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Il papa e il bimbo. Parte III

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Giobbe chiede a Dio “Perchè?”. Dio:”Mi dai sui nervi”


PERCHÈ NON SI DICESSE CHE DIO FA “ESPERIMENTI” SU DI NOI, HA VOLUTO LUI FARSI UOMO E MORIRE PER PRIMO


Ecco, un’altra ragione della sofferenza: ispirare il senso della verità su quel Dio che ha fatto gridare al figlio sulla croce “Padre mio, perchè mi hai abbandonato?”. Ma non l’aveva abbandonato. Quel grido, che fu per un attimo di dolore e disperazione veramente umani, diede subito al Cristo la consapevolezza che stava per ascendere alla pienezza della divinità, che stava per vincere la morte, che il ladrone che gli era crocefisso accanto ne sarebbe stato convertito e salvato, che molti altri fino alla fine dei tempi sarebbero stati salvati da quel Sacrificio, che il mondo stesso da quel momento non sarebbe mai più stato uguale a prima.


Mistero e Grazia della sofferenza e della morte di chi “beve fino in fondo al calice dell’amarezza”, facendo non la propria volontà ma la Sua. Come disse Benedetto XVI ascendendo al trono di Pietro: “Dio alla fine non toglie nulla, ma dà tutto!”. Moltiplicazione di pani e di pesci. Il cattolico non deve mai dimenticare che un “significato” immediato della sofferenza ce l’ha già bello pronto: Cristo ci ha preceduti tutti, si è fatto persino uomo perchè non si dicesse che ha voluto “sperimentare”, praticare “accanimento terapeutico”, solo su di noi: ha “sperimentato” prima di tutto su se stesso la sofferenza e la morte. Ed è questa la nostra grande consolazione, la nostra certezza. Qui inizia il nostro rendimento di grazie.


IL GIOVANE OSCAR LUIGI SCALFARO


SCALFARO
C’è un fatto emblematico, duro, che vide testimone un giovane magistrato ai tempi della guerra: Oscar Luigi Scalfaro. Il quale racconta di una madre molto religiosa che, giorno dopo giorno, dietro la porta, aspettava in preghiera che tornasse il figlio dal fronte. Un giorno invece arrivò una lettera, nella quale si annunciava che quel figlio non sarebbe più tornato: era morto. Lo stesso giorno, devastata dal dolore, quella cattolicissima madre andò dal suo parroco, e in confessionale, secca, disse: “Da oggi ho perso la fede in Dio”.


La risposta del parroco fu apparentemente durissima: “Signora, lei la fede non l’ha perduta: lei non l’ha mai avuta”. A distanza di tanti anni, neppure lui, Scalfaro, aveva capito il senso di quella risposta agghiacciante ma che nasceva dal dovere della verità che non deve mai essere taciuta, e borbottava: “Davvero non capivo come si potesse parlare così!”. Umanamente comprensibile lo strazio di quella donna, tuttavia voleva anche dire che non aveva capito niente di quella sua religione che nasceva proprio dalla morte di croce del suo fondatore, il Dio Incarnato, da quel suo “Eloi Eloi, lama sabactani!”.


GUAI ACQUELLI KE MORRANO NE LE PECCATA MORTALI” DICEVA S.FRANCESCO. PRIMA NE FACESSERO UN PUPAZZO


Sembra che tutti vengano dalla bambagia. Eppure l’intera storia cristiana e della salvezza, parla in ogni pagina della sofferenza e del dolore umano. Della morte, come conseguenza del tradimento della prima Alleanza con Dio. Da quel momento la morte è entrata nella vicenda dell’uomo, come nemica, certo; ma dopo la morte di Cristo, redenta purificata vinta dal Suo Sacrificio, come attimo tremendo sì ma glorioso, di passaggio dall’una all’altra vita, di raggiungimento della pienezza. Parte della natura umana stessa, e della vita.


Non è un caso che l’evergreen del “Cantico delle Creature”, di Francesco l’assisiate, che all’origine non aveva nulla dei sentimentalismi ideologici, dei fanatismi ecologisti e deviati e (nel fondo) saturi di morte e di odio per la vita, che gli vengono appioppati oggi, nella sua versione originale così si conclude:


Laudato si’ mi’ signore per quelli ke perdonano per lo tuo amore,
et sostengono infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke l’ sosterrano in pace,
ka da te altissimo sirano incoronati.

Laudato si’ mi’ signore per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare.
Guai acquelli ke morrano ne le peccata mortali,

beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda nol farrà male.

Laudate et benedicete mi’ signore
et rengratiate et serviate li cun grande humilitate”.


Si pensi alle vite, alla tribolazione spirituale e corporale, alla morte dei grandi e piccoli santi. Che di tutti questi momenti della vita hanno fatto un sistema di purificazione, santificazione, dispensatore di significati, persino “gioia”. Sino a far esclamare a Teresa D’Avila quell’estasiato “muoio di non morire!”.


Questo esempio dei santi, nel dolore e nella morte, oggi è diventato politicamente scorretto, sconveniente come argomento di edificazione, muto. Respinto e non creduto come “adeguato ai tempi”: non perchè i tempi siano davvero cambiati e con essi le esigenze degli uomini, che, tolte le tecnologie, nel profondo sono, occhio e croce, gli stessi che nell’antica Grecia. Non lo credono come “esemplare”, perchè hanno prima svuotato e poi perduto la fede. E questo a cominciare dai preti.


EPPURE, A LEGGERLE, TUTTE LE PREGHIERE PARLANO DI “LACRYMARUM VALLE”

E come non bastasse, c’è tutta la storia delle preghiere, dove si sintetizzano millenni di pietà cristiana, unanimi nel parlare di questa dove viviamo, come della “lacrymarum valle”. Raccordandosi alla sincere parole del Cristo dei Vangeli: “Non è in questa vita che vi prometto la felicità, ma nell’altra”.


Più chiaro e sincero di così! E dunque, di cosa stiamo a discutere? Non vi sembra giusto? provate a trovare altrove allora un’altra vita, un altro mondo, un altro Dio. Un’altra delle principali virtù del cristianesimo dovrebbe essere, accanto al realismo, anche il coraggio: di guardare in faccia le cose, chiamarle col loro nome e accettarle. Quanto a capirle, beh… non tutto possiamo capire, ma fin laddove possiamo, tutto si spiega facendolo risalire al Cristo e a così come ha voluto fossero le cose, che ci piacciano o no. Se così ha voluto, evidentemente è per il nostro meglio. Ma poi, ritornare al “significato” primo, la Volontà di Dio, significa ritrovare d’improvviso il senso di tutte le cose, il centro di ogni significato. E la serenità. Nella quale tutto si chiarisce. Sta tutto qui il solo “paradiso” possibile in terra.


NON È TERRIBILE LA DOMANDA DEL BAMBINO. È TERRIBILE CHE L’ABBIA FATTA


La “domanda” del bambino in carrozzella al papa, ancora. Domanda drammatica, certo; umanissima, legittima. Terribile. Ma quella domanda è “terribile” non nel senso più superficiale che immaginano i massimi specialisti di superficialità, cioè i giornalisti da parata: giacobini, nichilisti, agnostici, in una parola: strafottenti. È terribile per il semplice fatto che venga posta. Per quel che sottintende più che per quel che declama. Per il retroterra che l’ha coltivata.


Quella “domanda” ha in sé l’eco del mondo edonista. Di chi gli ha messo in testa (a lui come a tutti) che la vita nella sofferenza (come nella bruttezza, nella povertà) non ha senso, ne è degna d’essere vissuta, e in ogni caso vale meno di quella altrui, di tutti quelli che se la possono “godere”, che vivonosaniebelli finchè dura.


C’è l’eco di un Occidente che considera insensato e inutile, proprio perchè contrario alle leggi dell’economia e dell’estetica, dunque improduttivo perciò ingiustificabile, il dolore. L’unico dolore socialmente accettato è quello simulato, da rappresentazione, da reality, con le lacrime da coccodrillo; da troppo benessere, quello che si sta tanto bene da star male. Al massimo quello degli ipocondriaci. Quello, per capirci, funzionale alle pozioni da bancone farmaceutico che le pubblicità ci presentano come panacea di tutti i mali immaginari e di tutte le chimere, facendoci sentire tutti vecchi, brutti, grassi, impotenti, fetenti, moribondi, di modo da “smettere” di invecchiare, imbruttirci, ingrassare, di non fare all’amore anche sul letto di morte, di emanare odori naturali, e magari di morire.

