CONTROSTORIA - Aspetti dello sviluppo industriale nel Medioevo (2)

Luciano Benassi

PARTE 2


Aspetti dello sviluppo industriale nel Medioevo


3. Ambiente e inquinamento

La meccanizzazione dei vari settori produttivi, fondata principalmente sull’energia idraulica, conferisce all’economia medioevale quelle connotazioni industriali che, dal 1700 in poi, con progressione geometrica, diventano il tratto caratteristico dell’economia di tutto l’Occidente.


Testimonianze dello sviluppo industriale del Medioevo - che ha preceduto e ha fondato, anche se soltanto dal punto di vista strettamente tecnologico, la rivoluzione industriale dei secoli XVIII e XIX - sono i fenomeni di inquinamento e di degrado ambientale, che in qualche modo colpiscono - certo meno che in epoca moderna, a causa del minore tasso di industrializzazione e del diverso tipo di produzione - anche le popolazioni e il paesaggio dell’Europa medioevale.

Jean Gimpel, che dedica un intero capitolo al fenomeno dell’inquinamento nel Medioevo, individua per esso almeno quattro manifestazioni degne di nota: disboscamento indiscriminato, inquinamento atmosferico, inquinamento acustico e inquinamento delle acque (28).

L’esplosione demografica che quasi raddoppia la popolazione europea fra il 1000 e il 1300, portando gli abitanti da 42 a 73 milioni circa, contribuisce a produrre guasti e distruzioni all’ambiente.

"Vennero distrutti migliaia di ettari di foresta per aumentare la superficie delle terre arabili e dei pascoli. Inoltre, a parte il fatto che all’epoca il legno era il principale combustibile sia per uso domestico che per uso industriale, serviva anche nella costruzione delle case, dei mulini ad acqua e a vento, dei ponti, delle installazioni militari, delle fortificazioni, delle palizzate di difesa, delle botti e dei tini dei vignaioli.


Le navi erano di legno come pure le macchine e i telai dei tessitori. I conciatori e i cordai utilizzavano la corteccia di certe specie di alberi. Le fabbriche di vetro soffiato e l’industria del ferro distrussero foreste intere per attivare i loro forni e le loro forge. Si può avere un’idea precisa dell’estensione dei danni causati alle foreste dai fonditori pensando che per ottenere 5 kg. di ferro occorreva trattare 200 kg. di minerale bruciando almeno 25 steri (25 m3) di legno. Si è stimato che in 40 giorni una sola carbonaia poteva disboscare una foresta nel raggio di un chilometro. [...]


"Già nel 1140 si abbatteva selvaggiamente la foresta medioevale. Sugero, abate di Saint-Denis e primo ministro [...] parla, in una delle sue opere autobiografiche, della difficoltà avuta per reperire le travi lunghe 35 piedi necessarie alla costruzione della navata dell’abbazia di Saint-Denis. I carpentieri del cantiere affermavano che era impossibile procurarsi una sola trave di quelle dimensioni nella regione parigina" (29).

Analogamente, in Inghilterra, a metà del secolo XIV, "la costruzione del castello di Windsor esigette il taglio di un’intera foresta: furono abbattute esattamente 3004 querce. E come se ciò non bastasse, dieci anni più tardi furono abbattute 940 querce nei boschi di Combe Park e di Pamber, portando il totale del taglio per il solo castello di Windsor a 3944 alberi" (30).

Ben presto si fanno sentire le conseguenze di questo disboscamento selvaggio, perché diviene materiale raro e costoso. La società medioevale reagisce alla carenza di legname principalmente su due fronti. Innanzitutto adotta misure legislative come la regolamentazione dei tagli, l’obbligo di piantare un certo numero di alberi all’anno per sostituire quelli abbattuti oppure la concessione delle foreste solamente a certe fucine, diremmo oggi "autorizzate".


Sul fronte tecnologico, la scarsità del legname è tuttavia aggirata con l’adozione, da parte degli ingegneri, di nuove tecniche costruttive che permettono di utilizzare travi e assi di dimensioni più piccole. Anche il legno come combustibile deve essere sostituito e il combustibile alternativo è il carbone.

