ANTICO, NUOVO TESTAMENTO E NEOPAGANESIMO (2)

di Don Curzio Nitoglia http://www.unavox.it

parte 2

ANTICO, NUOVO TESTAMENTO E NEOPAGANESIMO


I valori sociali dell’Antico Testamento

 I poveri nella Bibbia


“Quando tu mieterai il campo, non mieterai fino all’orlo del campo, né spigolerai le spighe rimaste. Anche nella tua vigna tu non racimolerai i grappoli e gli acini rimasti. Lascerai che ciò sia raccolto dai poveri e dai forestieri” (Deut., XXIV, 19-22) (10).

Il possidente, nell’Antica Alleanza, non doveva essere avaro né cupido, non doveva raccogliere le ultime spighe del campo e gli ultimi acini della vigna, ma doveva lasciarle come spigolatura per i poveri.


Il diritto privato nella Bibbia


Il comandamento “non rubare” riconosce implicitamente il diritto alla proprietà privata.    
La personalità spirituale e morale conserva la sua libertà anche di fronte alle masse, l’individuo - per la Bibbia - doveva respingere la dittatura delle masse, l’Esodo dice: “Non correre dietro le turbe, e non indirizzarti secondo il sentimento della maggioranza” (Ex., II, 3). La personalità morale conservava la sua proprietà pure di fronte allo Stato. Per l’A.T. lo Stato non è un assoluto: l’uomo fa parte dello Stato, il diritto statale primeggia, politicamente, su quello individuale; ma l’individuo, spiritualmente considerato, non doveva essere privato del suo valore di persona umana ordinata al fine ultimo soprannaturale, del suo diritto e delle sue proprietà affinché lo Stato potesse realizzare i suoi diritti. L’individuo, socialmente, si doveva coordinare e subordinare allo Stato, ma, spiritualmente, non doveva essere schiacciato sino a diventare una goccia che si perde nell’oceano.


Il diritto dell’operaio nella Bibbia


“La mercede dell’operaio non rimanga nella tua mano sino al mattino seguente” (Pentateuco). “Guai a colui che fa lavorare senza mercede, e che non paga la mercede” (Ger., XXII, 13).
In un tempo in cui dappertutto il lavoro era marchiato dalla schiavitù più disumana, la Bibbia riconosceva già la dignità morale del lavoro.


L’amministrazione della giustizia nella Bibbia


“Non commettere iniquità, e non prendere partito contro il povero e non preferire la persona del potente” (Ez., XXII, 12). “La bilancia falsa è un’abominazione davanti al Signore” (Prov., XI, 1). “Maledetto colui che sposta le pietre di confine col suo vicino” (Deut., XXVII, 17).


L’ordinamento economico nella Bibbia


Tre leggi sono basilari:
1ª) la legge contro il latifondo ottenuto per usura. Isaia malediceva gli accaparratori di proprietà che sfruttavano le altrui condizioni di disagio economico e compravano all’ingrosso le piccole proprietà circostanti di coloro che versavano in difficoltà ed erano costretti moralmente a svendere il proprio per arricchire lo speculatore. (Cfr. Is., V, 8 ss.);
2ª) la legge contro l’eccessivo indebitamento delle famiglie del Paese: ogni settimo anno i debiti erano prescritti, i prestiti si spegnevano, gli schiavi riacquistavano la libertà...
3ª) la legge indirizzata contro l’usura; occorre, però, ammettere che l’usura era proibita solo tra ebrei, mentre un ebreo poteva prestare “a strozzo” a un non ebreo; questa è una delle imperfezioni dell’A.T. che sarà perfezionata dal Vangelo.


La religione come sostegno dell’ordine sociale


I valori dell’ordinamento sociale sono nella Bibbia anche di ordine religioso: sono “prescrizioni del Signore”. La comune fede in Dio serve da livellamento sociale tra ricco e povero: “il ricco e il povero s’incontrano, il Signore li ha creati entrambi” (Prov., XXII, 2).
“Voi dovete aver rispetto per i diritti dell’operaio, perché lo stesso Signore ha creato il datore di lavoro e chi lavora” (Giob., XXXI, 13-15).


La pietra angolare tra giudaismo e Cristianesimo


Gesù Cristo è la pietra che unisce, come “pietra d’angolo”, il mosaismo e il Cristianesimo. Ma, nonostante tutte le grazie che Dio ha concesso a Israele, questo non ha voluto riconoscere l’ora della sua visita. Egli fu “segno di contraddizione”, e solo un piccolo gruppo di Apostoli e di altri discépoli lo seguì, mentre la maggior parte del popolo si allontanò dal Messia. Gesù prese commiato, seppur con dolore, dall’Antico Patto, infranto da Israele, e ne instituì uno, Nuovo ed Eterno, con i pagani e la “reliquia” d’Israele rimastagli fedele.


