Lo Stato che tentò di condannare a morte Dio: l'Albania comunista

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Dalla Seconda Guerra Mondiale all’inizio degli anni Novanta, quella albanese è stata una vera “Chiesa del silenzio”, silenziosa più di altre.


Sono abbastanza note le storie di campioni della fede di altri Paesi che hanno vissuto sotto il totalitarismo comunista, come quelle del primate polacco Wiszynsky, di quello ungherese Mindszenty o dei cecoslovacchi Tomasek e Vlk. I martiri albanesi della fede sono praticamente sconosciuti ai più, anche se non sono stati, di certo, meno eroici.


Sradicare Cristo dall’Albania fu una impresa difficile per i comunisti, che dovettero usare particolare brutalità per riuscire nei loro terribili scopi. Il cristianesimo affondava le radici nell’evangelizzazione di San Paolo a Durazzo negli anni successivi alla morte di Gesù e già nel 58 dopo Cristo le comunità locali avevano un loro vescovo, il futuro San Cesare. Tre secoli dopo, l’intero Paese era cristiano e contava ben cinquanta sedi vescovili, nonostante i massacri posti in essere dai Romani prima che fosse decretata la libertà di culto.


Nei 1.700 anni successivi, le comunità cristiane crebbero, grazie anche all’opera instancabile di francescani e gesuiti, anche se vissero numerosi martiri per mano dei musulmani, la cui influenza, in alcuni periodi storici, si fede molto forte nel Paese. In Albania i cristiani convissero per secoli con i musulmani, perlopiù pacificamente. Né i Romani né gli islamisti cancellarono il cristianesimo dall’Albania. Dove non riuscirono loro, riuscirono i comunisti.


Il dittatore albanese Enver Hoxha.
Il dittatore vuole una chiesa patriottica. Il clero una chiesa romana


Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, i marxisti, che avevano combattuto e vinto i fascisti, presero il potere in Albania. Su indicazione dell’Unione Sovietica che aveva preso, dopo gli accordi di Yalta, il dominio di fatto sull’Europa Centro-Orientale, instaurarono un regime comunista monopartitico. La persecuzione contro i fedeli di ogni religione fu una conseguenza tanto automatica quanto immediata. Uno dei primi atti di ostilità verso i cattolici avvenne nel 1945, quando fu rifiutato l’ingresso nel Paese al nunzio apostolico Leone Giovan Battista De Nigris, rientrante da Roma, dove aveva incontrato Pio XII. La Chiesa albanese, infatti, non doveva più essere sottomessa al Papa, nelle intenzioni di Enver Hoxha, leader della resistenza nazifascista, uomo di cultura nazional-comunista, che era diventato il nuovo forte del Paese.


Hoxha chiese a gli alti prelati cattolici del Paese di abbandonare ogni legame con il Vaticano e di creare una chiesa patriottica, staccata dal Papa romano. I vescovi risposero uniti e sdegnati: il loro fu un “no” deciso. “Io non separerò mai il mio gregge dalla Santa Sede” rispose ad Hoxha monsignor Frano Gjini, che, proprio per questo rifiuto, sarebbe stato ucciso nel 1948. Fu torturato pesantemente, ma non cambiò idea.


Quando fu letta la sentenza che lo condannava a morte rispose: “Io sto per morire perché sono rimasto fedele alla legge di Dio e mi sono opposto alle vostre leggi che sono contrarie a Dio e al popolo.” Mentre lo portavano davanti al plotone di esecuzione fece coraggio ai suoi compagni dicendo “comportatevi con coraggio perché state per morire per Cristo”. Le sue ultime parole furono: “Gloria a Cristo Re, all’insegnamento cattolico e a tutti i cattolici del mondo. Lunga vita al Papa. La mia vita ed il mio sangue rimangono qui, ma il mio cuore e la mia anima sono con il Papa. Viva l’Albania!”


Monsignor Frano Gjini rifiutò di separare il “gregge” albanese dal Papa
I sacerdoti cattolici albanesi non arretrarono di un passo e si distinsero per la loro fede: nessuno mai pensò seriamente di accondiscendere alle richieste del dittatore e formare una chiesa patriottica. L’ira di Hoxha crebbe a causa di questi rifiuti. Con accuse inventate, poco a poco, il clero albanese fu decapitato dei propri vescovi e quindi decimato. Così, la persecuzione su vasta scala ebbe inizio.


Nel 1946 fu proclamata la repubblica popolare albanese e poco dopo il Governo chiuse tutte le scuole private, a cominciare da quelle religiose. Le tipografie gestite dal clero subirono la stessa sorte. Fu severamente proibita la stampa di opuscoli o libri di carattere religioso.


