Il papa e il bimbo. Parte II

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Chi vi ha detto che avete diritto ad essere felici?


PROPRIO PERCHÈ È UN PASTORE SERIO, IL PAPA “NON RISPONDE”…


il popolo del Vicario di Cristo, a Madrid
Veniamo adesso al bambino in carrozzella [che dicevamo nella parte 1], malato di cancro, che ferma il papa per lasciargli la letterina. E quella domanda gettata lì, inquietante, nonostante i molti sospetti che genera il contesto, come si diceva all’inizio: «Santo Padre, perché Dio, se è buono e onnipotente, permette che malattie come la mia colpiscano persone innocenti?


Perchè la mia malattia?». Lasciamo perdere il perchè i giornalisti di un quesito tanto intimo ne fossero già ampiamente informati in anticipo. La domanda c’è e resta, importante. E ancora più importante è capirne la genesi, religiosa più che altro, prima che cedere a psicologismi. Tenendo a mente la domanda del bambino malato, non dimentichiamo il commento e la conclusione apparentemente gratuita e ignobile dei giornalisti: “Una risposta probabilmente gli arriverà. Sarà sicuramente gentile, ma difficilmente potrà soddisfare il bimbo, anche se a scriverla sarà il Papa teologo”.


Andiamo con ordine. Anzi, no: andiamo come viene viene. La sofferenza, il male, la morte. E per giunta su un bambino.


Mi contatta un amico, che non so per quali ragioni, in un qualche modo si identifica in questo caso. Il quale mi fa notare: “Ma il papa non risponde… ahi ahi ahi!”.


Ma davvero? Vediamo come dovrebbero stare davvero le cose. Proprio il fatto che non abbia improvvisato alcuna risposta di circostanza dovrebbe farci pensare. Risulta evidente che il papa non ha sottovalutato la domanda del bambino, avendo in “gran dispitto” ogni tetralità caciarona e improvvisazione: essendo pastore scrupoloso ha voluto prendersi il tempo necessario per rispondere, con serietà, perchè seriamente ha a cuore il dramma dell’uomo moderno. Perchè fino in fondo è e si sente pastore del gregge del suo Signore. Questa è la prima cosa che ti risulta evidente.


PERCHÈ UN BAMBINO INNOCENTE?”. HAI SBAGLIATO: NESSUNO È “INNOCENTE”!


Un attimo dopo, avverti qualcosa d’altro: la necessità di far ritornare tutto al suo posto. Smetterla con l’espellere la sofferenza, la malattia, la morte dalla vita, considerandole degli extra inaccettabili, corpi estranei dell’esistenza, spesso innominabili, sconvenienti come argomenti nei salotti. Proprio perchè sofferenza, male e morte della vita fanno parte, e tutte e tre sono incuneate nella natura umana.


E dunque sono un riflesso della perfetta volontà di Dio, che così ha stabilito. Ma tuttavia, nella storia della salvezza, non risultano come simultanee alla genesi dell’uomo: sono la conseguenza del peccato originale, che ha provocato la fine del paradiso terrestre, dopodichè conoscemmo la morte. E il dolore: sin da quello del parto, all’inizio, che ci introduce alla vita, e poi, alla fine, quello che ci accompagna fuori dalla vita, morendo.


Ma perchè “un bambino innocente”? Quanto a santificarci da soli andando per categorie umane, non ci supera nessuno: è se c’è da dichiarasi “colpevoli”, che mancano sempre i volontari reo-confessi. Come non rispondere che dinanzi a Dio non ci sono “innocenti”? Che lo stesso peccato d’origine ci accompagna tutti nella mancanza di un’innocenza perduta sin dall’inizio della storia umana? E però, se la malattia, la sofferenza e la morte sono conseguenze del peccato originale, non per questo sono necessariamente “punizioni”.


Semmai lo sono state all’inizio: poi Dio ha lasciato mutassero di significato, diventassero qualcosa d’altro. Possono essere, infatti, una di quelle infinite strade che conducono proprio a Dio, che ci portano a contribuire anche senza saperlo a un più generale piano di salvezza, nostra e di molti altri per mezzo nostro. Tutto sta a capirlo, ad accettare docili la difficile missione che Dio ci affida proprio nel dolore. Non sta a noi discutere dei mezzi che lo Spirito impiega.


Del resto quella “mano invisibile” si muove secondo una logica imperscrutabile, che sfugge all’occhio e alla ragione umana, ma che non può che sfociare nel bene. Quante volte dimentichiamo quel detto evangelico, secondo cui, se il chicco di grano “non muore” non produce frutto. Essere consapevoli di questo, significa anche “capire”, valorizzare, rendere attiva la nostra sofferenza. Metterla a disposizione della salvezza di tutti. Lo so: queste cose era più facile capirle un tempo, quando le società erano veramente cristiane, e dove il premio ultraterreno contava più delle soddisfazioni nella vita terrena.


AH ORIANA MIA, COM’È INGIUSTO MORIRE, DAL MOMENTO CHE SIAMO NATI!


la Magnani
Ma un dato resta, allora come oggi: vi piaccia o no, Dio è il solo padrone della vita e della morte. Senza che ce lo chiedesse ci ha messi al mondo: perchè dovrebbe scusarsi o giustificarsi se, dopo averci fatto dono per un tot di anni della vita, decide di togliercela, come meglio crede, non per farci scendere “nel gorgo muti”, ma per ricondurci a “Casa Sua”, che poi è la nostra stessa Casa, l’eterna dimora?