LA DITTATURA DELLE VOGLIE, NUOVI SACRAMENTALI


Occidente che allo stesso modo in cui rimuove la sofferenza, che non sia solo rappresentazione, malattia immaginaria, considera insensato e ingiustificabile la decadenza senile, la gravidanza indesiderata, la sopportazione nel matrimonio. Come le appare “insensato e ingiustificabile” il fatto che due uomini non possano avere, cioè “comprare”, un figlio pur “volendolo”, o chi essendo un po’ di tutte queste cose messe assieme, o solo perchè non ha più “voglia” di vivere, magari per “non soffrire”, non può usufruire del “diritto” a farsi suicidare, se lo “vuole”.


Tutte cose, queste sì, “giustificabili e sensate”, se le si “vogliono”. Solo ciò che la legge naturale vuole, solo questo, non ha diritto di “volere”. Siamo alla celebre “dittatura delle voglie”, insomma. I rimedi ci sono tutti: eutanasia, suicidio, aborto, divorzio, chirurgie plastiche, cambio di sesso, sesso libero, bambini in vendita, bambini in provetta, uteri in affitto, manipolazioni genetiche. Se se ne ha “voglia”.


I nuovi sacramentali per la “salvezza” su questa terra. I crismi per spalancare gli occhi sul “paradiso” artificiale possibile in terra. La domanda del bambino in carrozzella, per così come è stata trattata dai giornali, ha il retrogusto amaro del rifiuto di una realtà superiore e dispensatrice di “senso”; dice che non si accetta altro paradiso che quello del qui e subito: al “Senso” sono sostituiti i “sensi”. Per cui quella domanda è il riflesso condizionato della scristianizzazione coatta in Occidente, dello smarrimento di ogni prospettiva ultramondana, la meta celeste che scompare dall’orizzonte dei “desideri” dell’uomo.


GIOBBE CHIEDE A DIO “PERCHÈ?”. DIO GLI RISPONDE: “PERCHÈ MI DAI SUI NERVI”


la pazienza di Giobbe
Come non pensare alla storia di Giobbe. A tal proposito stavo guardando un film lunghissimo, “La Tempesta del Secolo”, il più lungo mai visto. Basato su un affascinante libro di Stephen King. Una storia allucinante che coinvolge un intero villaggio, imprigionato appunto da una tempesta di neve apocalittica. Ad un certo punto, mentre succedono cose oscure e terrificanti, il giovane e idealista pastore protestante del villaggio, riflettendo, così riassume la storia veterotestamentaria di Giobbe, interpretandola alla maniera del protestantesimo “impazzito” americano odierno, dove Dio sbatte Giobbe faccia a faccia contro un destino di sofferenza “senza ragione”.


Giobbe, uomo retto, timorato di Dio e nemico del male, viene privato dei suoi beni, colpito negli affetti e infine terribilmente piagato in tutto il corpo da un’infezione maligna. Egli proclama la sua innocenza e si ribella alla crudeltà divina. Giobbe fa dei figli e Dio glieli fa morire tutti. Alleva delle greggi, e succede lo stesso. Coltiva allora dei campi, ma Dio li fa seccare.


Invano alcuni amici cercano di convincerlo che la sua sofferenza è la punizione di qualche colpa. Le cause della sofferenza restano, per Giobbe, un mistero. Un giorno, mentre è sui campi a tentare di piantare con pazienza di nuovo qualcosa, Dio all’improvviso si manifesta sotto forma di vento. E allora Giobbe gli domanda: “Signore, tu sei Dio e padrone di tutte le cose, e io ti adoro e mi piego alla tua volontà. Ma solo una cosa voglio sapere, una cosa soltanto: Perchè fai tutto questo, proprio a me, che sempre ho rispettato la tua legge?”.


Dio si dilegua insieme al vento senza neppure degnarsi di rispondergli. Allora Giobbe rassegnato e dolorante tenta daccapo di ricostruire qualcosa di tutto quanto Dio puntualmente gli distrugge, senza sperare più in alcuna risposta. Un altro giorno, mentre sta lavorando nei campi stremato dalle sue piaghe, ad un tratto sotto forma di tempesta Dio gli si manifesta di nuovo. Giobbe non fa alcuna domanda. E Dio stavolta senza premesse, risponde alla domanda della volta precedente: “Non so, Giobbe, ci deve essere in te qualcosa che mi dà sui nervi!” (e finisce qua il racconto nel film). E questo è tutto.


