DROGA, 'PARTOUZE' E TRAVESTITI

24/2/2015 - dagospia - dall'autobiografia una vita di Massimo Fini

DALL’AUTOBIOGRAFIA “UNA VITA” DI MASSIMO FINI, PUBBLICATA DA MARSILIO


Ci sono incursioni notturne più inquietanti. Alle quattro e mezza suona il citofono. «Sono Luca. Sono al quinto 'travesta', ho bisogno di trecento euro». «Sali». È Luca Barbareschi. Gli dò i trecento euro e si dilegua nella notte. Questa scena, nel corso degli anni, si sarà ripetuta tre o quattro volte. L'ultima un paio di anni fa. lo non dò mai giudizi sulle perdizioni altrui. Ho già da pensare alle mie. Né tantomeno azzardo predicozzi morali.


Ma quella sera, sapendo che aveva trovato un equilibrio con una nuova compagna, meno spettacolare di altre ma evidentemente più adatta, gli dissi: «Luca, fermati...». Ma sapevo che non c'era nulla da fare. Quando una persona è in quelle condizioni non sente ragioni. Anzi vedendo, mentre aprivo il portafoglio, che avevo molti quattrini (a me piace girare con 'la fresca', è un'abitudine contratta al tavolo del poker, l'unico posto, ormai, dove si vede il contante), mi chiese altri cento euro oltre i tradizionali trecento. Se ne andò barcollando.


Era in condizioni spaventose, alla Lapo Elkann. Mi telefonò due giorni dopo. Lucido. Gli dissi: «Senti Luca, se torni un'altra notte in quelle condizioni cosa devo fare? Darti i quattrini o cacciarti via a calci in culo?». «Cacciami a pedate nel culo». Per fortuna non se n'è più presentata l'occasione.


C'era un altro personaggio che veniva di notte a casa mia. Era un ex giornalista dell'«Avvenire» cacciato dal giornale per omosessualità. Era, come si dice in gergo, un 'omosessuale di ritorno', cioè uno così irrimediabilmente brutto da non parer aspirare a nessuna ragazza. Così, senza lavoro, spendeva il denaro di famiglia a 'marchette' e la madre lo aveva fatto interdire.


In epoche lontane, a metà degli anni Settanta, quando vivevo ancora con mia moglie, mi aveva chiesto un prestito di 300 mila lire, non poco per l'epoca, e non le aveva restituite. Lui era sempre rimasto nella 'casa dei giornalisti' in viale Ferdinando di Savoia, io vi ero ritornato nel 1985 dopo il divorzio. Quando di notte vedeva le luci della mia sala accese, perché stavo scrivendo qualche libro, suonava alla porta.


lo gli davo il mio tempo. Lui si sfogava, si confessava e alla fine, immancabilmente, mi chiedeva 50 o 100 mila lire e, in seguito, 50 o 100 euro. Adesso che sua madre finalmente è morta è rientrato in possesso delle sue proprietà, è diventato un uomo ricco e si è trasferito a Caserta non proprio nella Reggia ma quasi. Ogni tanto mi telefona per chiedermi delle mie interviste a Pasolini o comunque per qualche questione omosessuale.


Ma mai che gli sia venuto in mente non dico di ripagare ma di manifestare una qualche riconoscenza per quegli antichi prestiti. lo certo non glieli ricordo. «Par délicatesse j'ai perdu ma vie» scrive Rimbaud. Barbareschi lo conosco da trentacinque anni. Allora era smilzo poi, facendo molta palestra, si è irrobustito e oggi è indubbiamente un bell'uomo, prestante.


Era legato a un mio giovanissimo amico, Luca Lindner, che nei suoi sedici, diciassette anni era di una straordinaria bellezza, occhi di ghiaccio alla Delon 'Un giovane Rimbaud' lo chiamavo io senza che lui sapesse chi fosse mai questo Rimbaud né comprendesse il significato di quella definizione. In seguito è ingrassato malamente. In compenso ha fatto una strepitosa carriera in pubblicità e oggi è presidente di McCann Worldwide, una delle tre più grandi agenzie di pubblicità del mondo.


Sposato con una bella ragazza, tre figlie, Barbareschi aveva già allora una certa vocazione per l'autodistruzione. Che per lui passava per il sesso, la 'partouze', i travestiti. Mi ricordo che a una festa un po' particolare gli passai, dall'alto dei miei quarant'anni, un biglietto: «Per ora va tutto bene, ma guarda che continuando cosi si finisce nell'impotenza». Cosa che poi è puntualmente avvenuta, sia pur temporaneamente, come mi confidò una notte, una notte normale, tranquilla, senza l'ombra dei travestiti.


Mi raccontò che il suo medico gli aveva detto che era in preda a una sorta di schizofrenia. Quando andava, senza alcuna protezione, con i travestiti, i transgender o altri tipi del genere, rischiando l'AIDS, pensava che ad agire fosse un altro. Lui era solo uno che guardava. Mi raccontò anche che era andato a curarsi a Londra, in un a clinica specializzata, per cercare di guarire da questa sua sessuomania. Ma con scarsi risultati.


Quando pensò di entrare in Parlamento, sotto l'egida berlusconiana, mi chiese consiglio. «Il politico lo possono fare tutti, l'artista no. Tu sei un artista, secondo me l'artista è uno che cammina tre metri sopra gli altri. Non fare questa cazzata, non ti porterà nulla di buono». Va da sé che non mi diede retta, con i risultati che si sono visti.


A Luca sono affezionato, come, credo, lui a me. Penso ci leghi lo stesso impulso ad autodistruggersi, sia pur in modo diverso, con cui dobbiamo quotidianamente combattere. L'ultima volta che ci siamo visti, alla Pergola di Firenze dove davano la pièce di Edoardo Sylos Labini “Nerone. Duemila anni di calunnie” tratta dal mio libro, mi ha fatto vedere, come un qualsiasi padre, le fotografie delle sue figliolette e lasciandoci mi ha detto: «Ti voglio bene».


Poi è scomparso, per mesi. È fatto così. È umorale e ondivago. Anche nella sua professione. È un uomo intelligente, colto e anche un ottimo attore, può interpretare magnificamente “Il Gattopardo” come immiserirsi in un musical mediocre come “Chigago”. Avrebbe avuto una carriera molto più importante se fosse stato capace di amministrarsi meglio. Come, naturalmente a ben altro livello, e per altri motivi, è stato per Walter Chiari.


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