione e la dissacrazione, l’ultima battaglia che il consumismo deve vincere prima di commercializzare definitivamente la fede in tutti i suoi aspetti e quindi massimizzare il profitto è quella contro la famiglia.


Si tratta di una strategia liquidatoria odiosa, ma non irragionevole: il consumismo deve stimolare ai consumi il segmento potenziale di mercato costituito da coloro che fino a ieri disponevano di una visione del mondo alternativa, almeno in occidente, modellata dal cristianesimo.


Oggi sembra necessario ribadire l’ovvio.
L’ethos cristiano, infatti, sia nella sua confessione cattolica che protestante, ha sempre promosso la sobrietà nello stile di vita, la capacità di compiere rinunce e sacrifici, un certo distacco dai beni materiali. Inoltre la famiglia cristianamente configurata implica sacrificio, risparmio, riduzione dei consumi per i beni voluttuari (ossia quasi tutti), accantonamento delle risorse economiche per progetti a lungo termine.


Mentre il mercato ha bisogno di edonismo, prodigalità, incremento dei consumi e quindi di single capricciosi e immaturi che vogliono spendere quello che risparmierebbero se avessero famiglia,  guidati dall’impulso compulsivo a fare shopping, perfettamente omologati in un eterno presente caratterizzato dal mito giovanilistico costruito artificiosamente per cui occorre essere arroganti, aggressivi, goderecci, stracolmi di status symbol spesso costosi da esibire per avere una identità sociale. Identità sociale non più conferita dalla religione, ma dal brand cui si aderisce il quale non è più un semplice logo, ma un sistema di valori che si decide di sposare.


Il nuovo totalitarismo del brand lascia libero il corpo e imprigiona direttamente l’anima.


Insomma i cristiani, più di un miliardo di potenziali e renitenti consumatori, devono diventare come tutti gli altri, adeguarsi allo shopping per noia e disperazione. Per raggiungere questo obiettivo la strategia di marketing più performante consisteva nel dissacrare la religione e provocarne il declino nella sua forma storica e brandizzare in sua sostituzione una versione accomodante e funzionale alle esigente del mercato ossia dei consumatori.


Depotenziato l’antidoto anche ai cristiani mancano gli anticorpi. E l’infezione dilaga.


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