Affermando così la propria onnipotenza di fronte all’insensata ragione di Giobbe: «Dov’eri tu quando ponevo le fondamenta del mondo?» gli dirà più tardi. Vengono poi esibite le opere della creazione, fenomeni naturali, costellazioni, animali curiosi. Ed infine Dio, a testimonianza della sua potestas, mostra il terribile potere dei mitici Behemoth e Leviathan. Solo allora Giobbe si sottomette all’onnipotenza divina e riacquista la prosperità perduta.


NON SOLO SI È RINUNCIATO ALLA GRAZIA. MA PURE ALLE GRAZIE. PAROLA DI GESÙ BAMBINO


Si è persa la sintonia con Cristo. E col Golgota. Il mistero della vita e della sofferenza come comunicazione silenziosa ininterrotta col cielo. Si è dissolto nel mare del nulla il mistero di redenzione. Il significato cosmico dello scandalo e dell’iniquità della croce, della sua follia e della salvezza che porta con sé, che è prima di tutto mutare il significato degli eventi della vita, di quella fede dispensatrice di “senso” in ciascuno di essi.


È socialmente scorretto e irricevibile il senso cristiano del dolore, rifiutato con una violenza che lascia attoniti, persino. La sofferenza trasmutata in preghiera e olocausto per la salvezza di molte anime è un concetto ormai alieno, guardato da chi è meno distratto come qualcosa di molto simile a una leggenda metropolitana, sadica per giunta. “Alienante” avrebbero detto i preti pazzi dei pazzi anni ’70. Inutile e priva di “senso”. In quei “perchè” del bambino in carrozzella dinanzi al papa, come far finta di non vedere anche un’altra cosa: la rinuncia persino a chiedere la grazia, della guarigione o del corpo o del cuore. Perchè?


Mi torna alla mente l’apparizione del Bambinello sull’altare a non so più quale santo, il quale domanda al Bambin Gesù: “Perchè, Signore, sei così triste?”. E il Bambino risponde: “Mi vedi? Sono qui sull’altare, carico di grazie da donare a chi volesse chiedermele sinceramente. Ma nessuno me le domanda”.


Ancora: Perchè?


QUANDO TI PONI QUELLA DOMANDA… DIO È “MORTO”!


Si è voluto far finta di tornare alla “natura” negando lo stesso suo Creatore. Sostituendolo con qualche l’ennesimo “ismo” alla moda, prendi il duro a morire scientismo. Riducendo così tutto a qualcosa di inanimato e privo di senso, salvo poi domandarsi “perchè?” Perchè niente ha “senso”?


Si è fatto finta di “tornare” a questa “natura” (ridotta a ecologismo), dicevo, negando non solo il suo Creatore, non solo la stessa Legge Naturale, che abbiamo ridotto a schiava delle voglie momentanee, ma anche le stesse leggi che alla natura presiedono, e che prevedono la sofferenza e la morte. E ancora si domandano: “Perchè?”. E continuando a chiedersi “perchè?” proseguono imperterriti a sradicare quella concretezza dell’Assoluto nella storia umana che ha fatto sì che miliardi di uomini prima di noi, chi ci ha preceduto, ancora pieno di senso cristiano della vita, non esclamasse quel “perchè?” nichilista davanti a tutte le cose, affidandosi fiduciosi a Dio, nel bene e nel male, sapendo benissimo che in Dio quel che sulla terra può sembrare “male” ai nostri occhi mortali non può avere altro sbocco che il “Bene” finale che vedremo con gli occhi soprannaturali.


Che ciò che sembra “assurdo”, altro non è che mistero.


Non si rendono conto che quel “perchè?” è il risultato della rimozione del senso sacro della vita stessa. Della rimozione di Dio.


Non capiscono che tutto è “ingiustificato” se non c’è Alcuno dinanzi al quale “giustificare”. Che senso ha domandarsi il “senso” della sofferenza “di un bambino”, se prima si è privato di senso e dichiarato ingiustificata la stessa figura dell’Unico che dispensasse senso, cioè Dio?


Come far capire a questi ciarlatani che tutto è “ingiustificato” se posto dinanzi a una natura che è muta cieca e sorda qualora è privata di un artefice? quando altro non fosse che il risultato della divinità volubile e capricciosa del “Caso” e non della volontà di Dio? Nihil sine Deo!


Perchè un bambino guardando alla sua malattia, oggi si chiede: “Perchè”? È questa la domanda che non sarebbe mai dovuto arrivare a porsi. Quando te la poni, Dio è “morto”.


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