Biblioteche, musei, collezioni di oggetti religiosi subirono devastazioni o, quando andava bene, furono sequestrate. Le associazioni religiose furono soppresse, a cominciare dall’Azione Cattolica. Il culto non fu vietato, ma diventava pericoloso esercitarlo pubblicamente, perché sacerdoti e fedeli subivano ritorsioni e si rischiava di essere spiati dalla polizia politica, la famigerata Sigurimi. Le uccisioni di religiosi furono all’ordine del giorno e, nonostante il Governo assicurasse che nel Paese vigeva la libertà di religione, cominciò a diventare difficile anche trovare chi potesse dir messa.


La Chiesa albanese, una Chiesa di martiri


Don Lazer Shantoja subì torture indicibili, ma non perse mai la fede
Vescovi e sacerdoti subirono processi farsa con le accuse più assurde, come quelle di essere delle spie del Vaticano. In molti casi, i preti non arrivarono nemmeno ad essere giudicati all’interno di processi sommari, perché vennero uccisi prima. Molti subirono torture indicibili. Come loro, anche molte religiose. Anche centinaia di laici credenti subirono torture inenarrabili e si dimostrarono degni del loro clero.


La prima vittima tra il clero fu don Lazër Shantoja, torturato dai comunisti, che gli spezzarono mani e piedi, riducendolo in uno stato tale che la stessa madre, disperata, chiese di poter comprare lei stessa il proiettile affinché lo uccidessero, cosa che in effetti avvenne. Il seminarista Mark Çuni fu fucilato dopo aver gridato “Viva Cristo Re e perdoniamo i nostri nemici.” Don Lekë Sirdani e don Pjetër Çuni morirono affogati dopo essere stati immersi con la testa in giù in un pozzo nero. Padre Benardin Palaj fu torturato e si ammalò di tetano, che lo portò ad una morte dolorosa. A padre Serafin Koda fu tagliata la gola e tirata fuori la laringe. Il corpo di padre Mark Gjini fu dato in pasto ai cani dopo la sua uccisione tramite soffocamento: quando gli avevano chiesto di rinnegare Gesù, anche lui aveva risposto “viva Cristo Re”.


Papa Josif, sacerdote cattolico di rito bizantino, fu sepolto vivo nel fango di una palude. I gesuiti Giovanni Fausti e Daniel Dajani furono fucilati perché, a loro insaputa, alcuni seminaristi avevano fondato una organizzazione nazionalista e stampato alcuni opuscoli propagandisti. Padre Frano Kiri fu legato per tre giorni e per tre notti ad un cadavere in decomposizione. Padre Gjon Karma fu chiuso vivo in una bara.  Arcivescovi e monsignori furono accusati di aver nascosto delle armi nelle loro chiese. Ai sacerdoti venne chiesto in ogni occasione di rinunciare al loro abito ed al loro ministero. Nessuno di loro accettò e a decine furono, come conseguenza, imprigionati dal regime.



Hoxha aveva, via via, rotto prima i rapporti con la Jugoslavia e poi con l’Unione Sovietica, considerando che quei regimi non fossero sufficientemente marxisti.


Cercò sponde nella Cina, di cui ammirava il modello politico ed economico, e lanciò, nel 1967, la “rivoluzione culturale albanese” sul modello di quella maoista attuata nel Paese asiatico: nei mesi seguenti Hoxha avrebbe addirittura tirato fuori l’Albania dal Patto di Varsavia. Il dittatore era ormai pronto ad assestare il colpo di grazia alla Chiesa cattolica, che soffrì una recrudescenza della persecuzione. I pochi simboli cristiani rimasti, anche nelle regioni più lontane dai grandi centri abitati, furono cancellati.


Tutte le chiese rimaste in piedi, come pure le moschee, furono chiuse ed alcuni santuari, a cui il popolo era molto legato, distrutti. Gli edifici lasciati in piedi subirono, in molti casi, terribili profanazioni o furono trasformate in stalle per il bestiame, granai o, nei casi migliori, in biblioteche, palestre, tribunali. Fu vietato ai genitori di dare nomi di carattere religioso ai propri figli ed i villaggi con nome di santi cambiarono tutti nome. La radio di Stato cominciò a mandare in onda i processi farsa contro i credenti. I resoconti venivano riassunti e trasmessi la domenica mattina all’interno di un programma intitolato “L’ora gioiosa”, irradiato negli orari in cui tradizionalmente la popolazione andava a messa. La situazione per i cattolici peggiorò anno dopo anno, la persecuzione si fece più violenta. I cattolici che non venivano uccisi diventavano imputati in processi farsa e condannati e decenni di prigionia e di lavori forzati.


L’Albania, il primo stato ufficialmente ateo del mondo


Il gesuita Giovanni Fausti, altra vittima della persecuzione in Albania.
Contemporaneamente fu rafforzata un’opera propagandistica di discredito delle religioni e dei ministri di Dio


. “Ogni fascista portatore di un vestito clericale deve essere ucciso con una palla nella testa e senza processo” era ormai uno dei motti preferiti dei comunisti albanesi.


