DALL'ARCHIVIO - Festa della schiavit¨

2001 MASSIMO FINI

Primo Maggio, la Festa del Lavoro c'è qualcuno che la capisce?


Solo una società come la nostra poteva inventarsi una festa del genere. E' infatti solo con la Rivoluzione industriale che il lavoro diventa un valore. Mai prima di allora lo era stato. Al contrario: nell'Europa medioevale industriale è nobile chi non lavora.


E anche l'artigiano e il contadino lavorano per quanto gli basta. Il resto è vita.Invece entrambe le ideologie uscite dalla Rivoluzione industriale, il liberalismo e il marxismo, fanno del lavoro un valore primario.


Per Marx il lavoro è «l'essenza del valore», per Adam Smith, David Ricardo e tutti i liberali il lavoro è esattamente quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso plusvalore.


E' proprio perché il marxismo, nelle sue concezioni di fondo (materialismo, economicismo, produttivismo, fiducia nella tecnica, nel progresso, nel futuro, che libera l'uomo dal bisogno), non si differenzia dal capitalismo, che il lavoro è potuto diventare nella società moderna un valore per tutti, non solo, com'è logico, per l'imprenditore che almeno si avvantaggia anche di quello altrui, ma anche, anzi soprattutto, degli operai salariati che infatti considerano il Primo Maggio la «loro» Festa.


Questa mistica del lavoro, cioè in sostanza della fatica (così lo chiamano, giustamente, i napoletani che sono sempre stati fra i più refrattari a idolatrarlo), oggi coinvolge tutti, tanto che il primo articolo della nostra Costituzione, la base quindi di tutto l'impianto, recita: «l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».


Una concezione del genere è possibile, anzi è indispensabile, in una società che pone al proprio centro l'economia. Ma le società preindustriali, tradizionali, non avevano al centro l'economia, bensì l'uomo e le sue molteplici esigenze e quindi il lavoro vi aveva un posto marginale.


Non che gli artigiani e i contadini di queste società disprezzino la propria attività, che allora si chiamava 'mestiere', anzi vi sono emotivamente molto attaccati perché, a differenza della stragrande maggioranza dei lavoratori odierni, ne sentono i frutti come un'espressione della propria creatività individuale e quindi come parte di se stessi.


Ma non sono disposti a lavorare un'ora di più di quanto sia necessario a procurar loro il fabbisogno essenziale.Invece una società industriale, basata sulle crescite esponenziali, è costretta a produrre sempre di più e a lavorare sempre di più.


E questa necessità generale si incontra con quella dell'individuo che deve scambiare lavoro con denaro se vuole accedere alla cornucopia dei beni che il sistema gli offre.


Succede così che una situazione che in altri tempi sarebbe stata considerata ottimale, addirittura una sorta di Eden ritrovato, cioè la possibilità di non lavorare pur avendo assicurato il fabbisogno essenziale, qual è la condizione della stragrande maggioranza dei disoccupati dei Paesi sviluppati e industrializzati, viene vissuta come una Cajenna, con frustrazione e disperazione.


I disoccupati hanno in realtà a disposizione la più preziosa di tutte le merci, il tempo, che è il tessuto stesso della vita, ma non se ne rendono conto e non sanno o non possono goderne.Tutti gli Stati si adoperano non per ridurre il lavoro a chi ce l'ha, restituendogli quindi il suo tempo, ma per darlo a chi non ce l'ha.


In una società dove, come ha detto Benjamin Franklin, che è una sorta di prototipo della mentalità borghese, «il tempo è denaro», il denaro è diventato il padrone del nostro tempo e il tempo che non è passato a procurarsi denaro, cioè a lavorare, ci appare inutile e vuoto.


Ecco perché siamo arrivati, con la grottesca e paradossale Festa del Lavoro, a celebrare la nostra schiavitù.


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