Che c'è da ridere della fornicazione? Il moralismo ci salverà

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Va bene, sto al gioco, magari certe volte mi divertono.


Ma proprio non capisco perché si faccia ironia, riferendosi a un cattolico da parte di altri presunti cattolici, qualora si ha a che fare con le questioni di continenza sessuale e magari di castità. Perché non si chiamano le cose per quel che sono, e non c’è niente da ridere: fornicazione? Che c’è da ridere della fornicazione?!


C’è un pubblicista già missino, cattolico a suo dire “tradizionalista”, che mi telefona per propormi un articolo per PP. Rispondo con la voce roca e mi chiede se stessi dormendo. Dico che no, ho solo un terribile mal di testa. “E’ perché scopi troppo”. Resto un po’ interdetto da questa invasione e rispondo che “è perché ho la pressione alta, per il resto non scopo affatto, e sono casto: sono cattolico”.


Mi fa tutta una serie di battute che spernacchiano la cosa, segno che con tutto il suo “tradizionalismo” prende sottogamba assai la fornicazione che spesso è la porta per tutti gli altri peccati.


Manco avevo finito di parlare che vado dal sarto. Entra anche una vecchia conoscenza democristiana, del PPI, oggi sessantacinquenne. Faccio finta di non vederlo, purtroppo lui no.


«Ueeee… manco mi saluti?»

«Non ti avevo manco guardato»

«Ammazza la panza che te sei cresciuto!»

«Tu invece vedo che, alla tua grave età, tutti i capelli neri»

Indica volgarmente la patta dei pantaloni: «Pure qua, tutto nero ancora».

Mi viene da ridere. Interviene il sarto: «Antò, Antò, ma solo quelli, poi non gli è rimasto niente altro là».

«Meh allora tu stai in Altitalia, no? A Roma»

«A Roma, appunto, non a Milano»

«E senti, sta rascamu a Roma??»[stiamo scopando a...]

«Ma come, ma se sono cattolico: sono casto!»

Grasse risate dei presenti. «Eh! eh!… hai capito… proprio i cattolici: quelli sono i grandi scopatori, tu non li conosci».

«Ma guarda che stai confondendo i cattolici coi democristiani»

«Pure! pure quelli! Ai tempi miei! Per noi democristiani lo scudo crociato rappresentava il triangolo ti pilu… in mezzo la croce c’era il bersaglio».


Ridono grassamente alla crassa battuta, i presenti. Io no. Che c’è da ridere dell’incoerenza, dell’immoralità? Ma che c’è da ridere della fornicazione se è un peccato come tutti gli altri? si ride forse del “non rubare”? dell’”onora il padre e la madre”? Ma allora perché ridere del “non commettere atti impuri”? del “non desiderare la donna d’altri” e prenderli come uno scherzo del buon Dio?


Non è essere moralisti, è che per essere creduti bisogna essere credibili. Perché il mondo trovi non schizoide ma rispettabile, assurda anziché misteriosa, affascinante invece che delirante la tua scelta cattolica, devi essere coerente.


Si accusano spesso laici e laicisti di essere dei “moralisti”, peggio: dei calvinisti allorché parlando delle incoerenze di fedeli e gerarchie cattoliche – specie in fatti di carne e misfatti  di denari – li additano con riprovazione e scherno. “Proprio voi che dicevate…”, proprio voi che difendete il celibato avete amanti e figli, proprio voi che condannate la pratica della sodomia siete sodomiti, voi che parlate di povertà siete attaccati al denaro, voi che fate la morale alla mondanità siete i peggiori carrieristi, voi che parlate di secolarizzazione siete secolarizzati e infatti non avete rispetto nemmeno per il vostro Dio, trascurate le pratiche di devozione.  Hanno ragione, ci hanno ragione!


Quando la gente vede che sei veramente coerente con quel che predichi, vi aderisci con la tua vita, rinunci, alla fine ti crede: crede almeno nella tua buona coscienza. Ti rispetta. Sono i cialtroni che confermano i loro pregiudizi, e purtroppo del cialtronismo cattolico, a tutti i livelli, si è fatto arte e dottrina.


Insisto, ultimamente avendo avuto la coerenza di ritrovare tutta la mia sensibilità giansenista, perché giansenista in molte cose sono: bisogna recuperare la moralità e anche il moralismo, perché ho notato che laddove si prende con sarcasmo e sufficienza, da parte cattolica, il moralismo, poi si finisce per prendere sottogamba anche la morale.


Tanto che il solo rievocarla fa alzare le barricate cattoliche contro il rischio di “moralismo”: ed è stato così che interi grandi gruppi cattolici, ortodossi come pochi, si sono questi pure dati agli affari e alle orgette e agli amorazzi en passant tra un pellegrinaggio un Pater Noster e un raduno, scambiando tutto questo equivoco infame per una legittima e morale battaglia contro il moralismo che paralizzerebbe la Chiesa… e facilmente scivolando nell’immoralità sistematica come unica realizzazione pratica della moralità “autenticamente cattolica” proprio perché nemica del moralismo. Bella scusa. E allora capisci perché vengono additati e derisi dai nemici della Chiesa: perché non sono né coerenti né credibili. Sono dei cialtroni che si sentono la coscienza a posto, senza avercela.


«Tanto poi ci si confessa», dicono. No, proprio no, la confessione non è non deve essere questa, e perciò da buon giansenista sono nemico giurato della confessione e comunione frequenti, che per me sono padre e madre di tutti gli eccessi e le derive, le banalizzazioni della fede e del peccato odierne. La gran parte dei cattolici “ortodossi”, lasciamo perdere i progressisti che ormai non sono manco più cattolici e talora nemmeno cristiani, ma gli “ortodossi” sembrano aver scambiato il sacramento della penitenza con una licenza per uccidere rinnovata periodicamente, un nulla osta a far quel che t’aggrada “tanto poi ci si confessa”: è diventata una licenza preventiva a proseguire nell’andazzo di prima, non a interromperlo.


Se guardiamo alle sacrestie austriache, tedesche, brasiliane per quel che concerne la moralità, quanto a sesso e denaro, le critiche degli anticattolici sono sacrosante. Non è solo sarcasmo il loro: è un appello: ma almeno voi nell’universo, siate quel che dite di essere, dicono, siate coerenti, stupiteci, edificateci, convinceteci che c’è qualcosa di “diverso” al mondo, che si può vivere “diversamente” da come noi viviamo, dimostrateci con la vostra vita che un altro mondo, un’altra vita, un’alternativa esiste. E invece niente: siete proprio uguali a noi, se non peggio. Può darsi che noi si è, come dite voi cattolici, moralisti, ma voi siete ipocriti. L’ipocrisia: il più odioso dei peccati agli occhi di Dio, dopo l’orgoglio, il peccato contro il quale Gesù si scaglia in ogni singola pagina del vangelo, più di quanto non faccia con altri peccati: la concupiscenza, l’omicidio, il furto.


Mi capita spesso di ricevere mail dai lettori, spessissimo sono giovani. Tirano fuori un problema legato alla loro età: la masturbazione, è peccato o no. Per la verità lo han fatto pure degli adulti e non solo uomini. Molti buoni cattoliconi avrebbero liquidato la faccenda con una pacca sulle spalle dicendo “ma va là cosa vuoi che sia” e invece è cosa non dico grave, ma potenzialmente gravissima. Perché sono un moralista?


No, proprio perché sono pragmatico: e so, come Gesù sapeva, che chi persevera nelle piccole cose, poi persevera nelle grandi; chi manca oggi nel peccato veniale autoassolvendosi “perché il fatto non costituisce” peccato e condendosi tutte le attenuanti generiche del caso, domani mancherà nel mortale con la stessa insostenibile leggerezza. E oltre allo scandalo che dà a se stesso e a Dio per la sua immoralità, lo dà anche agli altri, ai lontani, ai non credenti, che potrebbero avvicinarsi alla Chiesa se solo ne avessero quel rispetto che nasce dinanzi all’onestà del tuo interlocutore.


Il peccato veniale, che sia masturbazione o qualsiasi altra cosa che concerna la mollezza dei sensi e tutte le concupiscenze materiali possibili, è la porta della corruzione personale e compromette l’universo.


Ancora una volta nessun’altra ricetta per “salvare” la Chiesa, o almeno per salvarne l’onorabilità, è diversa dall’unica valida in ogni caso: la moralità. Che poi è la coerenza. Che infine altro non è che la santità. Il mondo è stupito e piegato dai santi. Dai coerenti. Dai morali. E se il moralismo tanto vituperato propizia e favorisce tutto questo, piuttosto che l’ipocrisia, sia il benvenuto!


Per questo Benedetto XVI ebbe a dire, riferendosi a quel porcilaio di sensuali e venali che è il clero progressista e anche no austriaco, corrotto sino al midollo, che «la Chiesa è sempre stata riformata dai Santi non dai disobbedienti». Quel clero austriaco, per citar solo quello, ha cominciato così, mancando nelle piccole cose, glissando sui peccati venali, cedendo alla condiscendenza verso i sensi per non apparir moralisti, poi sono giunti a tutto il resto: piaga purulenta e cancerosa nel costato del corpo mistico di Cristo, fonte avvelenata di corruzione e apostasia.


Hanno iniziato con la crociata contro il moralismo e sono diventati immorali, passando poi per la fase del bel predicar bene e razzolar male, ossia dell’ipocrisia, fino al colpo scuro finale della rivendicazione orgogliosa del peccato sul cui altare rovesciato sacrificano le loro pudenda e la vita, “manducando” il pane di Mammona e “bibendo” del calice di Bacco, finalmente pronunciando la loro bestemmia sacrilega innalzata contro Dio come un “ite, missa est” e chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto.


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