Facilmente estratto, almeno inizialmente, in pozzi che di rado superavano i 6-15 metri di profondità, il carbone viene a costituire anche una consistente fonte di introiti.

Tuttavia, insieme con l’uso quotidiano di questo combustibile, la società medioevale conosce l’inquinamento atmosferico: "La prima persona a soffrirne, o almeno a notarne gli effetti dannosi, fu la regina Eleonora d’Inghilterra che, nel 1257, abbandonò precipitosamente il castello di Nottingham, lamentandosi di essere disturbata dai fumi pestilenziali della città industriale" (31).

La regina Eleonora non è comunque la sola a subire i fastidi dell’aria inquinata dai fumi di carbone. Verso la fine del Duecento Londra, infatti, si apprestava a costruirsi la fama di città dello smog essendo in pratica "la prima città del mondo a soffrire per l’inquinamento atmosferico. Nel 1285 e nel 1288 sono menzionate lamentele contro i forni da calce che infettano e corrompono l’aria della città. Furono istituite commissioni d’inchiesta. Nel 1307 venne emesso un proclama reale a Southwark, a Wapping e a East Smithfield per vietare l’uso del carbone di mare nei forni da calce sotto pena d’ammenda" (32).

Un fenomeno di minori proporzioni rispetto ai due appena descritti, ma chiaramente identificato, è nel Medioevo costituito dall’inquinamento acustico: infatti, nelle vicinanze delle fonderie e delle botteghe dei fabbri, era rilevabile il baccano delle forge e delle incudini. I documenti pervenuti fino a noi testimoniano le denunce di migliaia di persone i cui sonni erano disturbati dai rumori provenienti dalle fucine adiacenti. Assai curioso è un componimento in versi di un anonimo del secolo XIV che, esprimendo in modo pittoresco la sua collera per le notti perdute a causa dei rumori dei fabbri, cosi conclude:

"Tik, tak, hic, hack, ticket, tacket, tyk, tyk,
Lus, bus, lus, das. Que Dieu les maudisse
ces gacheurs du sommeil de nos nuits" (33).

Più consistenti e più seri, tanto da interessare ancora una volta le autorità, sono i fenomeni di inquinamento delle acque.

"I Macelli e le concerie, queste ultime in modo particolare, ne sono ritenuti responsabili. Le municipalità si sforzarono sempre di allontanare i macellai e i conciatori [...] a valle dei fiumi e al di fuori delle città" (34).

Due esempi valgono a dare un’idea dello stato delle acque nelle aree ad alta concentrazione industriale.

A Parigi, nel 1366, il parlamento ordina che la macellazione e lo squartamento del bestiame, generalmente praticati sul posto, vengano fatti lungo un corso d’acqua a valle della città. Il decreto si rende necessario in quanto qualcosa come 250 mila capi di bestiame erano macellati ogni anno. Dati del 1293 testimoniano l’abbattimento di 188.522 ovini, 30.116 buoi, 19.604 vitelli e 30.784 maiali: una quantità più che sufficiente per inquinare la Senna.

In Inghilterra, nel 1425, a Colchester, nella contea dell’Essex, i birrai si lamentavano del fatto che i conciatori "infestassero" le acque da essi utilizzate per produrre la birra. Il termine "inquinamento" non esisteva ancora, ma il linguaggio del Medioevo era altrettanto espressivo. In un documento dell’epoca si legge che "la corruzione del fiume è così grande che gli stessi pesci muoiono" (35), e ciò evoca immagini ben note sullo stato di certi corsi d’acqua dei nostri giorni.

Da ultimo, vale la pena di ricordare che la prima legge nazionale anti-inquinamento risale al 1388, ed è votata dal parlamento inglese riunito a Cambridge. Questa legge riguardava sia l’inquinamento atmosferico che quello delle acque. Molto puntualmente era fatto divieto di gettare qualsiasi rifiuto nei fiumi o di lasciarlo trascinare lungo le strade. Tutte le immondizie dovevano essere trasportate fuori della città, "altrimenti - affermava la legge - l’aria sarà fortemente corrotta e avvelenata, innumerevoli malattie e intollerabili epidemie imperverseranno ogni giorno" (36).

