ARCHIVIO - SANTI LAICI

2010 VITTORIO MESSORI

Lo squallore dei “santi” del calendario laico.

Ecco qua un appunto su “san” Pablo Picasso, veneratissimo ancor oggi da tutte le sinistre, il “Premio Lenin per la Pace”, quella pace per la quale ha disegnato la celeberrima colomba usata per decenni dalla propaganda gauchiste, non esclusa quella di ambienti cattolici. Ecco l’eroico, commovente autore di Guernica, questo grido immortale di protesta dell’umanità civile, quella progressista, contro la violenza fascista.

Ho avuto conferma del culto che circonda l’artista di Malaga quando in Le cose della vita (ristampato in questi mesi, con 15 capitoli inediti, dalle edizioni Sugarco) proprio sul quadro Guernica svelai a molti lettori ignari l’amara verità. È incredibile l’indignazione, direi talvolta la disperazione, con cui molti mi aggredirono, colpevole com’ero di blasfemia, di diffamazione di un idolo veneratissimo.

Oddìo, al di là degli insulti non poterono andare, quei devoti feriti nei loro sentimenti, visto che le cose che avevo scritto trovavano conferma nella documentazione. In effetti, in quelle mie righe parlavo della grande tela che Picasso si era messo febbrilmente a dipingere sotto la spinta emotiva datagli dalla morte nell’arena del famoso torero Joselito, di cui era ammiratore.

Mentre vi lavorava notte e giorno, gli era giunta la richiesta di un quadro per il padiglione spagnolo alla Esposizione Universale di Parigi in programma per il 1938. Era in corso, allora, la terribile guerra civile, ma il governo “rosso” voleva essere comunque presente per ragioni di propaganda e chiedeva, appunto, un’opera propagandistica a Picasso.Il quale annusò subito l’affare: in cambio di 300.000 pesetas-oro, pagate direttamente dall’Urss di Stalin, modificò in qualche modo la tela, lasciando però il toro che aveva ucciso Joselito e il cavallo, ammazzato anch’egli, del picador.

Sotto, vi scrisse Guernica e disse che era una denuncia del crimine compiuto da tedeschi nazisti e da italiani fascisti, bombardando la città sacra all’autonomia basca. In realtà, a Guernica era successo ben altro da quanto los rojos vollero far credere, con una mistificazione che dura tuttora. Ma questa è un’altra storia, per conoscere la quale rimando coloro che non la conoscessero a quel mio libro che ho citato.

Qui, stavolta, volevo aggiungere un tocco che completa – è il caso di dirlo – il quadro. Trovo le notizie nella biografia di Roland Penrose, un picassiano convinto, oltre che comunista militante, ai tempi in cui il comunismo esisteva ancora. Non a caso la traduzione italiana è stata edita da noi da Einaudi, con prefazione di Giulio Carlo Argan, lo storico fascista dell’arte divenuto marxista, e come tale sindaco di Roma, nel dopoguerra.

Scopro così che Picasso fu sorpreso dalla guerra, nel 1939, in Francia, rifugiandosi in provincia, lontano dalla capitale, l’anno dopo, quando i tedeschi sfondarono il fronte e dilagarono per tutto il Paese. La leggenda aurea vorrebbe che l’autore di Guernica, il fiero avversario di ogni fascismo, si nascondesse e cercasse di fuggire mentre le bandiere con la svastica sventolavano sugli Champs Élysées. In effetti, dagli Stati Uniti, dal Messico, dall’Inghilterra gli pervennero messaggi per offrirgli ospitalità. Inviti cortesemente rifiutati.

Invece di scappare, il pittore rientrò a Parigi, riaprì il suo vasto studio e cominciò a ricevere gli ufficiali e i funzionari del Reich che organizzavano e sorvegliavano l’occupazione.

Malgrado l’ostilità di Hitler contro “l’arte degenerata”, di cui il maestro spagnolo era considerato il caposcuola, tra i tedeschi ricchi e colti Picasso era molto ammirato.

Così, cominciò a vendere le sue opere a caro prezzo (non a caso divenne uno dei pittori più ricchi della storia) ai gerarchi nazisti. E ciò fece tranquillamente fino alla Liberazione, nel 1944, quando – malgrado i suoi commerci lucrosi con l’occupante e malgrado non avesse avuto alcun contatto con la resistenza – fu trionfalmente riadattato dai comunisti non solo francesi ma del mondo intero.

Insomma, una storia che ricorda, nella stessa città e negli stessi anni, quella di Jean Paul Sartre che nel dopoguerra affiancherà Picasso nella venerazione delle gauches.

Anche Sartre, in effetti, rientrato dalla Germania dopo una breve prigionia, non solo lavorava ma raccoglieva applausi dei parigini e dei tedeschi, rappresentando nei teatri le sue commedie “filosofiche”, scrivendo sui giornali, dando interviste. Il tutto con un taglio talmente “impegnato a sinistra” che la stessa Gestapo non ebbe mai a lamentarsi di lui e il governo di Pétain si compiaceva.

Vabbé, come ricorda l’adagio, chi si accontenta gode, ciascuno sceglie i santi che vuole. Noi, ci teniamo i nostri.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext