ARCHIVIO - INTERNET

2009 VITTORIO MESSORI

Visto che siamo in argomento.


Come tutte le cose umane – e per la solita legge della “compresenza degli opposti” – Internet è una grande opportunità e, allo stesso tempo, un pericolo, se non una sventura. Inutile ricordare il positivo, che tutti constatiamo ogni giorno. Quanto al negativo, essendoci l’imbarazzo della scelta, mi viene in mente la messa in pratica, a livello planetario, della amara battuta di qualcuno: «Il guaio di ieri era che molti non sapevano parlare.


l guaio di oggi è che troppi non sanno tacere». C’è certamente una democrazia positiva del web, ma c’è anche quella per la quale ogni ignorante, disinformato, malevolo, sfaccendato, maniaco, matto, può mettere sotto gli occhi del mondo intero il suo “secondo me”, il suo delirio, la sua calunnia, con visibilità pari a quella, che so?, di una enciclica papale. Diventando, tra l’altro, incancellabile per un tempo indefinito e senza possibilità di difesa da parte di chi sia aggredito o diffamato. L’anonimato, l’evanescenza, l’impossibilità di intervento sono le leggi di questo mare crescente di parole e di chiacchiere, di ragionamenti e di deliri, di informazioni corrette e di menzogne.


Anche, soprattutto per questo, io pure navigo nel mare spesso limaccioso di Internet ma non clicco mai – se non costretto come nel caso di cui ci siamo appena occupati – sul mio nome.


Non so, davvero!, che ci sia dietro a quelle centinaia di migliaia di link che appaiono battendo sulla tastiera Messori. Anche perché, in fondo, che me ne importa? Non è anche in questi casi che si scopre quale fortuna sia l’essere cristiani? Pure davanti allo schermo ho la conferma del privilegio che è la fede, che ti dà l’appagante certezza che c’è un solo Giudizio, quello di una sola Persona, che davvero conti. E, dunque, i conti vanno fatti con la propria coscienza e non con l’angoscioso “che dicono di me gli uomini?” di coloro che, per dirla con Paolo, «non hanno speranza». Dicano quel che gli pare, nel bene e nel male. Non è dei loro elogi o delle loro polemiche che devo rallegrarmi o indignarmi.


Saranno del tutto irrilevanti quando anche per me, come per tutti, giungerà il Gran Giorno.


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Prospettiva di fede a parte, qualcuno ha previsto che, aumentando le pagine elettroniche e diminuendo quelle di carta – quelle, cioè, di libri e giornali tradizionali – diverrà impossibile fare storia: chi vorrà ricostruire gli eventi, anche recenti, avrà un eccesso mostruoso di materiale, senza alcuna possibilità di controllo. Tutto finirà in una enorme melma virtuale, dove i granelli di verità non saranno distinguibili da pettegolezzi, deformazioni, equivoci, deliri, bugie.


C’è del vero, anche se pure Gutemberg non assicura nulla, quanto ad attendibilità. Ne ho avuto l’ennesima conferma in questi mesi, scorrendo il libro, di carta!, delle memorie di un giornalista che ha varcato ormai la settantina e si è occupato per tutta la vita di informazione religiosa. Informazione, in realtà, in questo caso è una parola grossa, probabilmente abusiva. Provenendo direttamente dal seminario, lasciato nei furori del Sessantotto, questo collega era divenuto una delle icone del cattocomunismo puro e duro.


Ben pagato e sindacalmente ben tutelato da ricchi giornali borghesi, per decenni ha fiammeggiato (ovviamente con toni “profetici”….), con apologie della Chiesa dei poveri, con teologie della liberazione, monomanie sugli “ultimi”, con disprezzi e accuse contro l’invisa Gerarchia, con previsioni apocalittiche, tutte puntualmente smentite dai fatti. Alla fine, l’amaro imprevisto: anche su di lui sono piombate, pesantissime, le macerie del Muro comunista. Come è avvenuto per tutti gli altri della “parrocchia rossa” dei cosiddetti intellettuali, invece di cambiar mestiere – previa doverosa richiesta di scuse a chi lo avesse preso sul serio – ha continuato come se nulla fosse ad esibirsi in pubblico con analisi, bilanci, prospettive, giudizi. E adesso, questo sconfitto della storia (uno dei tanti, s’intende, e non certo dei maggiori) ci propina anche il libro di memorie, dove sentenzia come se fosse stato lui ad avere visto giusto nel futuro.


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Per curiosità, guardo anche qui, nell’indice dei nomi. Il mio c’è, ovviamente; e, altrettanto ovviamente, vi è citato come quello dell’antagonista, del reazionario, del passatista, del leccapiedi (per soldi e per brama di potere, ça va san dire) di cardinali e papi. Carte rovesciate, insomma: come se avessero avuto torto coloro che, a differenza di lui, non si sono lasciati ubriacare dallo spirito dei tempi, coloro che hanno atteso impazienti che svanisse l’ubriacatura clericale, che finisse il tragicomico carnevale dei seminaristi e dei preti convertiti al Verbo sedicente “progressista” e che si è rivelato in realtà come un improponibile passato.


Peggio per lui, ci sarebbe da dire, se è a tal punto incapace di autocritica. Ma peggio anche per quelli che verranno dopo di noi, se tenteranno di ricostruire le vicende della Chiesa del postconcilio basandosi su queste “fonti” che, pur se in solida carta, non sono diverse da quelle che tremolano sugli schermi del computer. Vi vedo ad esempio – non so se divertito o incredulo – le molte pagine dedicate alla pubblicazione, a metà degli anni Ottanta, dell’esecrato Rapporto sulla fede, quello dove il cardinal Ratzinger suscitava ondate di indignazioni pretesche per questo presunto «Manifesto della Restaurazione» che io avevo avuto la colpa di raccogliere e diffondere.


Devo sorridere o indignarmi, leggendo di retroscena fantasiosi, di complotti ipotizzati, di “veline” provenienti dalle Alte Sfere, di disegni politici, di alleanze tra Poteri Forti? Leggo e, alla fine, decido di rallegrarmi con me stesso: in effetti tutto mi era sembrato così semplice, lineare, chiaro, alla luce del sole nella progettazione, nella stesura, nella pubblicazione di quel libro.


E scopro, invece – nella ricostruzione al limite del delirio di questo cosiddetto “informatore” che continua ancora a imperversare sui giornali – di essere stato un protagonista non secondario di una storia alla Dan Brown: una trama complessa, tenebrosa, allargata al mondo intero, dove la teologia si sarebbe intrecciata al potere, non soltanto ecclesiastico ma anche politico e finanziario. Accidenti! Non mi prendevo tanto sul serio! Non sapevo di avere una mente tanto machiavellica da poter far parte di una macchinazione planetaria, in combutta con cardinali, capi di stato, il papa stesso. Circondandomi di tanti, complicati sospetti presentati come verità occulte ma assodate, questo dietrologo gauchiste ha nutrito la mia vanità.


Insomma: a me, alla fin fine, è andata bene. Ma andrà bene altrettanto agli sventurati che, in futuro, vorranno sapere come sono andate davvero le cose e leggeranno storie basate su simili “fonti”? .


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