Conclusione

Il quadro tracciato - desunto dall’opera di Jean Gimpel e dall’articolo di Terry S. Reynolds - non esaurisce certamente la molteplicità degli interessi e degli ambiti ai quali si rivolge l’uomo medioevale. Una scorsa anche rapida alla cronologia delle invenzioni e delle innovazioni tecnologiche che si sono succedute dall’Alto al Basso Medioevo dà un’idea delle dimensioni del fenomeno e, dunque, dello sforzo che occorrerebbe compiere per comprenderlo e renderlo patrimonio della cultura dei nostri giorni, a partire da quella scolastica (37).

Tuttavia i dati riportati consentono di accettare i giudizi ai quali gli stessi Jean Gimpel e Terry S. Reynolds più volte giungono nel corso delle loro considerazioni. Rovesciando uno dei luoghi comuni più diffusi, quello del Medioevo come intervallo fra epoche di "autentico" progresso, Jean Gimpel afferma che "i secoli XI, XII, XIII hanno creato una tecnologia sulla quale la rivoluzione industriale del secolo XVIII si è appoggiata per prendere il proprio slancio. Le scoperte del Rinascimento hanno svolto soltanto un ruolo limitato nell’espansione dell’industria in Inghilterra nei secoli XVIII e XIX.

"In Europa, in tutti i campi, il Medioevo ha sviluppato più di qualsiasi altra civiltà l’uso delle macchine. È questo uno dei fattori determinanti della preponderanza dell’emisfero occidentale sul resto del mondo" (38).

Allo stesso modo - sottolineando come di solito il termine "Rivoluzione industriale", usato per indicare la sostituzione del lavoro manuale con le macchine a vapore fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, suggerisca l’idea di una "frattura brusca nei confronti degli sviluppi dei secoli precedenti" - Terry S. Reynolds afferma che "la storia dell’energia idraulica nell’Europa del Medioevo e dell’inizio dell’Era moderna presenta un quadro diverso. [...] In altri termini sarebbe più corretto considerare l’ascesa dell’industria europea un processo evolutivo risalente almeno all’VIII o IX secolo, quando gli ingegneri europei cominciarono ad applicare ampiamente l’energia idraulica a processi industriali" (39).

Da ultimo, mi pare si imponga una considerazione. Il concreto progresso tecnico raggiunto nel Medioevo, insieme con la solida prosperità economica che ne è derivata, se, da un lato, contribuiscono a smantellare le menzogne della "leggenda nera", dall’altro non devono essere considerati come espressioni a sé stanti della civiltà medioevale, quasi fossero separati dalla spiritualità che ha permeato di sé tutto il millennio e che ne ha costituito il carattere unitario.

Al contrario, mondo della produzione, mondo del lavoro e mondo della tecnica emergono e si sviluppano in quello stesso solco della regola benedettina dal quale emergono e si sviluppano anche le più vitali e le più ricche fra le istituzioni medioevali. Scrive Terry S. Reynolds che "uno fra gli elementi più critici nel mutamento del clima tecnologico dell’Europa occidentale fu il sistema monastico, fondato sulle regole formulate nel VI secolo da San Benedetto" (40), confermando con tale giudizio quello di Régine Pernoud, secondo cui la regola benedettina, oltre a creare una "spiritualità del lavoro", spinge gli uomini durante il Medioevo a "una serie di sforzi per migliorare la loro situazione e le loro risorse" (41).

Questa stretta integrazione fra due ambiti tanto diversi - il mondo tecnico-economico e il mondo spirituale - non deve stupire: essa non è che una espressione di quella concordanza tra sacerdozio e impero, tra spirituale e temporale, tra fede c cultura, che gli uomini del Medioevo, con alterne fortune, tentano di perseguire conformando allo spirito cristiano leggi, istituzioni e costumi. Ed è anche, nelle sue manifestazioni meno contingenti, parte del patrimonio che essi trasmettono agli uomini di oggi perché costruiscano la Cristianità di domani.


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