archivio - Com' è difficile essere arabo-israeliano»

1986 MASSIMO FINI


Tel Aviv, gennaioIl vecchio arabo, vestito con logori panni europei, salì sull' autobus portando a spalla un ammasso di arance raccolte in una reticella verde.



Aveva i capelli grigi e un viso largo, gonfio. Ansimava. Più a gesti che a parole chiese al bimbetto ebreo, con la classica kippà (papalina) in testa, che era seduto quasi in fondo all'autobus, se poteva appoggiare il sacco sulle sue ginocchia. Il bimbo prese il sacco aiutando l'arabo a sistemarlo. Immediatamente una signora che sedeva nella fila dietro lo redarguì con asprezza: «Cosa fai? Sei pazzo? Quelle potrebbero essere delle bombe».


A queste parole, altra gente si alzò, il sacco fu strappato dalle mani del bambino, rivoltato, frugato, alcune arance caddero e rotolarono sotto i sedili. Il vecchio arabo guardava in silenzio, passivo. Pareva frastornato da tutte quelle voci che gli parlavano ebraico e che non capiva. Alla fine fu chiaro che le arance erano proprio arance. La signora israeliana commentò seccamente, rivolgendosi agli altri passeggeri: «Beh, è sempre meglio essere prudenti». La corta strada era stata bloccata. La folla, raccolta dietro le transenne agli imbocchi della via, osservava il militare israeliano che con un telecomando manovrava a distanza un piccolo robot. Il robot, una cassetta di metallo marrone con due lunghe braccia, simili alle chele di un enorme ragno, era alle prese con una grossa scatola di cartone appoggiata al muro, vicino ad un negozio con le saracinesche abbassate (tutte le saracinesche della strada erano state abbassate). Le chele palparono leggermente lo scatolone, poi lo presero di forza e lo sollevarono in aria. La folla seguiva, trattenendo il fiato. Il robot sbatté a terra, violentemente, lo scatolone. Non accadde nulla. Le chele armeggiavano ora furiosamente con la corda che teneva insieme la scatola


. La tranciarono. Il robot sollevò di nuovo lo scatolone per aria e lo capovolse: un mucchio di stracci sporchi si sparse sul selciato. La folla si sciolse lentamente. Sulle scale d'una palazzina di Rehov Gordon, un antico quartiere residenziale nel centro di Tel Aviv, cercavo invano l'appartamento di un vecchio giornalista italiano che mi era stato raccomandato di contattare. Erano passate da poco le nove di sera, era buio e non riuscivo a leggere le targhette con i nomi. Sentivo al di là delle porte il rumore della televisione. Era l'ora del telegiornale. Decisi di suonare a casaccio, con l'intenzione di chiedere se sapessero dove stava «the old italian journalist», il vecchio giornalista italiano. Ma nessuno venne ad aprire. Provai ancora, bussando a vari appartamenti.


Ogni volta avevo l'impressione di sentire il fruscio di leggerissimi passi e d'esser guardato da dietro l'occhio di bue (tutte le porte lo avevano). Dopo molti tentativi mi rispose finalmente una voce di donna, al di là della porta. Ma prima che potessi spiegarmi disse: «Non posso aiutarvi. Andate via, andate via». Ciò che si respira oggi in Israele non è un'aria di guerra né rabbia né odio e neanche paura in senso stretto, ma è diffidenza e sospetto. Non si tratta però d'una diffidenza e d'un sospetto d'oggi dovuti, come potrebbe pensare chi viene da fuori, allo shock per i recenti attentati terroristici di Fiumicino e di Vienna o per il sequestro dell' Achille Lauro. «Qui nessuno si preoccupa delle spacconate di Gheddafi» A queste cose gli ebrei che vivono in Israele hanno fatto, in qualche modo, il callo, le vivono con un certo fatalismo. E, soprattutto, non se ne sentono toccati più di tanto perché son fatti che avvengono fuori dei loro confini, lontano. Per lo stesso motivo, qui, nessuno si dimostra particolarmente preoccupato per le spacconate di Gheddafi.