Hoxha voleva che la sua nazione diventasse completamente atea e che i cittadini non aderissero in maniera passiva a questi inviti ma che si convincessero intimamente dell’inesistenza di un qualsiasi Dio. In ogni occasione, lo Stato inculcava concetti legati alla non esistenza di entità superiori e dell’illusorietà della fede religiosa. L’Albania era ormai entrata in guerra contro Dio. Il 15 febbraio 1967 sulle porte delle chiese e delle moschee di tutta l’Albania, uomini del regime affissero dei “manifesti di critica” e non permisero a nessuno di entrare negli edifici sacri.


Il 26 giugno 1967 fu chiusa l’ultima chiesa in Albania i cui fedeli avevano resistito, quella intitolata al Sacro Cuore di Gesù a Tirana.

L’11 giugno 1971, nell’ex cattedrale di Tirana, ormai trasformata in un palazzetto dello sport, il dittatore Enver Hoxha, nel corso di un “Congresso della Donna”, si scagliò ferocemente contro il cristianesimo e qualche mese dopo lo stesso leader inveì, nel corso di uno suo discorso, addirittura contro la Madonna Immacolata.


Scutari. Memoriale della persecuzione al Convento delle Clarisse.
Pochi anni dopo, Hoxha ebbe gioco facile nell’affermare trionfalmente che l’Albania era ufficialmente uno “Stato ateo”, il primo del mondo in cui l’ateismo era un valore inciso nella Costituzione. “Il nostro partito ha prima piegato il braccio della chiesa cattolica e, adesso, le abbiamo tagliato la testa” poté dichiarare orgogliosamente il dittatore. 


Infatti, nel 1976 il “valore” dell’ateismo fu meglio sistematizzato nella Carta fondamentale albanese: l’articolo 37 recitava così: “Lo Stato non riconosce alcuna religione e sostiene la propaganda atea per inculcare alle persone la visione scientifico-materialista del mondo”. La Costituzione vietava “ogni tipo di organizzazione di carattere fascista, anti-democratico, religioso o anti-socialista” nonché la propaganda legata a questi tipi di organizzazione. Nel codice penale fu inserito un articolo che prevedeva il carcere per un periodo tra i tre ed i dieci anni per chiunque fosse stato giudicato colpevole di propaganda religiosa e produzione, distribuzione o immagazzinamento di scritti religiosi. Somministrare i sacramenti divenne un reato passibile di condanna a morte.


Morto Hoxha nel 1985, la situazione si attenuò, ma non cambiò. Il suo successore Ramiz Alia non cambiò le norme contro la religione, ma si focalizzò, innanzitutto, nel cercare di mettere su una serie di riforme economiche e sociali per cercare di risollevare un Paese che viveva nella miseria, ma ebbe scarso successo anche a causa dell’isolazionismo in cui Hoxha aveva chiuso il suo Paese. Per quanto potè, anche Ramiz Alia continuò a schiacciare i fedeli di tutte le religiosi con pugno di ferro, ma il regime non poteva durare ancora a lungo: alla fine degli anni Ottanta, infatti, l’Albania era un Paese allo stremo ed il progressivo crollo del comunismo nei Paesi vicini non faceva dormire sonni tranquilli ad Alia, che sentiva scricchiolare sotto i piedi il suo potere.


“Hanno voluto uccidere Dio”: un libro che racconta il dramma del primo stato completamente ateo.
Cade il comunismo, torna la libertà religiosa

.

Nel 1989 a Gonxhe Bojanxhu, meglio nota come Madre Teresa di Calcutta, nata albanese nel 1910 a Skopje, fu straordinariamente consentito di rientrare nella sua patria.


Le fu consegnato il passaporto albanese e lei lo accettò “con piacere perché è il passaporto del mio Paese, dove ho mia madre, mia sorella e tanti amici e conoscenti.”


Negli anni seguenti madre Teresa aprì in Albania numerose opere di carità, con il beneplacito governativo. Quello albanese fu l’ultimo regime comunista a cadere, sopravvivendo ancora diversi mesi alla caduta del Muro di Berlino. Nel 1990 il governo decretò la liberà religiosa, poi il multipartitismo


. Mentre tutti gli altri leader comunisti europei venivano spazzati via dall’incedere della Storia, Alia si candidò alla carica di presidente della Repubblica e riuscì pure a vincere. Un anno dopo, però, fu costretto a dimettersi dalle pressioni interne e successivamente fu condannato al carcere.


Uno dei fiori più belli della terra albanese: la beata Teresa di Calcutta
Per i cattolici l’incubo della persecuzione violenta svaniva, ma fu subito evidente che evangelizzare nuovamente la popolazione in un Paese che per decenni aveva vissuto lo sradicamento della fede sarebbe stata un’opera più difficile che altrove, perché più violenta e senza periodi di mitigazione era stata la persecuzione del clero e dei fedeli. Il regime comunista aveva ucciso decine di sacerdoti, centinaia di fedeli e distrutto o modificato la destinazione d’uso di oltre duemila edifici di culto.


Nel Paese, alla fine del comunismo, erano rimasti appena trentatré preti, tutti molto anziani, che non avendo avuto contatti con l’esterno da decenni non avevano la benché minima idea di quali enormi cambiamenti avessero attraversato il mondo da alcuni decenni.


Nessuno di loro sapeva nulla delle decisioni prese nel corso del Concilio Vaticano II, né che sul trono di Pietro sedesse un uomo dell’Europa centro-orientale come loro, il polacco Giovanni Paolo II.


Il 4 novembre 1990 fu celebrata una santa messa di riparazione al cimitero cattolico di Scutari, che era stato profanato dai comunisti nei decenni precedenti. Fu la prima messa liberamente celebrata nel Paese dopo decenni di dura repressione, nonché la prima opportunità di pregare sulle tombe dei propri cari senza rischiare la vita.


Ramiz Alia, il dittatore successore di Enver Hoxha
Oggi in Albania Dio è vivo e vegeto


I sacerdoti superstiti provarono a riorganizzarsi, riprendendo a celebrare la messa ovunque potevano, soprattutto nei cimiteri, a somministrare i sacramenti, a riunire gruppi di fedeli, ma da soli non avrebbero mai potuto farcela. Il 20 marzo 1991 sbarcò a Tirana il delegato pontificio, monsignor Claudio Maria Celli per una prima ricognizione dei bisogni dei cattolici rimasti. Nel maggio del 1991 la Santa Sede diede incarico ad una commissione composta da monsignor Ercole Lupinacci, eparca delle comunità albanesi in Sicilia, monsignor Vincenzo Paglia, vicino alla Comunità di Sant’Egidio, e dal gesuita Pietro Maione di girare in lungo e in largo l’Albania, di informarsi sulle condizioni del clero e dei fedeli e di dare ogni tipo di supporto possibile


. Ai sacerdoti raggiunti fu necessario insegnare le novità liturgiche e spiegare, come a dei bambini, come era cambiata la Chiesa cattolica negli anni precedenti. In vita era rimasto un solo vescovo, anziano, malato e compromesso con il regime comunista, che salutò i presuli venuti da Roma addirittura con il pugno chiuso. Nel 1991 la Santa Sede ristabilì le relazioni diplomatiche con il nuovo governo democratico albanese nominando un nunzio apostolico, l’indiano Ivan Dias, successivamente creato cardinale da Giovanni Paolo II.


C’era, però, bisogno di dare un segnale più forte per infondere coraggio nella popolazione cattolica albanese e decise di darlo personalmente lo stesso Pontefice.


Giovanni Paolo II bacia la terra albanese al suo arrivo a Tirana
Accompagnato anche da madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo, il 25 aprile 1993, visitò in una sola giornata Scutari e Tirana, consacrando personalmente cinque nuovi vescovi. Qualche mese dopo, nel novembre del 1994, Giovanni Paolo II nominò il primo cardinale albanese della storia, il novantaduenne Michel Koliqi, un semplice sacerdote che sotto il regime comunista aveva passato in carcere, sottoposto ai lavori forzati, ben 21 anni solo per aver insegnato la fede cattolica ai giovani: una scelta simbolica, ma che diede forza ai fedeli albanesi. Fu aperto a Scutari un seminario interdiocesano e numerosi missionari e suore cominciarono ad affluire da ogni parte del mondo per rilanciare l’opera di evangelizzazione bruscamente interrotta dal regime comunista, nel solco di San Paolo.


Oggi in Albania sono erette cinque diocesi, tutte nel Centronord, in quanto è lì che si concentrano i cattolici; per il Centrosud, invece, c’è una amministrazione apostolica. Le condizioni per i cattolici in Albania, però, continuano a non essere facili. Per cinquant’anni, infatti, ai cattolici è stato vietato l’accesso alle università ed oggi molti vivono alla base della scala sociale, come paria. Sono pochi i cattolici che occupano funzioni pubbliche ed ancor di meno quelli incardinati in posizioni di prestigio e responsabilità in un Paese ormai a maggioranza musulmana. No, Dio non è morto in Albania. Decine di migliaia di cattolici, pur tra mille difficoltà, ne danno testimonianza quotidianamente.

donna Immacolata.

 
Giovanni Paolo II con il primo cardinale albanese della storia, Mikel Koliqi

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