Perché l'Occidente non appoggia la reale opposizione a Putin? (di Maurizio Blondet)

21/3/2015 rischiocalcolato.it effedieffe.com

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Capisco che questo titolo può far trasecolare. Ma come? Da George Soros al National Endowment for Democracy, da Washington a Londra e a Parigi, dalla BBC alla CNN, dalCorriere a Repubblica, non fanno che promuovere, citare, intervistare gli oppositori di Putin.

E spesso, finanziarli, addestrarli, prepararli ideologicamente nella speranza che un giorno accendano una Maidan russa. Per l’oscuro omicidio del povero Nemtsov hanno riempito pagine e speciali tv colme di dolore e di sdegno, implicando – o anche dichiarando apertamente – che Vladimir Putin s’è liberato così di un temibile avversario politico; poi, appena divenuto chiaro che l’avversario non era affatto temibile, per concludere: fa paura che Putin elimini anche avversari politici così insignificanti. Appena ai corrispondenti a Mosca la direzione dei media chiede di «sentire un oppositore», sono tutti lì con microfono in mano attorno ad Alexei Navalny: così aitante, così a favore del libero mercato, che parla tanto bene l’inglese (ha studiato a Yale), così veemente nelle accuse al sistema di potere putiniano. E raccolte le sue dichiarazioni, i giornalisti non dimenticano mai di dire che è stato arrestato molte volte dalle autorità russe, ovviamente per le sue battaglie di libertà (anche se alcune volte per appropriazione indebita di fondi: a un partito politico, ad una ditta… bisogna pur vivere, visto che la presa del potere supremo tarda).

Ma questi sono oppositori che alle elezioni non prendo mai veramente voti. Basti dire che Navalny stesso preferisce non presentarsi alle presidenziali, sostenendo che sono falsate; e che il partito liberal preferito dall’Occidente, Iabloko, prende il 4%, sotto la soglia di sbarramento, dunque non ha nessun deputato alla Duma.

È veramente curioso che, quando richiesti di «sentire qualcuno dell’opposizione» a Putin, i corrispondenti e inviati speciali non chiedano mai l’opinione di quelli che hanno un vero grosso e temibile seguito popolare: Ghennady Ziuganov, per esempio, che ha dalla sua i voti di 12,5 milioni di russi; né abbiano alcuna voglia di avere un giudizio sulla situazione da Vladimir Zhirinovski, celebre per gustose battutacce che rendono pepata un’intervista: eppure conta su 7,6 milioni di voti. Potrebbero almeno sentire Mironov, il socialdemocratico, il terzo oppositore per quantità di voti presi alle elezioni. Macché, mai. Sempre e solo Navalny, e finchè era vivo,Nemtsov.

Eppure giudicate voi:

— nel 2011, Russia Unita, il partito di Putin, ha ottenuto 32 milioni di voti e 238 seggi alla Duma.

— Il partito di Ziuganov ha preso, coi suoi 12,5 milioni di voti, il 19% dei suffragi e spuntato 92 seggi.

— Quello di Zhirinovski ha preso l’11,6 per cento, e 64 seggi.

— Russia Giusta di Mironov a perso 8 milioni di voti e 64 seggi.

Altro che i numeri da prefisso di Navalny o del povero Nemtsov. Ziuganov da solo ha la forza elettorale per sfidare davvero Putin e, al bisogno, in caso di crisi imprevedibile, spodestarlo dal Cremlino; tant’è vero che ha osato sfidarlo alle elezioni presidenziali del 2012: dove sì, «Volodia» ha raccolto 63,6% dei voti al primo turno, ma Ziuganov è risultato un forte secondo con un notevolissimo 17,1% (terzo è risultato il miliardario liberale Prochorov con l’8, quarto il fiammeggiante Zhirinovski col 6). Se unissero le loro forze, questi leader dell’opposizione potrebbero insidiare seriamente la presidenza.

Come mai i media occidentali non sono interessati a sentire i pareri e le valutazioni di questi oppositori, né i Governi occidentali li promuovono, li coccolano, li pagano perché diano l’auspicata spallata a Putin? Perché nemmeno vengono citati, tanto da essere quasi degli sconosciuti in Europa? Forse perché:

 Ziuganov è il segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, nonché presidente dell’Unione dei Partiti Comunisti. L’opposizione reale a Putin, come si vede, è egemonizzata non dai Navalny, ma dai comunisti.

• Zhirinovski , ex colonnello dell’armata, ha fondato il partito dall’ingannevole nome di Liberal-democratico di Russia: dico ingannevole perché in realtà è un ultra-nazionalista apertamente su posizioni di «destra populista»: sia sufficiente dire che nel programma di Zhirinovski c’è la riunificazione di alcune delle ex-repubbliche sovietiche in un Stato unitario, centralizzato, con una forte presidenza, ed una sola lingua ufficiale: il russo; la pena capitale per i delitti gravi; la statalizzazione di settori economici strategici; la repressione di religioni «alternative» tipo New Age (la vera religione essendo quella ortodossa); il diritto agli utili d’impresa — insomma un programma che gli storici potranno riconoscere senza bisogno di nominarlo. Certo, non è esattamente l’ideale del regime che Wall Street e Georges Soros, ardono di instaurare in una Russia liberata da Putin.

Di più: i due suddetti partiti d’opposizione sono meno eterogenei di quanto possa far credere il loro nome. Il Comunista di Ziuganov è almeno altrettanto nazionalista di Zhirinovski e suoi seguaci; e questi sono per certi aspetti degli statalisti, sicuramente ostili al «libero mercato» e a tutto quel che ne segue, le Borse, le banche private… Il patriottismo li unisce – come del resto l’81% dei russi, che nei sondaggi si dichiara «patriottico» o «molto patriottico» – e si sono notate trasfusioni di voti dagli uni agli altri.

I media occidentali e i poteri forti preferiscono non guardare la realtà: ossia che, detronizzato Putin, la più prossima a prendere il potere democraticamente sarebbe una formazione nazional-comunista. Di Ziuganov e Zhirinovski non so dire molto; ma mi par d’indovinare che il mondo libero non può contare né sull’uno né sull’altro per far avanzare in Russia i diritti degli omosessuali al matrimonio e all’adozione, la promozione degli stili di vita trans, o garantire la libertà di stampa a giornali trasgressivi come Charlie Hebdo, così espressivi dei nostri valori.

Ad occhio e croce, mi sentirei di escludere che una volta al potere a Mosca, Ziuganov o Zhirinovski arderebbero dal desiderio di aggiudicarsi la consulenza pagata di Goldman Sachs, ad assoggettarsi al FMI, a piazzare il debito pubblico sulla Borsa di Londra, a trasferire porzioni crescenti di sovranità russa a entità sovrannazionali create per far progredire la globalizzazione e il governo mondiale dei tecnocrati e banchieri.

E qui intravvedo il motivo per cui non solo George Soros e McCain ostentatamente ignorano i veri oppositori russi, non ne sono interessati; ma anche perché i giornalisti occidentali evitano di intervistare Ziuganov e Zhirinovski, nemmeno per sentire cosa hanno da criticare nel Governo di Putin, e continuano a intervistare Navalny, descrivendolo come «l’uomo che Vladimir Putin teme di più» (Wall Street Journal) e «la sola figura importante dell’opposizione emersa negli ultimi cinque anni» (BBC).

Il disinteresse per la realtà, però, è all’origine del delirio complottista cui si sono abbandonati i media occidentali (fieramente anti-complottisti in altre sedi) quando Vladimir Putin è scomparso per dieci giorni. «Ha avuto un infarto», «No, un intervento di chirurgia plastica», «Ha accompagnato in Svizzera l’amante che sta per partorire il secondo figlio», e di giorno in giorno a spararle sempre più grosse: Putin è «vivo» ma «neutralizzato» da un «golpe silenzioso» (Daily Mail Online), «Nikolay Patruschev, l’ex capo del FSB, sarebbe l’autore del putsch» (International Business Time). La corrispondente dell’Huffington Post notava l’improvviso silenzio della «armata di trolls del Cremlino che invadono i cellulari dei giornalisti esteri» per riempirli di insulti e ne traeva l’ipotesi del colpo di Stato.

L’autorevole Washington Post ha trovato degno di nota riferire che sugli smartphones moscoviti correva popolare l’ashtag #Putin Morto. Da parte sua, Il Chicago Tribune: «La scomparsa di Putin implica la dittatura in Russia»; no, rettificava la Reutersattraverso il suo corrispondente e blogger locale Masha Gessen, che è stato l’amico e il biografo di Khodorkovski: «L’assenza di Putin dimostra che il caos ne sarà il solo successore». Il tutto condito di particolari concretissimi e molto fondati, che il portavoce di Putin, Pechkvov, il giorno che il capo è riapparso, ha sunteggiato così rivolto ai giornalisti esteri: «Non avete visto Putin paralizzato e catturato da generali rivoltosi fra cui si cela un medico straniero? Come sapete è appena arrivato in Svizzera dove deve partorire un neonato…».

Una giusta derisione. Come vecchio collega, mi vergogno per quei giornalisti che hanno rivelato la loro nullità professionale: a Mosca non hanno alcuna vera «fonte» (Navalny non basta), e riempiono il nulla con fantasie di ossessive di complotto. A meno che non sia un altro sintomo della dissoluzione della ragione che avanza in Occidente, ancora più preoccupante.


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