«Gheddafi» mi dice Yossi Zeira. 35 anni, docente di economia all'università di Gerusalemme e ufficiale dell'esercito, «Gheddafi è lontano. C'è l'Egitto di mezzo. Caso mai qui si teme di più la Siria, che è ai nostri confini, che ha gli uomini lì, i missili lì». Ma il problema vero dei tre milioni e mezzo di ebrei che vivono in Israele, perlomeno della gente comune se non del governo, gli uomini verso i quali si indirizza il loro sospetto, la loro diffidenza e, a volte, la loro paura, la loro rabbia, il loro odio, non sono i terroristi di Abu Nidal, di Abbas o delle altre squadracce che infestano il Mediterraneo, ma gli arabi che vivono qui, siano essi arabo-israeliani (cioè i 700 mila arabi che, inglobati nello Stato d'Israele ne11947, hanno la cittadinanza israeliana) o arabi dei territori occupati (un milione e 200 mila). Mi spiega Gady Castel, 44 anni, capitano della riserva, regista della Tv isreliana: «Quando c'è un attentato come quello di Fiumicino certamente qui la gente ne parla, ne discute, ma non più  che da voi in Italia. Non c'è una vera  rabbia, una rabbia viscerale.


C'è piuttosto una rabbia politica un po' ipocrita tesa a trarre dei vantaggi politici dalla situazione. Dopo Fiumicino un commento che ho sentito è: “Così Craxi impara”. Ma quando c'è un attentato qua, in Israele, o anche semplicemente qualche  episodio di violenza minore da parte di  arabi locali o di arabi dei territori occupati, il tono cambia, allora viene fuori la rabbia vera, l'odio tenuto nascosto, crescono la diffidenza e il sospetto e si sente subito fare la richiesta di condanna a morte». Gli episodi di violenza nei confronti di ebrei, da parte sia di arabi israeliani sia di quelli dei territori occupati, sono ormai all'ordine del giorno, da qualche anno a questa parte. Si va dall'abituale lancio di sassi quando macchine o autobus di ebrei passano nei quartieri arabi agli accoltellamenti, agli omicidi dei taxisti, ai sequestri di persona (come è accaduto a due maestri di Afula), allo stupro e all'uccisione di soldatesse, allo stupro e all'omicidio di bambini, agli attentati con pacchi dinamitardi.


Anche il giorno in cui sono partito da Israele, un poliziotto israeliano, che stava facendo compere a Nablus, una delle cittadine più importanti della Cisgiordania occupata, è stato ucciso in un attentato. «Non posso sentirmi a casa mia in uno Stato ebraico» Quello che preoccupa di più, naturalmente, è il montar della rabbia antiebraica fra gli arabi locali che sono cittadini dello Stato di Israele a tutti gli effetti e che potrebbe portare, alla lunga, ad uno stato di latente guerra civile, simile, fatti tutti i debiti distinguo, a quella che c'è oggi in Sud Africa. La situazione fra ebreo-israeliani ed arabo-israeliani è cominciata a deteriorarsi gravemente dopo «la guerra dei sei giorni» del 1967 che rappresenta un po' un crinale nella storia d'Israele.


Con quella guerra infatti Israele incorporò territori arabi della Cisgiordania, di Gaza, di Gerusalemme e i loro abitanti. Questo ha messo gli arabi-israeliani in una posizione difficilissima (mi ha detto un insegnante arabo-israeliano che vive a Gerusalemme: «Quando vado a Tel Aviv sono un arabo, ma quando vado a Nablus sono un israeliano») e li ha costretti per forza di cose ad assumere atteggiamenti più estremisti, a riscoprire una identità palestinese di cui s'erano quasi dimenticati. Quando ho chiesto a Mahamud, un bel ragazzo arabo che studia sociologia all'università di Tel Aviv, se si sentisse più arabo o israeliano, mi ha risposto, secco: «Io mi sento prima di tutto un palestinese. Non posso sentirmi a casa mia in uno Stato ebraico».


E Mahamud è tutt'altro che un esaltato. (Quando gli ho domandato che cosa pensa di Gheddafi ha sorriso divertito: «Penso soprattutto che dice delle sciocchezze» ). Aggiunge Mahamud: «Come posso sentirmi israeliano se le stesse persone che mi chiedono di esserlo, i nostri governanti, me lo impediscono, non mi danno gli stessi diritti degli ebrei? La verità è che noi qui siamo pesantemente discriminati».Replica Elierzov Pareskyt, tassista di origine polacca che mi porta da Tel Aviv a Gerusalemme esprimendo un' opinione che è generale fra gli ebrei di Israele: «Ma che cosa vogliono questi arabi, stanno bene, lavorano, studiano e in più non fanno neanche i tre anni di servizio militare». Ma in Israele chi non fa il servizio militare è un cittadino di serie B. Gli arabi non possono accedere a nessuna industria collegata, anche indirettamente, all'esercito (per esempio quella elettronica), sono esclusi da molti posti direttivi, non hanno nessuna di quelle agevolazioni (nell'acquisto degli appartamenti,  di automobili e, anche, di abituali beni di consumo) che lo Stato concede ai suoi  cittadini che hanno fatto il servizio militare.


