ER VIPERETTA E GLI ALTRI PESCECANI CHE NUOTANO NEL MARE DELLA CRISI

Estratto del libro di Mario Giordano, 'Pescecani

Estratto del libro di Mario Giordano, "Pescecani" (Mondadori), pubblicato da “Libero Quotidiano


Al suo primo incontro con i tifosi della Sampdoria fece scalpore perché gridò: «Non sono venuto qui a contare le macchie di leopardo». Alla prima intervista da presidente fece scalpore perché propose di mettere delle miss a bordo campo, al posto dei raccattapalle. Al primo intervento tv nel dopo partita fece scalpore perché si comportò da cascamorto con la conduttrice Ilaria D’Amico: «C’ho er mosquito, vorrei portarla a Ostia Lido...». L’arrivo di Massimo Ferrero, detto Er Viperetta, nel mondo del calcio è passato tutt’altro che inosservato. È subito diventato uno dei protagonisti dello show pallonaro con le corse folli sotto la curva, i balletti, la bandana della Samp sulla testa, i capelli arruffati,la cravatta molle e le scarpe bicolori, toni sempre sopra le righe, «me so’ rotto li cojoni» e «non c’ho l’anello ar naso», frasi incompiute e gaffe micidiali.


Anche Maurizio Crozza l’ha subito prescelto per il suo zoo di personaggi meritevoli di imitazione. Indimenticabili le macchiette in cui il comico veste i panni d’Er Viperetta: annuncia di essersi innamorato della «città di Sampdoria», storpia i nomi, cita i suoi amici attori «Roberto Sordi» e «Dina Lollobrigida». E non sapendo che la maglia della squadra di cui è presidente è blucerchiata, dice: mi metto la divisa «bruciacchiata»... Roba da ridere, roba da show. Ma anche nella realtà le gaffe di Ferrero non sono da meno. Come quando ha definito il presidente indonesiano dell’Inter un «filippino».


Come quando ha scritto un tweet sgrammaticato: «A Roma per lasciare hai laziali un bel dolore» (e poi ha commentato: «Era voluto»). O come quando a un giornalista di Panorama, che gli parlava di filantropi, ha chiesto: «So’ quelli che si comprano i francobolli?». Ma, in verità, non si capisce se quella del personaggio popolano, tutto caciotta e passione, zotico furbo e geniale, slang coatto e idee da Hollywood, sia davvero la sua natura. O se è soltanto una parte che recita perché gli fa assai comodo poter dire quel che gli pare in assoluta libertà, con la scusa del «so’ fatto così».


Appena arrivato a Genova, per esempio, ha lanciato l’idea di costruire un nuovo stadio: lo vorrebbe sul mare, futuristico, avveniristico, unico al mondo, con l’imprinting di Renzo Piano, un porticciolo come parcheggio, gli yacht che attraccano sotto le tribune. «Non sarà solo per il calcio, ma sarà un luogo di intartaiment» dice. E quando sarà costruito («Io aspico ’sto progetto di portarlo in vita...») sarà battezzato “Balena Bianca” mentre la Samp per festeggiare cambierà inno, adottando “Una rotonda sul mare”. Tutto perfetto, a parte la grammatica: ci sono pure il nome e la canzone. Ma resta un problema: chi paga? Ovvio: «Pantalone» risponde lui, fra una smorfia e una strizzata d’occhio alla D’Amico. «C’è sempre un Pantalone che paga».


C’è sempre un Pantalone che paga, si capisce. E pazienza se Er Viperetta, con il suo accento da coda alla vaccinara, sta a Genova più o meno come Totò stava a Cuneo: quello che conta è il business, dove c’è, bisogna buttarsi. La Sampdoria, in effetti, per Ferrero è la vetrina importante, la grande occasione di popolarità: eredita una società gestita da anni dai petrolieri, prima i Mantovani, poi i Garrone, gente seria, con il birignao alla ligure, establishment della Lanterna, rigore e riservatezza, e ci catapulta dentro lo spirito burino della suburra romana. Un cocktail devastante. Qualcuno dice che la società gliel’hanno regalata, lui sostiene di averci investito 50 milioni. Chi lo sa.


