22 Gennaio 2015 IL RIEMPITIVO

di Pietrangelo Buttafuoco |

Antonio Martino, al Quirinale, sarebbe perfetto.


Ha la statura del politico – conosce l’economia, parla le lingue, ha le scuole alte – ed è una persona cui non servono aggettivi per definirlo: è un uomo. Punto. Come nel suo essere italiano.


Lo è, punto.


Viene, infatti, dalla tradizione liberale. Quella che portava nell’emblema elettorale il Tricolore, non la risciacquatura post-marxista del lib-lab.


E’ un uomo dell’Occidente e però senza fanatismi ossessivi.


Liberale vero, sempre col Tricolore, è se stesso senza pretendere di uniformare gli altri, con le loro ragioni e le sragioni financo. Uomo di mondo, Martino, ed è conosciuto in tutto il mondo. Indossa abiti da vero signore (non è un parvenu pronto a ubriacarsi di sarti alla voga) e pratica lo humor degli eccentrici.


E’ di Messina, discende da una schiatta che vivifica la tradizione del galantomismo e non direbbe mai e poi mai dell’Italia, “il paese”. Di tutti i nomi fatti per la presidenza della Repubblica il suo è quello più coerente ma buttato, come è stato buttato, ieri – annunciato da Silvio Berlusconi come in una chiamata di Mercante in Fiera, bruciato nelle carte d’avvio – non è tanto uno scherzo da prete (come ha detto lo stesso Martino) ma peggio: farne una bandiera e nulla più.


L’ennesima improvvisazione di una destra dedita alla pesca delle occasioni.


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