«Ma privilegi a parte» prosegue Mahamud «c'è una discriminazione sociale evidente. Noi siamo il 17% della popolazione, eppure studia solo il 5%. lo mi rifiuto di credere che l'intelligenza degli ebrei sia così superiore. Eppoi ci sono le mille, piccole e grandi angherie d'ogni 'giorno. In marzo qui da noi c'è una festa degli arabi, la festa della Terra. Insieme a degli amici ebrei abbiamo preso un autobus e ci siamo andati. Ma a Taide c'era un posto di blocco e solo noi hanno perquisito, spogliato, ci hanno fatto chinare e alzare, alzare e chinare infinite volte. Nel kibbuz si gioca a riconoscere gli arabi  «Non aspettavano altro che reagissimo per pestarci a sangue. Un'altra volta, sempre insieme a degli ebrei, siamo andati a Ramallah, nei territori occupati, per ragioni di studio.


Ed i soldati israeliani ci han preso i libri ed i registratori, li hanno buttati per terra e li hanno calpestati. Un mio amico dell'università di Hizeirt, un palestinese dei territori occupati, mi ha detto: «Di ebraico so solo quattro frasi: mani in alto, perché hai gettato sassi, stai su un piede solo, chiedi scusa». Dice, con grande amarezza, Moshè Artom, un ebreo torinese che è qui dal '39 e che, inseguendo la generosa utopia socialista dei pioneri, ha sempre lavorato in kibbuz (oggi vive a Nezer Sereni, un kibbuz ad una ventina di chilometri da Tel Aviv): «Io ho un figlio nato nel '39 che, a parte quella del '48, si è fatto tutte le guerre contro gli arabi. E quelli che sono stati in guerra con gli arabi, tre, quattro, cinque volte non riescono a considerarli come li consideravamo noi, che venivamo da tutt'altra esperienza, e cioè degli uomini assolutamente uguali a noi. Per loro sono dei nemici». C'è quindi in Israele una perenne tensione fra ebrei ed arabi. Ciò finisce per creare una ipersensibilizzazione reciproca anche negli arabi e negli ebrei non estremisti che sono la maggioranza.


Gli arabi si sentono tutti ingiustamente sospettati. Gli ebrei si sentono minacciati. Al di sotto dei fatti di sangue monta un razzismo incrociato che diventa una sorta di ossessione generale. Mi dice Sahel, una giovane donna del kibbuz Sereni: «Fra di noi giochiamo continuamente a chi sa dire se quello è un arabo o un ebreo». È  un gioco significativo. Per questi motivi in Israele si colgono più i segni sottili d'una guerriglia permanente che le tracce pesanti della guerra. Mezzi corazzati e colonne di soldati, Phantom e Mirage non si vedono se non nelle zone di confine più calde, come quella col Libano. Della guerra, della possibilità d' una guerra sono indizi i piccoli aerei da ricognizione che volano in continuazione su Tel Aviv per controllare che non ci sia uno sbarco dal mare ed è rimasta I' abitudine a sentire i notiziari radio a tutte le ore, in casa, nei bar, nei ristoranti, nei taxi, in strada. Ricordo crudele della guerra sono anche i giovani storpi o mutilati che si vedono uscire dalle grandi macchine americane che il governo ha loro regalato. Il resto sono segni di guerriglia.


I cartelli davanti all' università che invitano a deporre le armi in portineria, le perquisizioni delle borse all' ingresso dei cinema, dei grandi magazzini. degli uffici più importanti, l' ossessione per ogni pacco lasciato incustodito. i giovanissimi ragazzi della riserva (il militare si fa dai 18 ai 21 anni, poi entra in riserva fino ai 45) che, con divise approssimative e ciabattone, ogni giubbotto diverso dall'altro, ma armati di un fucile a canna lunga, il Calil, che sembra una mitragliatrice, pattugliano di sera Rehov Dizengoff, la via più importante di Tel Aviv (e fanno una certa impressione perché. con quei giubbotti, con quell' aria indolente, non militare, sembrano i giovani del nostro '68 improvvisamente armati). Qui c'è la gioventù più bella del mondo Rehov Dizengoff, di sera, con le sue pizzerie. i ristoranti senza pretese. i venditori di noccioline. i banchetti di cianfrusaglie e souvenir, le lampadine ancora intermittenti, i negozi modesti, la musica rock americana che esce da un paio di discoteche insieme a qualche canzone italiana di anni fa, sembra un incrocio fra il lungomare di Rimini e una città araba della costa, per quelle sue case bianche e basse e per quell' aria dolce e profumata che è l'aria di Beirut, di Tunisi, di Famagosta. Sulla Rehov Dizengoff, dì sera, si vede una delle più belle e straordinarie gioventù del mondo. Sono ragazzi bruni e biondi, solari, abbronzati, aitanti, sorridenti, i lineamenti perfetti in volti peraltro singolari, l'aria ribalda, impunita di giovani canaglie in perfetta salute. Sono i sabra askhenaziti, i giovani vissuti e nati qui da ebrei europei.


È  una vera ed impressionante mutazione antropologica rispetto allo stereotipo dell'ebreo del ghetto, piccolo, malfatto, con quel naso inconfondibile, quei menti sfuggenti, quell'aria di eterna paura addosso e la cui tipologia è ancora ben presente in Israele, ma nelle generazioni dai trent'anni in su negli ebrei africani e mediorientali (i sefarditi), marocchini, algerini, egiziani, iracheni, iraniani, yemeniti che sono arrivati qui più tardi e che vivono nei quartieri poveri di Tel Aviv e di Gerusalemme. Ma questi sabra sono diversissimi, per spavalderia, gagliardia fisica, atteggiamento psicologico, anche dai loro coetanei ebrei che vivono a Parigi, a Milano, a Roma, & New York. Sono, mi dicono qui, gli incroci razziali, in questo crogiolo di nazionalità che è Israele, la vita all'aria aperta, gli anni di servizio militare, gli allenamenti da riservisti. che rendono questa gioventù così bella ed aitante. E, dal punto di vista psicologico, a dargli quell' aria spavalda c'è di non aver conosciuto né ghetti né persecuzioni ma d' essere abituati solo alla vittoria.


Sono proprio questi sabra ashkenaziti (cioè di origine europea) a costituire il nerbo dell' esercito israeliano, a coprire i ruoli di ufficiali, di piloti, di paracadutisti, di carristi, i reparti scelti e più pericolosi. Sulla Dizengoff ne avvicino uno che, col fucile in mano e la sacca militare a tracolla, scherza con le ragazze, si muove agile fra i tavolini di un bar e va a baciare con affettuosa allegria la madre al bancone. Lo Stato spende per la difesa il 30 per cento del bilancio Si chiama Natan, è un carrista ed è in licenza perché è sabato. È proprio perfetto nella sua bella divisa di panno verde aperta sul collo protetto da una immacolata maglia bianca. il ciuffo corvi no e ribelle sulla fronte, le due dita di barba, il viso solare. Aperto, gli occhiali militari da sole appesi al petto. Assomiglia a un soldato americano, ma con qualcosa di meno ottuso. Non è Rambo, ha i suoi bravi dubbi anche lui seppure ad un livello non molto profondo ( «Quando sei in un esercito» dice «impari ad entrare in una macchina della guerra, impari ad ammazzare, non te ne rendi conto» ).


I ragazzi come Natan entrano nei reparti speciali per vari motivi: perché ne hanno la vocazione, perché è una promozione sociale e in seguito, nella vita civile, ci saranno delle facilitazioni, «ma soprattutto perché» mi dice Aldo Baquis, giovane funzionario governativo «se tu vuoi vivere in questo Paese ad un certo livello bisogna pagare il prezzo in prima persona: cioè rischiare la vita nell'esercito. È  lo stesso motivo per cui al contrario il proletariato formato dagli ebrei dell' Africa occidentale non sente nessuna attrazione per l'esercito e si limita solo allo stretto dovere del servizio militare senza dare nulla di più, senza assumersi altra responsabilità che l' obbedienza (“Le teste piccole” le chiamano qui). È  gente che non sente di dover nulla a questo Stato e a questo establishment che l'ha fottuto, che da trent'anni lo fa vivere in quartieri miserabili, in case piccole, con scuole e servizi che fanno schifo». Eppure non è quest'ebreo nordafricano, povero, scazzato, a lasciare il Paese, ma è proprio il giovane sabra ashkenazita.


Meta: gli Stati Uniti (da parecchi anni Israele conosce una drastica caduta dell'immigrazione ed un aumento dell'emigrazione). Perche? Perché questi giovani hanno ormai modi di pensare americani, gusti americani, desideri americani. cultura (o, se si preferisce, non cultura) di tipo americano. Ascoltano sicuramente di più la musica rock di quanto non leggano i sacri testi del sionismo. In più vivono in un Paese che si è rapidamente tecnologicizzato, modernizzato cioè americanizzato. Solo che si tratta, in qualche modo, di una americanizzazione senza America. Nel senso che i miti del successo e del consumo sono americani, ma mancano le possibilità di successo ed i consumi (la vita che si svolge in Israele è piuttosto spartana, i migliori negozi di Tel Aviv hanno qualche assonanza, per tipo e povertà di merce, con quelli sovietici, e non potrebbe essere diversamente per un Paese che spende per la difesa il 30% del suo bilancio).


«Allora» mi dice Gady Castel «ti rendi conto perché quel giovane sabra, sicuro di sé, che a diciannove anni è stato ufficiale nell'esercito e sa già come si guidano gli uomini, capisca che il suo posto è in America, che con il suo tipo di capacità può guadagnare a Los Angeles quanto a Tel Aviv non si sognerà mai. In più mettici che le ultime guerre, soprattutto quella nel Libano, sono state poco chiare ed hanno creato molti dubbi anche fra le file dei giovani». «Eh sì» aggiunge il padre di Gady Castel, il vecchio Calev «oggi il linguaggio del sionismo, della terra promessa, è incomprensibile ai giovani. Un po' perché questa terra se la sono già trovata sotto i piedi, non hanno dovuto desiderarla, agognarla, come noi, e molto perché ormai il successo economico, consumistico è diventato il valore dominante in Israele. Ma se Israele è diventato un Paese come gli altri, perché restarci?. Il giorno del mio rientro m'ero seduto al bar dell'aeroporto di Tel Aviv in attesa dell'aereo che doveva riportarmi a Roma. Ma, approssimandosi l'imbarco, mi alzai per pagare vidi che davanti alla cassa c'era una lunga fila che non si muoveva. Preoccupato ed incuriosito la risalii per vedere che cosa succedeva. «Sadat ha fatto la pace perché gli conveniva» Un ebreo di circa trentacinque anni stava discutendo con la cassiera di questo: lui, al tavolo, aveva ordinato due caffè normali ed invece gliene avevano portati due con filtro, come usano qui. Poiché costavano di più non intendeva pagarli. La cassiera obiettava che se aveva bevuto dei caffè con filtro doveva pagare per questi. Si trattava di poche lire di differenza.


Ma i due andavano avanti a discutere, incattiviti, senz'ombra di ironia, impuntandosi ognuno sulle proprie ragioni mentre l'aereo stava partendo. Mentre ascoltavo, friggendo, quella discussione assurda, mi venne spontaneo pensare alla contabilità politica altrettanto puntigliosa e micragnosa che gli israeliani hanno verso i vicini e che avevo potuto riscontrare anche fra i più aperti. C'è, negli israeliani, una impossibilità quasi patologica a mettersi nei panni altrui, a vedere anche le ragioni degli altri. Nulla gli va bene se non corrisponde esattamente all'idea che si sono fatti dei propri diritti. Ai loro avversari non perdonano nulla. Non parlo, naturalmente, dei terroristi, di Arafat, degli arabi più fanatici. Nemmeno i leader moderati gli vanno bene. Nemmeno Sadat. Se Sadat ha fatto la pace è perché «aveva la sua convenienza». Che per la pace sia morto non li commuove. «Evidentemente non aveva fatto bene i suoi conti, credeva di avere un potere che non aveva», dicono con disprezzo. E così con Mubarak: non gli basta il fatto che Mubarak abbia condannato all'ergastolo il poliziotto egiziano che ha sparato ed ucciso sei israeliani in visita alle piramidi (atto dovuto, ma di grande coraggio per un arabo, visto che quel poliziotto in Egitto è considerato poco meno che un eroe nazionale). Per loro fa premio su tutto che Mubarak abbia detto, in un'intervista, che l'episodio delle piramidi era «in fondo un piccolo fatto se rapportato alle relazioni fra due Paesi».


Non glielo perdonano, Ho l'impressione, vorrei sbagliare, che con una contabilità così puntigliosa delle proprie ragioni, Israele perderà sempre l'aereo della pace, così come quell'israeliano, per questionare su poche lire, ha finito per perdere il suo aereo per Roma.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext