17 Febbraio 2015 IL RIEMPITIVO

di Pietrangelo Buttafuoco IL FOGLIO

Mi sono perso nella lettura di “Gino, mio padre”.


Capita d’imbattersi in libri strani, fuori circuito, libri potentemente liberi e questo volume scritto da Tuccio Battaglia già nella copertina offre un colpo d’ala.



E’, appunto, la foto di Gino: “Storia di un uomo e dei suoi tempi”.


C’è il ritratto di un soldato, in camicia nera, con la sigaretta in bocca in un contesto di casermaggio dove tutto è un vivere in fretta.


Come quello scrivere. Vi vive un unico filo: il fumo del tabacco e il fiume d’inchiostro. E vi vive la vita. La storia di Gino Battaglia, radunata in una sequenza di vertigine da Tuccio, è il capitolo rivoluzionario e incandescente del fascismo a Ragusa.


Catturato dagli inglesi, Gino, viene condotto al campo di prigionia 211, ad Algeri. In Sicilia si consumano “le stragi dimenticate”, i sabaudi caricano sui camion i renitenti alla leva per tradurli al carcere di Gaeta e gli uomini di Gino, il 4 gennaio del 1945, accendono a Comiso la rivolta dei “Non si parte”.



Questo il motto: “Non si parte. Abbasso i Savoia. Non vogliamo combattere contro i nostri fratelli del nord”.


Fu anche per i “Non si parte” che non s’ebbe l’odio della guerra civile in Sicilia. Nel 1987, Leonardo Sciascia si recò a Ragusa per scrivere, con le foto di Giuseppe Leone, un libro: “Invenzione di una Prefettura”.


Sciascia, in vita sua, ebbe sempre cautela nelle emozioni. A Ragusa abbracciò solo Gino, il padre di Tuccio.


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