La sofferenza: è bene ricordare che tutto ha un senso, anche il dolore, proprio perchè Dio cose inutili non ne fa. Lo so che è drammatica, umanissima, comprensibile nel suo paradosso, quella esclamazione di Anna Magnani in un’intervista alla Fallaci: “Ahh Oriana mia!… però come è ingiusto morire, dal momento che siamo nati”. Ma tant’è!


Torniamo all’amico del quale dicevo poco fa. Che aggiunge, lui pure, che il bambino in carrozzella è un “innocente”. Come se la sofferenza fosse un pegno solo per i “colpevoli” di qualcosa; come se la sofferenza avesse il dovere di rispettare la maggiore età e le altre formalità anagrafiche. Ma poi: non ci sono innocenti dinanzi a Dio, dicevamo: ci sono figli. Tutti egualmente colpevoli. Tutti in egual modo amati, va detto.


L’amico non demorde. E aggiunge: “Eh si… però quando si soffre vien difficile pensare al Dio buono… Anzi, viene veramente molto facile bestemmiarlo, perché fa arrabbiare che tu gli faccia domande e per risposta ottieni solo un silenzio e un aumento delle sofferenza”.


Ecco, mi dico, a questo serve la sofferenza: a non bestemmiarlo nella prova, Dio.


FIGLIOLO, CHI TI HA DETTO CHE HAI DIRITTO AD ESSERE FELICE?


Fellini
Egli, il creatore e padrone di tutte le cose, della salute e della malattia comprese. In realtà, non posso fare a meno di pensare a quel famoso film di Fellini, dove il penitente affranto confessa al vecchio vescovo da dietro la grata: “Padre, sono infelice”. E il confessore calmo gli domanda: “Ma figliolo, chi ti ha detto che hai diritto ad essere felice?”.


Diritto alla felicità. Questa pretesa è un vero assurdo, l’utopia delle utopie per la quale siamo passati attraverso tutti i fuochi, ci siamo svegliati ogni mattina a un nuovo delirio, una nuova follia, una nuova ideologia. Una sfida mortale fra la natura umana così com’è, la più dimenticata e la più aurea delle virtù cristiane quella del realismo, e l’istinto di autoannientamento.


Una pazza idea che striscia nella polvere, fra i fumi e le macerie della nostra storia degli ultimi tre secoli, è questa che noi si abbia diritto al paradiso in terra. La scaturigine di ogni inferno moderno, l’idea principe di ogni omicidio sistematico. Illusione pazzesca che certamente affonda le sue radici nelle terrificanti costituzioni chimeriche della Rivoluzione Francese, quando si stabilì che “ogni cittadino ha diritto alla felicità”.


E che altro non voleva dire che accettare tout-court il nuovo statu quo e dirsi “felici” e contenti. Affidando la propria vita, non più a Dio nell’alto dei cieli restando sovrani su se stessi e individui, ma alle alte gerarchie di uno Stato statolatra, assoluto, tiranno, famelico e onnivoro e onnipotente, che si è impadronito della vita, della morte, del pensiero dei sui sudditi, riducendoli a schiavi impotenti di una teoria, di un’idea (e solo quella) di “libertà e felicità”, annullando l’individuo nel “cittadino”, il cittadino nella massa. Non è un caso che poche settimane dopo la proclamazione di quei Principi Immortali di “felicità” obbligatoria per tutti, si scatenò a Parigi il Grande Terrore: se la natura umana non obbedisce allo schema ideologico, tanto peggio per la natura umana che non vuol “essere felice e contenta”, e la si fa passare per la ghigliottina.


Almeno i cattolici, che hanno l’obbligo del realismo, una cosa dovrebbero ficcarsela in testa: i “diritti” non esistono nella vita del cristiano; esistono solo i doveri e la Grazia, quindi la volontà di Dio. Non vi piace? Non siete d’accordo? Ecco, il “piacere” o meno e il “secondo me”, sono altre due cose che non hanno “diritto” di esistere all’interno del cattolicesimo. Dove c’è una Verità Assoluta, opinioni e gusti non hanno cittadinanza. O si prende tutto il menù, nella Chiesa, come diceva il cardinale Basil Hume, o si scelga pure un altro “ristorante”.


I NOSTRI CRISTIANISSIMI CONTADINI DI UNA VOLTA, VIVEVANO 3 VITE. NOI UNA… E MANCO!


All’amico del quale si diceva, dico che le sue pretese di “diritto alla felicità” sono “pura pazzia”, ed egli conclude: “Pazzia tutto ciò? Eh sì, è vero quello che dici ma quanto è… impossibile per una creatura accettarlo, soprattutto perché tutto è avvolto dal mistero totale”.


In realtà,se vi è un “mistero” non è “totale”, tuttavia nessuno di noi può comprendere a pieno i piani di Dio. È “impossibile accettare” il mistero della sofferenza, solo per le creature che hanno perso la prospettiva cristiana e soprannaturale delle cose della vita, e anche inconsapevolmente hanno interiorizzato l’idea (eccone un’altra, degli ultimi secoli) che tutto cominci e si esaurisca qui. Domande legittime, certo: chi si fa domande è pur sempre qualcuno che cerca Dio, la domanda può essere preghiera.


Ma va fatto notare pure che queste domande alcuni anni fa non se le ponevano i nostri contadini, la vecchia società rurale, completamente cristianizzata dal basso: non per ignoranza come qualche radical-chic con troppa faciloneria penserebbe, ma perchè cristiani senza esitazione, per i quali la prospettiva ultraterrena era persino più desiderabile di quella terrena. La nostra vecchia gente non si accontentava di una vita sola, questa, che capace pure duresse poco, ma ne viveva tre: quella della memoria (che aveva un valore), quella reale di tutti i giorni nella valle di lacrime, e quella futura alla quale li proiettava la loro speranza cristiana.


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