Di sicuro il giorno in cui a Genova diventa presidente dei «bruciacchiati», a Busto Arsizio chiede il patteggiamento per bancarotta fraudolenta. Proprio nelle stesse ore. Da una parte il trampolino della celebrità. Dall’altra un’oscura vicenda legata al fallimento della compagnia aerea Livingston per cui Massimo Ferrero entra a tutto diritto nella nostra galleria dei pescecani. Questo è quello che vi racconteremo tra poco: la pagina meno nota di un presidente che è diventato assai noto. Fin troppo.


Perché le sue follie, nel frattempo, si sono trasformate in agiografia, le sue sparate sono accolte ovunque da applausi. Si capisce: la coperta del ridicolo rende tutto simpatico, anche i crac, i buchi neri, la condanna giovanile per abuso edilizio, i dipendenti della Livingston lasciati a casa, i debiti non pagati, i fallimenti finanziari, i soldi intascati in modo fraudolento... Fa tutto ridere, come quando il comico Crozza gli fa dire, mescolando fede sampdoriana e accento romano: «Forza Doria, forza lupi, sono sepolto da li mutui...». Com’è divertente, com’è pittoresco. Il grande circo del calcio ci gode a correre dietro al nuovo personaggio, che promette: «Basta con la noia, vi farò divertire».


E che riporta alla luce i fasti dei mitici presidenti dei tempi d’oro, gli Anconetani, i Rozzi, i Massimino, quelli che quando l’allenatore diceva loro: «Presidente, la squadra c’è, manca solo un po’ d’amalgama», rispondevano: «Amalgama? Lo compriamo al prossimo calciomercato...».


Ma certo: come non guardare con simpatia la storia di Massimo Ferrero, il ragazzo del Testaccio, figlio della Roma popolare, papà tramviere della linea 95, mamma con banco ambulante all’Esquilino, che da adolescente come sommo divertimento aveva quello di fare il bagno nel fontanone di piazza Navona? Come non sorridere quando racconta di aver cominciato come galoppino sui set di Luciano Salce e Tinto Brass? Come non invidiarlo quando si compiace nel ricordare Serena Grandi e Stefania Sandrelli, viste dal camerino? Lui, fra l’altro, è proprio bravo a costruire l’agiografia del popolano che ha avuto fortuna. Ogni volta un dettaglio nuovo. Come quando ricorda l’origine della sua passione per il cinema: accadde quel giorno in cui il nonno, distratto da non si sa che, lo dimenticò a Cinecittà. «Per fortuna che c’era mia nonna...».


La stessa nonna cui fregava 50 lire ogni volta che le dava un bacetto: «Teneva i soldi sotto il cuscino, santa donna...». E se una santa donna tiene i soldi sotto il cuscino, perché non fregarglieli, no? La nuova star del mondo pallonaro nasce, così, fregando i soldi alla nonna. Facendo i bagni nel fontanone. Prendendosi una condanna per abuso edilizio. E ci tiene tanto a questo suo passato. Ci tiene alla carriera che comincia dal basso.


Racconta: «Mi presentavo e dicevo: buongiorno sono Massimo Ferrero, mi pija a lavorà? Nun so fa’ un cazzo». Gli è andata bene. Semplice autista, poi segretario di produzione, poi organizzatore, direttore di produzione. Lavora con tutti i grandi registi da Luigi Comencini a Bernardo Bertolucci, da Damiano Damiani a Mario Monicelli, diventa amico personale di Sylvester Stallone e di Ricky Tognazzi (che ancora oggi lo accompagna sempre in tribuna a Marassi), fa pure piccole parti da attore in “Ultrà” (del medesimo Ricky Tognazzi) e in “Camerieri” di Leone Pompucci, fa la controfigura di Giancarlo Giannini in “Travolti da un insolito destino...” di Lina Wertmüller. E si guadagna il soprannome di Er Viperetta, che pare sia stato inventato niente meno che da Monica Vitti. Poi si mette a produrre in proprio, ma gli va assai meno bene.


Il debutto con “Testimoni d’amore” di tal Giacomo Campiotti è deludente: non riesce neppure a ripagare le spese. E così con tutti gli altri film: fa esordire in regia Sergio Castellitto (“Libero Burro”), assolda per l’amico Ricky grandi star come Bob Hopkins, fa fare un film anche alla moglie di Ricky, Simona Izzo, e alla cognata, Rossella Izzo. Ma come produttore proprio non sfonda: il grande successo gira al largo da lui, almeno quanto l’Accademia della Crusca dal suo eloquio... Per fortuna c’è l’azienda della moglie.


