Autografi - L'intervista di Silvia Truzzi a Massimo Fini

7/2/2015 massimofini.it

Si vedono i grattacieli dalla finestra di questa casa in zona Repubblica.


Ma è molto più interessante guardare dentro il salotto che così tanto assomiglia a chi lo abita. Due macchine da scrivere, librerie sterminate, divani scoloriti, quotidiani sparsi, un tiro a segno al muro, pacchetti di Gauloises rosse a cui staccare il filtro. Massimo Fini ha la sua divisa, maglietta e camicia in jeans, in faccia un sorriso irriverente, come tutto il resto in lui. Si comincia subito, quasi prima di sedersi, e subito la prima cosa sono i giornali (Il Fatto, l'ultimo approdo: del Fatto sul Fatto parleremo solo per lo stretto necessario). La bussola dell'inquieto girovagare tra i quotidiani è la libertà: l'autonomia, la dignità, il potere, quelli che pagherebbero per vendersi. Con Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, «Quale libertà ci può essere se l'obbedienza la si compra?».


L'alba è il 1943, l'anno delle bombe terribili su Milano. «Potrei dire, con più ragione di Bernard Henry-Levi, che sono figlio di due dittature. Mio padre era un pisano antifascista, a un certo punto è costretto a migrare in Francia. Mia madre era un'ebrea russa: per motivi uguali e contrari fuggiva dal bolscevismo. S'incontrano a Parigi, dove vivono fino al '40. Quando Italia e Francia entrano in guerra, mio padre decide di tornare. E fa quel pochissimo di resistenza che si può fare al Corriere della sera, senza vantarsene mai. Mia sorella nasce a Parigi nel '35 e io nel '43, nel momento più tragico della Seconda guerra mondiale, a Cremeno sul Lago di Como, dove i miei erano sfollati».


E poi, Milano.

Prima vivevamo in periferia, in una casa diroccata, molto bella. Quando venne costruita la casa dei giornalisti ci trasferimmo. Mio padre faceva il giornalista, ma io sono entrato in questo mondo quando lui era morto da dieci anni e in un giornale, l'Avanti!, dove se avessero saputo che ero figlio di mio padre non mi avrebbero mai preso.


Il primo lavoro è stato alla Pirelli.

Era il '69, mi ero laureato in Giurisprudenza. Avevo fatto un liceo sciagurato, tipo che in greco non avevo mai preso più di tre. Avrei voluto fare Filosofia, non avevo la basi. Volevo fare bene l'Università e infatti ci sono riuscito perché mi sono laureato con la lode. Aggiungo che mi è servito aver studiato Legge. Non tanto perché ho cominciato come cronista giudiziario, ma perché la logica formale del diritto mi è stata utile. Soprattutto nelle polemiche.


Uno non si immagina che lei abbia lavorato all'Avanti!

E' stato un periodo meraviglioso. Erano socialisti molto diversi, non erano al governo. Era un ambiente molto libertario, che mi suonava dentro. Io poi lavoravo all'Avanti! di Milano che era molto meno politicizzato di quello romano. Il capo era Ugo Intini, una persona onestissima e la cosa è clamorosa perché è difficile mantenersi onesti in un posto dove poi quasi tutti sarebbero diventati ladri. Eravamo in 22, undici erano funzionari di partito ma non contavano nulla, facevamo tutto noi.


Era stato compagno di banco di Claudio Martelli.

Al liceo. Però mi sono allontanato da Claudio nel momento della sua ascesa: non concepisce che l'amicizia resti un'amicizia, avrei dovuto, secondo lui, sopportarlo nella carriera. Ma io non sono nato per fare il servo né di Martelli né di nessun altro. Quindi si è rotto il nostro legame, ripreso nel momento della caduta. L'ho chiamato io, non c'era più nessun equivoco. Per un po' ci siamo frequentati, anche con le nostre fidanzate. Lui ne aveva, come sempre, una molto carina che era la figlia dell'ex dirigente del Sisde Michele Finocchi, ma era una bravissima ragazza. Poi quando lui risale -anzi pensa di risalire- scompare come sempre. Ricade e si rifà vivo. Come quando si è separato dall'ultima moglie, che lui aveva improvvidamente sposato quando aveva 58 anni e lei 28. Lei l'ha lasciato per un altro e questa cosa l'ha ferito a morte. Martelli è uno che quando tutti lo sfanculano, dice «ho sfanculato tutti». In quel caso era veramente un uomo dolente.