Cristianesimo e germanesimo


Cristo ha assegnato alla Chiesa il ruolo di ammaestrare tutti i popoli, non esiste alcun figlio preferito né alcun figlio trascurato nella Nuova Alleanza! Certo, unità di fede e di morale non significa appiattimento e livellamento di cultura o di particolarità nazionali; tedeschi, francesi, italiani sono uno quanto alla fede e alla morale; ma hanno una cultura, una storia, una tradizione e una particolarità nazionale, psicologica ed ètnica ben distinta gli uni dagli altri; il cristianesimo non è mondialismo o globalizzazione: vuole porgere al mondo una sola fede, ma non una sola cultura. Il mondialismo invece ci toglie la fede e livella e appiattisce le diverse culture in un’unica barbarie o in-civiltà o sotto-cultura.

Così la Chiesa ha un carattere soprannazionale o universale e non deve infeudarsi a nessun popolo e a nessun regime politico.

Il cardinale si pone, infine,  una serie di domande:

Come stavano gli antichi Germani prima di Cristo?


Risponde citando Tacito che scrisse nel 98 d.C. un’opera storica intitolata La Germania. “È un dato di fatto che gli antichi Germani... adoravano un gran numero di Dei... Gli Dei germanici erano stati creati dall’uomo a sua immagine e somiglianza; invece secondo la dottrina cristiana l’uomo è creato da Dio a Sua immagine e somiglianza... È un dato di fatto che gli antichi germani offrivano sporadicamente ai loro Dei sacrifici umani... erano dediti a grossolane superstizioni... È un dato di fatto che presso i germani la schiavitù era cosa abituale... È un dato di fatto la proverbiale infingardaggine degli antichi germani. Gli uomini lasciavano il lavoro dei campi agli schiavi e alle donne (cap. 14); in tempo di pace essi se la spassavano a caccia o dormendo, mangiando e trincando (cap. 15). Tacito, benché romano - osserva il prelato tedesco - torna ripetutamente a parlare con disprezzo del ‘dormire fino al giorno inoltrato’ (cap. 22) e della ‘abituale pigrizia’ dei germani (cap. 45). ... ma essi erano modello di fedeltà umana... di ospitalità... avevano un elevato concetto del matrimonio e della fedeltà matrimoniale (...).

Di una vera cultura presso i germani dei tempi precristiani, secondo Tacito, non si può parlare. I popoli dell’Eufrate e del Nilo avevano raggiunto, due-tremila anni prima, un  più alto grado di cultura... senza essere ariani.


Come fu introdotto il Cristianesimo presso gli antichi Germani?


“Bisognò sradicare la zizzania del politeismo, dei sacrifici umani e della superstizione... la schiavitù, l’infingardaggine e gli eccessi nel bere... Bisognò piantare tutto ciò che presso i germani era di buon germoglio, come la fedeltà umana, l’alto concetto del matrimonio e della fedeltà coniugale... I germani sono diventati un popolo grazie al Cristianesimo. Tacito enumera circa cinquanta popolazioni germaniche, che scendevano in campo le une contro le altre in continue guerre fratricide. Ora, è una realtà storica che queste molteplici popolazioni si raccolsero in sedi fisse, fondendosi in un unico popolo, soltanto con la loro conversione al Cristianesimo... Grazie al Cristianesimo e al monachesimo benedettino i germani divennero un popolo di cultura e la Cristianità ottenne sangue forte e sano dall’ingresso dei barbari germanici nell’Impero romano, che orami era invecchiato e veniva soppiantato da un nuovo impero romano spirituale: la Chiesa, la quale ha saputo educare i germani alla civiltà romana e alla fede cristiana. I monaci di S. Benedetto insegnarono ai nostri antenati la lavorazione dei campi, l’industria, e le belle arti al servizio della liturgia. (...)


In che relazioni sta il Cristianesimo rispetto alla razza germanica?


“Non c’è nulla da obiettare contro le oneste ricerche di razza e gli onesti doveri di razza... contro la premura di conservare le proprietà caratteristiche di un popolo. Dobbiamo tuttavia, dal punto di vista ecclesiastico, porre tre condizioni. In primo luogo, l’amore per la propria razza non deve giammai diventare ... odio per gli altri popoli. In secondo luogo, l’individuo non deve ritenersi esonerato dal dovere di curare la propria anima...; infatti il giovanotto, che sente sempre e soltanto canonizzare la propria razza, troppo facilmente finisce per convincersi che davanti a Dio e alla Chiesa egli non ha più il dovere morale dell’umiltà e delle castità. Terzo luogo, i doveri di razza non devono prender posizione contro il Cristianesimo. Al cristiano non è proibito di scendere in campo per la propria razza e per i diritti di essa: quindi uno potrà essere un sincero tedesco e un cristiano che altrettanto sinceramente professa la sua religione. Ma non ci dovremo giammai dimenticare che noi non siamo stati redenti dal sangue tedesco: siamo, invece, stati redenti dal Sangue prezioso del Crocifisso...” (11).


Conclusione


La Chiesa studia il problema ebraico non alla luce della biologia ma della fede, contenuta nella Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) e nella Tradizione divino/apostolica. Dio ha creato Israele per sé, affinché preparasse la via al Messia e lo facesse conoscere al mondo intero; la grandezza del popolo ebraico si fonda sulla promessa che Dio ha fatto ad Abramo di farlo diventare capostipite di una “razza” (Gen., XII) dalla quale sarebbe nato il Messia. Abramo ha creduto, e i suoi discendenti, per essere benedetti da Dio, debbono credere nella promessa messianica (realizzatasi nell’Avvento di Gesù Cristo).

Non basta dunque essere discendenti di Abramo solo secondo la carne (“olim judaeus, semper judaeus / una volta ebreo sempre ebreo”, nel bene o nel male), ma occorre avere la sua fede in Gesù Cristo. I “veri Israeliti” - per la Chiesa - son coloro che imitano la fede del Patriarca, credendo in Cristo, mentre coloro che discendono solo carnalmente da Abramo senza averne la fede non sono “veri Israeliti”.

«Ma come allora - scrive S. Tommaso - colui [Ismaele] che era nato secondo la carne perseguitava quello che era nato secondo lo spirito [Isacco], così pure adesso [il falso Israele o Sinagoga talmudica, perseguita il vero Israele o Chiesa di Cristo]. Sin dall’inizio della Chiesa primitiva i giudei hanno perseguitato i cristiani, come appare dagli Atti degli Apostoli e lo farebbero ancora ora, se lo potessero» (12).

La vocazione del vero Israele spirituale è irrevocabile (Rom., XI, 9) in quanto è unito spiritualmente a Gesù salvatore del mondo, ma il falso Israele carnale, che si ostina ancor oggi a rifiutare Gesù, “è stato reciso dall’ulivo fruttifero, per la sua incredulità” (Rom., XI, 20). Perciò la vocazione, da parte di Dio, permane; ma da parte dell’uomo può essere rifiutata e quindi persa.

La radice dell’accecamento ebraico consiste nello scambiare la razza per il Salvatore: la razza ha il primato su Cristo. Il giudaismo, avendo questa concezione razzista della storia, è nemico di tutti i popoli: «[I Giudei] hanno ucciso il Signore Gesù ed i Profeti, ci hanno perseguitato, non piacciono a Dio, sono nemici di tutti gli uomini, impedendoci di predicare ai pagani per la loro salvezza» (S. Paolo, 1ª Tess., II, 15- 16); nemici dei pagani che intendono dominare come “bestie parlanti”, ma ancor più nemici dei cristiani che vorrebbero sterminare come continuazione di Gesù nella storia.

«Quando la romanità divenne la cristianità - scrive monsignor Umberto Benigni - l’odio della Sinagoga raddoppiò contro di essa per il motivo religioso, giacché lo spirito talmudico odia più il Cristianesimo che non il paganesimo. Questo rappresenta per la Sinagoga un gregge da domare, da spogliare; quello è l’insieme dei seguaci di Gesù Cristo ai quali va l’eredità dell’odio specialissimo del Sinedrio contro il Crocifisso» (13).

Ma qual è, dunque, la ragione della scelta erronea, che fa ripudiare l’Antico Testamento come cattivo in sé e reputare la razza come “divina”? La vera ragione va ricercata nelle opere cattive, nella vita, nell’atto della volontà che può anche essere soltanto interno (come l’orgoglio della mente).

S. Tommaso d’Aquino insegna che «È chiamata buona non la persona intelligente, ma quella che ha la buona volontà» (S. Th., I, q. 5, a. 4, ad 3).

Le opere cattive non sono soltanto l’immoralità grossolana come l’attaccamento ai piaceri dei sensi, ma anche l’immoralità sottile: l’esaltazione dell’Io, la ricerca della gloria umana e dell’onor del mondo. Ebbene colui che fa il male fugge la luce interna della verità che lo rimprovera, come il ladro fugge la luce del sole e cerca le tenebre per non essere visto. Egli non verrà alla luce, non s’accosterà ad una dottrina che condanna la sua vita (anche quando l’abbia conosciuta come vera). “È impossibile non pensare a coloro che predicano l’osservanza della Legge, ma la cui vita non corrisponde a questo ideale” (S. Th., II-II, q. 10, a. 3 e 6). Gli increduli amano quindi le tenebre non per se stesse, ma perché nascondono la loro condotta esteriore, ed odiano la luce, perché smaschererebbe la loro perversità interna!

In breve le cattive disposizioni della volontà sono la causa ultima che impedisce agli uomini di riconoscere Dio. L’ultima ragione dell’incredulità non va ricercata nell’intelligenza, ma nel non voler credere a causa di una cattiva volontà moralmente indisposta.

Si può perciò concludere che la volontà e la vita cattiva sono la causa di ogni incredulità. Come il diavolo è un Angelo decaduto per cattiva volontà (ha preferito affermare se stesso, pur dannandosi, piuttosto che sottomettersi alla Volontà di Dio), così gli increduli preferiscono rifiutare il Salvatore e la salvezza, per poter soddisfare la propria perversa volontà di dominio terreno.


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