Lei è Laura Sini,quella dei Buonatavola Sini, l’azienda di Nepi, provincia di Viterbo, che esporta formaggi tipici in tutto il mondo, specialmente Stati Uniti: caciotte, pecorino romano, pecorino pepato, gran cacio etrusco, gran cacio de Roma, ricotta, ricotta romana, ricotta nostrana e ricotta Terminillo. Ferrero ha collaborato a lungo con questa azienda guadagnandosi, oltre al soprannome di Er Viperetta, quello di Caciottaro. Ma che importa? Con le caciotte si fanno i soldi e si possono produrre film in perdita.


Dalla moglie ha avuto cinque figli: la più grande, Vanessa («Ma io la chiamo Misciò Impossibol»), è entrata nel consiglio d’amministrazione della Sampdoria, l’ultimo l’ha voluto chiamare Rocco Contento perché «la felicità è un attimo, la contentezza dura sempre», come ha spiegato in una delle sue travolgenti interviste. E siccome la felicità è un attimo e la contentezza dura sempre, ora si presenta in tribuna a Marassi al fianco della nuova compagna, un’appariscente truccatrice.


Da sempre vicino alla sinistra, simpatizzante di D’Alema, Ferrero ci tiene a ricordare ai suoi agiografi altri due passaggi fondamentali: l’esperienza a Cuba («Fidel Castro è un amico!») dove è stato incaricato dal governo di promuovere la cinematografia, ponendo le basi della costituzione dell’Icaic (l’Istituto cubano di arte e industria cinematografica). E l’acquisto di 60 sale cinematografiche, di cui 11 dal gruppo Cecchi Gori, compreso il mitico cinema Adriano di Roma. Ma qui le pagine dell’agiografia cominciano a confondersi e a dimenticare i buchi neri, come il maxisconto ottenuto da Ferrero sul pagamento (doveva dare 59 milioni, ne ha versati solo 25) o il fatto che alcuni di questi cinema appena comprati sono stati chiusi, venduti e trasformati in uffici (è il caso del Volturno, sempre a Roma).


E viene nascosto, soprattutto, il reticolo di società che aprono, chiudono, spariscono, si scambiano beni e proprietà, falliscono e rinascono sotto nuova veste. Intrighi e pasticci, finanza ardita e spregiudicata. Alla faccia della macchietta del Viperetta ingenuo, quello che storpia i nomi, non conclude le frasi e prende casa «proprio nel centro di Sampdoria». Far ridere per non far piangere, insomma. E qui veniamo alla pagina meno nota, mai raccontata fino in fondo: il fallimento della Livingston.


La vergogna che non si può dire. La vergogna che viene cancellata per non rovinare il Viperetta Show. Ferrero entra nella compagnia aerea nel febbraio 2009, se ne esce nell’ottobre 2010 quando la società fa crac, con un buco da 40 milioni di euro e 500 dipendenti a spasso. Lui patteggia una condanna per bancarotta fraudolenta (un anno e dieci mesi) e si giustifica in un’intervista su Panorama dicendo di essere stato truffato: «Hanno trovato un povero scemo che aveva voglia di diversificare gli investimenti e l’hanno fregato».


Sostiene di aver perso nell’operazione 20 milioni di euro e di aver citato per danni la Kpmg, la società di consulenza che l’ha seguito nell’acquisto. Ma è proprio andata così? Basta leggere i documenti ufficiali per capire che la maschera del simpatico giullare serve a nascondere la verità. E la verità è che Ferrero cerca di comprare la Livingston senza sborsare soldi, o meglio: sborsando solo 5 milioni di tasca sua e prendendo la maggior parte del resto dalle medesime casse della società. Si tratta di un’operazione finanziaria azzardata ma possibile, a patto che la società acquistata sia florida. Non si può sperare di pagare una società con gli incassi della stessa, invece, se gli incassi stanno crollando, come accade con la Livingston che vive perlopiù sul rapporto economico con i Viaggi del Ventaglio, tour operator in evidenti e gravi difficoltà economiche, avviato verso il fallimento.


E allora dove pensava di prenderli i soldi Er Viperetta per ripagare l’acquisto? Non sa? Non conosce? Non si rende conto? E uno compra una compagnia aerea con tanta leggerezza? Uno entra in un settore così delicato e complicato, senza denari e con tanta dabbenaggine? E per di più fidandosi ciecamente dei pagamenti di un tour operator che non ha soldi e che sta fallendo? Ai tecnici che esaminano la documentazione salta all’occhio un dettaglio: prima di comprare l’azienda, Ferrero chiede che sia rinnovata proprio la partnership con i Viaggi del Ventaglio, cioè con il cliente che trascinerà la compagnia aerea nel baratro. È l’ignoranza del coatto che si perde nelle brume di Malpensa? O c’è dell’altro?


«Cambieremo le divise alle hostess» annuncia lui appena arrivato. Il solito show. Per coprire il resto. Quel che è certo, infatti (e qui vengono i dettagli davvero divertenti, altro che balletti in campo e smorfie alla telecamera), è che nei diciotto mesi in cui Er Viperetta presiede la Livingston riesce a compiere alcune operazioni davvero strane. Come quei 9,5 milioni di euro girati alla Ellemme Group, società del medesimo Ferrero che si occupa di produzioni cinematografiche. Perché una compagnia aerea in grave difficoltà economica, senza una lira in cassa e con 500 dipendenti prossimi alla disoccupazione, fa un contratto per 9,5 milioni di euro con una società che produce film?


 Per avere cosa, oltre che un vantaggio al medesimo produttore di film? Non è dato sapere. In compenso si sa che il 10 ottobre 2009, nel pieno della sua crisi, la Livingston ne combina un’altra: concede un finanziamento di un milione e mezzo (1.499.000 euro per l’esattezza) a Farvem Real Estate, immobiliare sempre del gruppo Ferrero. Soldi che, ovviamente, non saranno mai restituiti alla compagnia aerea. Non è tutto. Il 6 agosto 2010 la Livingston firma un contratto di 350.000 euro a una società, la Film 9 Srl, di proprietà dell’autista di Massimo Ferrero e della sua assistente. Il contratto dovrebbe servire a far comparire il marchio della compagnia aerea in due film. È il cosiddetto “product placement”. Peccato che i due film indicati nel contratto non siano mai stati prodotti. Un problema? Un guaio? Qualcosa di cui vergognarsi?


Macché. Er Viperetta, evidentemente, è molto soddisfatto di come sta pilotando gli aerei Livingston. Tanto è vero che il 10 novembre 2009 si concede una gratifica una tantum, di 800.000 euro, con la motivazione scritta nel verbale di assemblea: «Per l’impegno profuso in questo primo anno di attività...». L’impegno profuso? In diciotto mesi la compagnia aerea salta per aria, 500 dipendenti sono sulla strada, in compenso Ferrero ha dirottato 9,5 milioni a una sua società cinematografica, un milione e mezzo a una sua società immobiliare, 350.000 euro al suo autista e alla sua assistente. Poi si è dato un premio da 800.000 euro. «Non l’ho mai incassato» mi ha detto il presidente Ferrero in un colloquio telefonico dell’11 febbraio 2015.


«Ribadisco: in quella vicenda sono stato solo truffato». Con tutta la simpatia che ispira il personaggio, il dubbio resta. Ecco perché diciamo che la maschera rischia di essere un inganno, la satira una coperta pericolosa: perché rende accettabile tutto, anche la bancarotta fraudolenta, così come ha reso accettabili, quasi divertenti, i furtarelli alla nonna (com’è ruspante), i bagni in piazza Navona (com’è popolare), la prima condanna giovanile per abuso edilizio (com’è caciottaro). Quando entrò nella Livingston, Er Viperetta disse: «Per me l’aereo è un teatro di posa, il viaggio un film».


Se ci pensate potrebbe ripetere le stesse parole a proposito del calcio. «Lo stadio è un teatro di posa, la partita è un film...». Applausi. Sorrisi. Dal «cambiamo la divisa alle hostess» al «cambiamo lo stadio»: ma speriamo non finisca allo stesso modo. Il calcio, già di per sé piuttosto mal ridotto, ha bisogno di tutto, meno che di altri bancarottieri fraudolenti travestiti da showman


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