Ma l'Avanti! è una storia breve.

Dopo un anno e mezzo ricevo contemporaneamente due proposte, una dall'Europeo e l'altra dall'Espresso attraverso Camilla Cederna. Scelgo l'Europeo per ragioni totalmente irrazionali. Una sera un collega mi aveva detto: «Si sa com'è con quelli come te. Stanno da noi un anno poi vanno all'Europeo». E io scelsi l'Europeo sulla base di questa affermazione.


Chi lo dirigeva?

Il mitico Tommaso Giglio, un sadico da cui io mi sono salvato in modo molto puttanesco perché ero molto giovane e lui non aveva figli. Era bravissimo, ma ci costringeva a non fare i riposi, spolpava i colleghi. Resto fino all'79, quando arrivano i socialisti. E allora me ne vado: l'Europeo era sempre stato lontano dalla partitocrazia. Io lo definivo il giornale di destra più a sinistra o il giornale di sinistra più a destra. Succedevano cose incredibili, poco professionali. Un inviato arrivò da un altro giornale, a patto che fosse assunta anche la fidanzata, una con un culo bellissimo ma assolutamente incapace. Avevamo una straordinaria segretaria di redazione, rimpiazzata da bellissime ragazze che però non erano in grado di prenotare un volo: so ancora a memoria il numero dell'Alitalia di allora.


C'era anche Oriana Fallaci.

Con lei ho avuto un buon rapporto per un certo periodo. Poi siccome litigava con chiunque, ha litigato anche con me. Una piccola casa editrice le aveva chiesto di scrivere un'autobiografia per le scuole. Lei non aveva tempo e mi disse se volevo scriverla per lei. Accettai volentieri per stare a fianco di uno dei miti del giornalismo italiano. Abbiamo lavorato a questa cosa per un po'. Poi si è giustamente accorta che era uno spreco dare la sua vita a me. Ma siccome lei era fatta com'era fatta, non mi disse questo. Ma che improvvisamente aveva scoperto che ero una spia della Cia. Allora era antiamericana, quando passeggiavamo per Firenze bisognava sempre nascondersi dentro un portone perché, nella sua megalomania, era convinta di essere inseguita da qualche agente. Io sorridevo di questa megalomania, considerandola innocente. Poi mi sono un po' ricreduto.


Stava con Panagulis allora.

Lui era un viveur simpatico e divertente. La trattava in modo piuttosto rude. Mi ricordo una sera al ristorante, lui la prese a ceffoni davanti a tutti: era l'unico modo di trattarla, altrimenti lei ti mangiava, ti portava all'esasperazione. Era un periodo bello per Oriana: sentimentalmente era appagata anche se Alekos aveva altre donne. Quando lui muore, per lei è un mancanza terribile: perde lui e insieme i limiti che le dava. Il suo ego esplode.


Dopo l'Europeo?

Sto a spasso, vivo di collaborazioni. Poi faccio Pagina -una rivista liblab in cui io portavo l'anarchismo che è sempre stato il mio tratto- con Aldo Canale, un vero genio. Abbiamo molte colpe, però: abbiamo fatto scrivere per la prima volta Giuliano Ferrara, anche se lui nega. Ernesto Galli della Loggia e Pigi Battista che era il nostro ragazzo di bottega. Bravissimo, oggi totalmente guastato nel fare il mestiere. C'era anche uno sconosciuto Paolo Mieli.


Cosa nega Ferrara?

Che Pagina sia stato il suo esordio. In realtà lui aveva scritto solo per giornali sindacali. E Pagina era un giornale di nicchia che comunque vendeva 13mila copie. E' durato cinque anni. Ma è stato una grande avventura.


Poi arriva il Giorno.

Mi telefona Guglielmo Zucconi e mi dice: «Vorrei far commentare l'enciclica del Papa Laborem exercens da un cattolico e da un laico. Te la senti? Manda per le 4». Era mezzogiorno! Corro all'Ansa per avere delle anticipazioni, poi telefono a un mio amico comunista, perché i comunisti degli affari della Chiesa sanno tutto. Mi dà due dritte e faccio il pezzo, che sarebbe poi finito in prima. L'origine però era un'altra. Il vice di Zucconi, Magnaschi -il miglior direttore che io abbia mai avuto- mi leggeva su Pagina e gli piacevano molto le mie stroncature. E' lui che mi ha inventato come polemista. Con Zucconi, verso la fine degli anni Novanta, succede una cosa divertente: sono senza lavoro, lo chiamo perché lui è direttore editoriale del Giorno. Mi porta a colazione in un ristorante in via Senato ma capisco che non è tanto convinto di spendersi per me. Usciamo e all'incrocio con piazza Cavour una ragazza che passa in bicicletta inchioda, ignorando completamente lui. E mi dice: «Tu sei Massimo Fini! Ti leggo». Visto che lei era veramente bellissima, io ero preso da due contrastanti pulsioni. La cosa faceva un certo effetto al vecchio Zuc, ma non potevo chiederle il numero di telefono perché c'era lui. Ho lasciato andare via la ragazza, però sono rientrato al Giorno.


Il suo tempo di permanenza nei giornali è breve.

Non mi sono mai trovato bene in nessun ambiente tranne forse all'Indipendente di Feltri. Un'altra grande avventura. Eravamo liberi, liberi sul serio: il sogno di ogni giornalista. Quando venne arrestato durante Mani pulite il nostro amministratore delegato, noi uscimmo sparandolo in prima pagina, senza sconti. A Vittorio rimprovero di essersene andato: aveva fatto un miracolo, tenendo insieme teste, culture, visioni del mondo completamente opposte. E' stato un grande giornalista, il miglior direttore della sua generazione. Putroppo ha la moralità di una biscia.


Ci querela.

Sono sempre stato la sua cattiva coscienza, anche se ora abbiamo litigato in maniera irrimediabile.


Lei è stato un grande giocatore di poker.

Ho giocato, tra i tanti, anche con Raul Gardini, quando nessuno sapeva ancora chi fosse. Ma da come giocava si poteva capire la fine che avrebbe fatto: alzava continuamente la posta. Io non sono un vero giocatore, a me piaceva vincere. Il mio educatore sentimentale, Diego, invece era un giocatore. Come aveva vinto a Campione bisognava precipitarsi ai cavalli -gli stramaledetti quadrupedi- dove perdeva tutto quello che aveva vinto. Conservo i miei quaderni del poker: su dieci partite ne vincevo otto. Il mio limite era che non accettavo di perdere e quando perdevo, perdevo parecchio.


Ha raccontato Tangentopoli: come ha potuto il sistema sopravvivere pressoché intatto?

Dopo Mani pulite nel giro di due anni, con tutti i testimoni del tempo ancora vivi, si sono trasformati i ladri nelle vittime, i giudici nei veri colpevoli. E i ladri nei giudici dei loro giudici. Tangentopoli era un avvertimento, il sistema non l'ha voluto ascoltare. Ed è continuato tutto come prima. Con un'aggravante: quello che viene fuori da Roma oggi è peggio. Dire che è un fenomeno mafioso è fare un torto all'onorata società. La mafia è un cancro individuato, teoricamente, combattibile. Queste metastasi appartengono a tutto il Paese e non sono più controllabili. Siamo irredimibili.


Le monetine, infantile e violento rigurgito di coscienza, non hanno lasciato traccia. Perché?

Le monetine erano un eccesso. Il giustizialismo ovviamente non l'ha fatto la magistratura, l'ha fatto l'informazione. Feltri ipso, poi su quel giornale toccava a me difendere i figli di Craxi, che non avevano né i meriti né le colpe dei padri. C'era stata una reazione popolare, ma stampa e televisione aggiogate al potere hanno convinto la gente che i ladri erano vittime. Il Fatto non c'era, L'Indi era morto perché Feltri se n'era andato e se n'era andato con praticamente tutti tranne me.


Poi arriva Berlusconi. L'ha conosciuto?

Lo vedevo giocare a calcio dai salesiani, quand'era ragazzino: pretendeva di fare il centravanti e non passava mai la palla. C'era già tutto lui...Quelli così li chiamavano «Venezia», non so più dire perché. Decenni più tardi, l'Europeo mi manda a fargli un'intervista sul calcio. Mi è parso subito molto fuori posto, rispetto a dove abitava: con Villa Casati-Stampa, così elegante, non c'entrava niente. Ha altre qualità, non è un uomo elegante. Comunque a un certo punto, infastidito, mi dice: «Perché mi fa solo domande cattive?». Alla fine sono arrivate Barbara ed Eleonora: ho scritto che erano infiocchettate come uno pensa che i ricchi infiocchettino le loro figlie. Questa cosa l'ha fatto imbufalire, ovviamente ha protestato con il direttore. Un'altra volta ero a San Siro, ma non si poteva più andare nei popolari perché erano riservati agli abbonati e in curva nemmeno perché ero con mio figlio piccolo. Morale: finisco in tribuna d'onore, non proprio il mio posto. E c'era Berlusconi così vicino che avrei potuto ucciderlo, visto che non ci sono controlli all'ingresso.


Ma non volevo passare alla storia per essere il killer di Berlusconi! Nell'intervallo molti colleghi importanti -Ostellino, Pirani- si affollano vicino al Cavaliere. Lui a un certo punto lascia tutta questa compagnia e si avvicina. E mi dice: «L'ho vista ieri al Costanzo Show». Io, secco: «Lei guarda proprio tutto». E me ne vado. Sapeva che io ero un antipatizzante, ma lui ha bisogno che tutti gli vogliano bene. Non rinuncia mai a sedurti. Nel '96, sotto elezioni, mi chiama la direttrice di Annabella e mi chiede di intervistare Berlusca. Chiamo l'ufficio stampa a Roma e lì ho la prima sospresa perché mi risponde Bonaiuti. Ora, quando eravamo a Roma Bonaiuti era più a sinistra di satanasso e io un fascista.


Comunque, l'accordo è che io avrei inviato domande scritte e che poi ci saremmo visti ad Arcore. Bonaiuti, lette le domande, mi avvisa che ce ne sono alcune che non vanno bene. L'intervista non si è mai fatta. Allora gli ho scritto un biglietto: «Egregio Cavaliere, l'ho sempre criticata ma non le ho mai negato il coraggio. Vederla fuggire come una lepre impaurita davanti a tre domande non mi sembra degno di lei». Dopo tre ore arriva un fattorino gigantesco a questa porta e mi consegna una lettera piena d'insulti. Come scrive Nietzsche, anche la lettera più violenta è sempre meglio del silenzio.


Cosa poteva importare a Berlusconi di lei?

Lui ha questa attenzione agli altri, proprio per via del suo sconfinato narcisismo. Una cosa che la sinistra non ha ed è motivo del suo fallimento: questi girano con un'immotivata puzza sotto il naso, un'atteggiamento che poteva avere Amendola. Oggi un qualunque Pecoraro Scanio si permette d' ignorarti. Tornando alla domanda sul dopo Mani pulite e Berlusconi: quando il potere è in difficoltà si affida sempre all'uomo nuovo. Allora c'era il Berlusca, adesso c'è questo quaquaraqua.


Renzi, dice?

Sì, non mi piace per niente: basta guardarlo negli occhi per capire che è meglio non fidarsi. Sarò un uomo del Pleistocene, ma vorrei che le cose non fossero cinguettate via Twitter. Vorrei che venissero decise dal Consiglio dei ministri, portate in Parlamento, approvate. La politica degli annunci fa sì che non sai mai se un provvedimento esiste o è solo una chiacchiera. Renzi è un Berlusconi molto meno divertente.


Il governo è stato inaugurato dal proclama sulla parità di genere.

Una boiata. Non bisogna considerare le donne dei panda, è assolutamente insultante.


Tutte le volte che lei scrive qualcosa sul tema donne-uomini scoppia la terza guerra mondiale.

Io sottolineo solo che la sovrastruttura donna ha schiacciato troppo la struttura femmina. Comunque mi odiano le femministe e le brutte.


Per favore, il razzismo estetico no.

Per noi la bellezza di lei è un valore perché sennò non siamo in grado di andarci a letto. Dice George Bataille ne L'erotismo che la bellezza, l'umanità di una donna concorre e a rendere sconvolgente l'animalità dell'atto sessuale. «Non c'è nulla di più deprimente per un uomo della bruttezza di una donna sulla quale non risalti la laidezza dell'atto sessuale. La bellezza conta in primo luogo perché la bruttezza non può essere sciupata, là dove l'essenza dell'erotismo risiede nella profanazione».


