» Home  »  Articoli  »  Porci

Porci

PAPALEPAPALE.COM

Porci


La storia del maiale è storia dura, difficile, ingiusta anche. Eppure è tanto utile: niente si butta del maiale: col suo sacrificio ha sostentato per millenni decine di generazioni di esseri umani.


Eppure è considerato un animale impuro, peggio: immondo; come sempre sono considerati tali le bestie onnivore – che comprende anche l’uomo, e sempre come emblematica è stata vista la somiglianza degli organi interni del maiale con quelli degli umani –, bestie onnivore, dicevo, come i corvi, le volpi, gli orsi che non disdegnano di cibarsi anche di ciò che è “contaminato”, come le carogne, e presto o tardi disposti anche al cannibalismo o meglio alla necrofagia verso i propri simili.


I tre grandi monoteismi, specialmente l’islam e l’ebraismo, lo considerano impuro per tante ragioni, la più manifesta delle quali è il suo vivere nella sozzura, cibandosi di tutto, in caso anche dei suoi stessi escrementi: persino sui derivati non commestibili, come le setole, cade un durissimo interdetto. L’Antico Testamento, lo stigmatizza e lo fa rientrare tra i cibi da evitare; neppure il Nuovo Testamento è più clemente: quando Gesù libera gli indemoniati di Gerasa ordina che i demoni prendano possesso di un branco di maiali che si getteranno in mare; in Matteo si parla del “non dare perle ai porci”.


Per un paradosso saturo di sarcasmo, per i cristiani il maiale divenne il simbolo del popolo che maggiormente lo evitava: gli ebrei, a simboleggiarne con l’ingordigia del porco l’avidità dei giudei; anche i cuccioli di maiale fin da subito si lanciano a suggere le mammelle della scrofa, battagliando con i fratelli per assicurarsi il posto e la mammella migliore, e siccome spesso ci sono più porcellini che mammelle spesso lasciano a digiuno i fratelli più gracili, proprio a indicare anche l’avarizia dell’ebreo.


Le tentazioni di Sant’Antonio Abate. Accanto il porco
E tuttavia, ad un certo punto della sua storia è proprio il cristianesimo nell’Alto Medioevo a dare per la prima volta una generosa aurea di nobiltà al maiale, accostandolo all’anacoreta sant’Antonio Abate: curioso che prima i demoni che tormentavano nel deserto si manifestavano al santo sotto forma di fiere impure o “infernali” tali perché di abitudini notturne, tra cui il cinghiale.


Cinghiale malintenzionato verso il santo che col tempo e la rielaborazione iconografica perde i suoi connotati tassonomici trasmutando pian piano in un benevolo roseo maiale (in realtà i maiali come li conosciamo oggi sono un prodotto di una selezione settecentesca), che col santo collabora.


Persino i frati Antoniani arrivarono a specializzarsi nell’allevamento di maiali, col privilegio di lasciarli scorrazzare liberi nei villaggi, allo scopo di sostentare i malati dei loro sanatori; l’olio che si ricavava dal grasso del maiale era ritenuto portentoso per la cura del famoso “fuoco di sant’Antonio”, che non era come oggi si crede un problema dermatologico di origine virale, ma una vera epidemia (in certi posti della Francia, nella valle del Rodano dove il culto del santo prosperò) con effetti epilettici.


Solo dopo il Medioevo, nell’ambito dell’arte cristiana, si comincia a inserire la figura del maiale in capitelli, affreschi, come succedaneo o simbolo dell’infernale: il porco non alza mai la testa al cielo – a Dio – e la tiene bassa a terra in perenne ricerca di soddisfazioni effimere e volgari frammiste alla melma: l’inferno è il luogo sotterraneo e oscuro per antonomasia, e questo aspira il porco ravanando il suolo.


Inoltre il porco ci vede poco, e nel Medioevo la vista è considerata il più nobile dei sensi – giacché Dio è luce – al contrario di quelli più sviluppati nel maiale, olfatto e tatto, considerati infimi, e dunque la sua cecità relativa è equiparata a un vizio.


Dunque, come ha spiegato Pastoureau, lo studioso dei bestiari medievali, nel porco, «bocca costantemente aperta, un orificio spalancato, un baratro», si riscontrano, specie nell’universo simbolico medievale, tre e magari quattro dei vizi capitali: gula (ingordigia), sordes (sudiciume), ira (collera) – che in seguito per rispetto all’etologia sarà attributo del cinghiale, cugino feroce del tutto sommato mansueto maiale; e, infine, ed ecco il punto, luxuria (lussuria).


Ma perché il maiale diventa ad un certo punto il simbolo della lussuria? Tutto sommato si accoppia circa due volte l’anno, essendo che la femmina può sgravare cuccioli ogni sei mesi: c’entra questo rapido e affollato riprodursi dei maiali? Questa disponibilità della scrofa a farsi ingravidare di nuovo non appena che ha partorito e mentre sta allattando? Oltretutto non è vero nemmeno che è lurido il maiale: stante il grasso, ha problemi di traspirazione, perciò il maiale ama molto l’acqua e se ne ha a disposizione, si sciacqua di continuo.


Questo identificare il maiale con l’incontinenza sessuale è faccenda tarda, giacché fin lì protagonista simbolico di questo vizio il più tremendo era il cane e non il maiale. O per meglio dire, la femmina del cane, la cagna, destinata ad essere rimpiazzata dalla scrofa.


Nel Medioevo i porci erano diversi da quelli di oggi: più simili ai cinghiali, erano anche più piccoli, pelosi e di colore nero o marrone. Probabilment erano anche più saporiti, semiselvatici com’erano. Oggi sono estinti.
Ma ad un certo momento, a Medioevo ormai tramontato, verso il Cinquecento, il cane diventa il “migliore amico” dell’uomo, e per redimerlo dal suo precedente status di minorità e ignominia, si mette in pratica un vero meccanismo culturale di transfert dal cane al maiale dei connotati morali pessimi: il maiale diventa il porco e “porco” è colui che conduce vita dissoluta e lussuriosa; “scrofa” è la donna di facili costumi.


Eppure ben più del maiale, stando all’etologia, il cane appare propenso ai congiungimenti carnali occasionali, giunge persino a montare cuscini e gambe di padroni: il maiale non lo fa; il cane è animale randagio e randagia è la sua attività sessuale debordante, e perciò nel bacino mediterraneo fu sempre ritenuto osceno e lascivo; il maiale è bestia pigra e stanziale invece, incapace di vagare, tant’è che non si portano a pascolo i porci, ed è questo un connotato del tutto contrario al randagismo sessuale. E nonostante questi si arriva a parlare di “porcate”, “porcherie” ogni volta che l’uomo compie sozzure morali e specialmente sessuali.


Ma fa notare il medievista Michel Pastoureau, autore di un libro di storia sociale sul maiale, per una volta simbolo e cultura non vanno d’accordo e ancora oggi, nonostante tutto, dare a una donna della “scrofa” è meno grave che darle della “cagna”


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext