…FUOCO! –

27/3/2015 francocardini.it

“Caricate! Puntate! Fuoco!”.


Una scarica sincronica, micidiale: il condannato che si accascia mentre sulla sua camicia immancabilmente candida, all’altezza del cuore, una macchia purpurea si allarga. Ricordi romantici: il fossato di Belfiore, Castel Sant’Angelo e il cavalier Cavaradossi, Senso di Luchino Visconti, i rivoluzionari di Pancho Villa contro le milizie dei federales, “il-povero-soldato-è-condannato-a-morte-lontan-dalla consorte-vicino-al-colonnel”, freddi impettiti comandanti con la sciabola sguainata (“Maledetti-signori-ufficiali-che-la-guerra-l’avete-voluta”) e Uomini Contro che rifiutano la benda, e la famiglia dello czar innaffiata di proiettili alla rinfusa, e Ciano e De Bono a cavalcioni alla sedia fucilati alla schiena in segno di disonore, e anche i gerarchi repubblichini sulla piazza di Como, con Barracu che come medaglia d’oro pretende (invano) di venir colpito al petto e Pavolini che tenta un’ultima eroica fuga.


E frasi, frasi “storiche”, frasi “fatali”: l’ultima sigaretta e poi “Mirate al petto, risparmiate il volto!” e le ultime grida stentoree e disperate, i “Viva!” qualcosa riaffermati per l’ultima volta e una volta per tutte.


C’è tutto il Risorgimento, la Grande Guerra, la Resistenza, nella sequela di fucilazioni che comportano sempre un che di disperato eppure di romantico. Un modo spiccio, barbarico ma a modo suo più decoroso e forse meno penoso di tanti altri sistemi ideati più tardi per metter fine alla vita dei condannati alla pena capitale.


Pensiamo alla tremenda sedia elettrica su cui i malcapitati “friggono” per lunghi, interminabili minuti; all’immonda garrota che spezza implacabile le vertebre del collo; all’impiccagione che soffoca brutale e che ha tanto impressionato François Villon e Fabrizio de André (“tutti morimmo a stento…tirando calci al vento”); alla camera a gas, “indolore” ed “eutanasiaca” solo per autocertificazione dei carnefici e divenuta simbolo dell’abietto massacro di massa per innocenti; alla decapitazione con i suoi in apparenza “asettici” succedanei quali la ghigliottina, che era parsa una giacobinata in fondo civile anche ai papi della Restaurazione e che il mantello rosso del celebre boia-filosofo Mastro Titta circonfondeva di una sua macabra e dignitosa, dura eppur dolente umanità (molto migliore del ritorno all’artigianato barbarico da parte dei carnefici del califfo); all’iniezione letale, propagandata come la più “civile” e forse invece la più infame di tutti, presentata in tutto il suo orribile splendore letale in un film interpretato mirabilmente da Sean Penn e Susan Sarandon.


Negli Stati Uniti d’America, gran parte dei quali permane fedele allo “spirito della frontiera” e seguace convinta del principio biblico dell’occhio-per-occhio, quanto a condanne capitali e relativi metodi ne hanno provate di tutte. Alla fine l’arcaico e ruvido stato dello Utah ritorna alla fucilazione, quindi al plotone di esecuzione.


Un metodo, a modo suo, “civile”: i componenti del plotone sono tutti volontari, ma solo la metà è dotata di arma carica; nessuno sa se il suo fucile esploderà, ma tutti sono ben consci che se il condannato non muore subito saranno puniti; ciascuno prende accuratamente la mira, pregando in cuor suo di sparare a salve e ben sapendo che, per tutta la vita, si convincerà di averlo fatto; il sistema di puntamento laser, col suo freddo implacabile puntino rosso, rende sicura la mira e istantaneo (almeno si spera) il decesso, per quanto il triste privilegio del comandante, il colpo di grazia, sia un rito obbligatorio come un tempo lo era il sottile infallibile pugnale acuminato perciò stesso detto “Misericordia”.


Ecco la Buona Morte, decorosa perché preceduta da un ultimo pasto che può essere succulento (beati i forti che sanno goderselo…), quindi il rituale di pacificazione (la confessione e l’assoluzione per i cattolici, l’abbraccio conciliatorio con il boia, il diritto all’ultima sigaretta e alle “ultime parole famose”.


La morte addomesticata, come ci hanno insegnato Norbert Elias, Albereto Tenenti, Michel Vovelle. Anche questa è civiltà.


O, almeno, così pensano nello Utah. Certo, una lunga serena vecchiaia e quindi un tranquillo trapasso nel sonno sarebbero preferibili. Ma fondo ci sono modi molto peggiori di compiere l’estremo passo. Si dice che Cesare, a chi gli chiedesse come avrebbe voluto che fosse la sua morte, rispondesse con un lapidario “Ràpida”. Gli toccarono ben ventitré pugnalate, l’ultima infertagli dal figlio adottivo prediletto.


Un plotone di esecuzione sarebbe stato ben più decoroso e pietoso.


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