Visione maschile di tutta la faccenda.

Vero. E sono generalizzazioni. Ma la penso così.


L'amore?

E' un'illusione necessaria alla vita, per cui carichiamo l'altro di una serie infinita di aspettative. Poi ti svegli di notte, ti giri, guardi la donna che dorme vicino a te e pensi: perché sto con questa qui?


L'uomo più straordinario che ha incontrato?

Rudy Nureyev, magnetico. L'ho visto la prima volta a una festa di «ragazzi così»- il modo con cui allora s'indicavano gli omosessuali del jet set- in una villa di Monte Carlo. Alle tre arriva lui, completamente ubriaco: si aprivano bottiglie di vodka e, alla moda russa, si buttavano alle spalle. La casa però era piena di specchi...Lui prende un ragazzo italiano molto bello, lo trascina in un ballo forsennato e in un attimo sparisce con lui in una stanza. La seconda volta l'ho visto alla Scala. Balla per 5 minuti e si pianta in equilibrio perfetto su una punta. Dal loggione uno grida: «Dio». La terza volta, lo intervisto al bar del Covent Garden di Londra e mi porto mia madre. Sapevo che gli omosessuali amano le vecchie signore e poi lei era russa. Era infagottato in un'orrenda tuta, eppure si percepiva chiaramente il sex appeal. Aveva occhi difficili da guardare, dentro c'erano delle fiammelle dorate. E sotto una fissità maniacale.


In un'intervista al Corriere ha parlato del suo incontro con Vallanzasca.

Ho cenato a casa sua pochi anni fa. Non è più il bel Renè, ha tutta la faccia spaccata perché in prigione gliene hanno fatte di tutti colori. Rappresenta la vecchia malavita con un codice d'onore. La prima volta che lo prendono a Roma, negli anni Settanta, in mezzo alla folla sociologizzante dell'epoca un giornalista gli domanda: «Lei si ritiene una vittima della società?». E lui: «Non diciamo cazzate». L'avrei ringraziato solo per questo. Ha sempre ammesso le sue responsabilità e ha sollevato altri che erano stati ingiustamente accusati al posto suo. E' un bandito onesto in una società dove accade che gli onesti siano dei banditi. Se mi chiede di scegliere tra Vallanzasca e la nostra classe politica, con gli affaristi di contorno, non ho dubbi. Quella malavita aveva codici e regole.


Che faceva negli anni della contestazione?

Il Sessantotto in Italia ha portato una sorta di conformismo al contrario. Non hanno capito che l'antifascismo non è un fascismo di segno contrario, ma è il contrario del fascismo. Se prima in Università dovevi andarci in giacca e cravatta, dopo dovevi andarci con l'eskimo. E poi i pestaggi trenta contro uno erano intollerabili, vili. Ho partecipato alle due prime occupazioni, poi ho levato le tende. Io sono nato negli anni Cinquanta, eravamo tutti poveri, nessuno se lo ricorda. Ma sulla strada c'erano regole: se uno cadeva a terra, non potevi toccarlo.


Fa il giornalista da quarant'anni: come sta il mestiere?

Non c'è più. E non voglio dire come faceva Bocca quando stava morendo che siccome lui stava morendo non c'era più giornalismo. Fatico ad aprire i giornali, ormai. C'è troppo di tutto, non esiste più il merito. Le firme sono scomparse. Montanelli e Bocca, per dire i nostri maggiori, avevano fatto trent'anni di campo e poi scrivevano gli editoriali. Adesso fanno fare gli editoriali ai ragazzini, spesso non sono altro che temini del liceo. Anche perché a trent'anni, cosa vuoi avere da dire?


E adesso, l'Italia?

Siamo un paese maleducato. Le persone si fanno continuamente sgarbi senza neanche rendersene conto, non esiste il rispetto dell'altro. Vedo molta mancanza di dignità, gente che si vende per niente. Se tu sei in uno stato di necessità e rubi, ti può essere perdonato. Ma non si può sputtanarsi per i cioccolatini o i boxer, e penso agli scandali dei consigli regionali. Una cosa che però si riverbera anche fuori dalla politica per cui se tu vai in piscina, ti fregano un paio di slip. Sporchi.

Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2014


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