Cristianesimo e reincarnazione: storia di un'allucinazione moderna PARTE 2

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PARTE 2


Cristianesimo e reincarnazione: storia di un’allucinazione moderna


E se …reinterpretassimo i Vangeli?


Il manoscritto Bodmer con un passaggio del Vangelo secondo Giovanni (II/III secolo). Secondo alcuni, i Vangeli conterrebbero riferimenti alla cosiddetta “reincarnazione”
L’ultimo espediente per far rientrare a forza la reincarnazione nel Cristianesimo è stato quello di reinterpretare qualche passo dei Vangeli: cosa nella quale gli occultisti sembrano aver dato fondo a tutta la capacità possibile di arrampicarsi sugli specchi. I passi dei Vangeli che, da questo punto di vista, vengono incessantemente riportati da innumerevoli siti e testi come “prova” del presunto reincarnazionismo presente nel messaggio di Gesù, sono essenzialmente due:


-          Il primo è quello del Vangelo di Giovanni in cui Gesù parla con Nicodemo:


«Gli rispose Gesù: “In verità, se un uomo non nasce di nuovo, non può entrare nel Regno di Dio”. Gli disse Nicodemo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da spirito, non può entrare nel Regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto» (Giovanni, ).


E tuttavia, il discorso di Gesù, con molta chiarezza, rimanda ad una “rinascita spirituale” –cosa ribadita persino in maniera esplicita di fronte alle obiezioni di Nicodemo: Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. L’interpretazione reincarnazionista di questo passaggio, pertanto, è talmente in  contraddizione con il testo stesso da sfiorare l’assurdo.


-          L’altro passo di cui si dilettano i reincarnazionisti è quello che riguarderebbe la presunta “reincarnazione” del Profeta Elia in Giovanni il Battista:


 «Se volete accoglierlo, (Giovanni Battista), egli è l’Elia che sarebbe venuto» (Matteo, 11,4)


Secondo questa neo-interpretazione, dunque, il profeta Elia si sarebbe reincarnato nel Precursore; ma in realtà, per comprendere questo passaggio, bisognerebbe sapere cosa rappresenta Elia nella tradizione ebraica, ed Elia è, innanzitutto, il simbolo stesso della Profezia –come Mosè lo è della Legge: da questo punto di vista, il primo dei profeti (Elia) non può che ricollegarsi spiritualmente all’ultimo (Giovanni).


Inoltre, Elia è uno dei pochi personaggi dell’Antico Testamento di cui si dice che furono “portati in Cielo con il corpo” (assunti): per la tradizione ebraica, dunque, Elia in realtà non è mai morto e non si vede, pertanto, come la sua “anima” avrebbe potuto post-mortem “reincarnarsi” in un’altra individualità umana. Del resto, nel Vangelo di Giovanni, è proprio il Battista a negare esplicitamente di “essere” Elia:


«Sei tu Elia? Giovanni rispose, Non sono io…Io sono la voce di colui che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come disse il profeta Isaia» (Giovanni I, 21-23)


In realtà, la spiegazione di tutta la questione si trova, espressa con chiarezza, nel Vangelo di Luca quando si parla dell’annuncio della nascita del Battista:


                      «E convertirà molti dei figli d’Israele al Signore, loro Dio. Ed andrà davanti a lui nello spirito e potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti» (Luca I, 16-17)


-       Giovanni Battista, dunque, non è Elia reincarnato, ma …viene con l’assistenza dello spirito di Elia. Del resto, nell’episodio della Trasfigurazione presente in tutti e quattro i Vangeli Canonici, Gesù incontra Elia nella sua condizione gloriosa e immortale insieme a Mosé sul Tabor e …senza nessun riferimento a Giovanni il Battista.


I Vangeli Apocrifi parlano di reincarnazione?



Assistiamo al grande ritorno dello gnosticismo di massa. Qui il serpente che si morde la coda, emblema della visione gnostica della storia umana: ciclica e non lineare come quella cristiana, una storia che si rigenera continuamente, non degenerativa, destinata ad avere un’inizio e una fine com’è per la visione cristiana della storia
A questo punto però, di fronte all’impossibilità di giustificare la reincarnazione a partire dai Vangeli Canonici, occultisti e “newagers” fanno normalmente appello agli Apocrifi: e così, basta fare un veloce giro sul web per vedere sedicenti “gnostici cristiani” appellarsi alla tradizione apocrifa “emarginata e oppressa” dalla Chiesa, per cercare pezze d’appoggio alle proprie opinioni.


Ma in realtà –e lo diciamo subito a scanso d’equivoci- nessuno di tali neo-gnostici sembra essere capace di citare passi credibili a sostegno delle proprie tesi, e questo per semplice motivo: perchè non esiste alcun brano degli Apocrifi che possa essere credibilmente interpretato in chiave reincarnazionista (e non potrebbe essere altrimenti, visto che tale dottrina non è mai stata professata dai Cristiani, ortodossi o eretici che fossero).


Il riferimento agli Apocrifi –come in altri casi di “leggende metropolitane”, quale ad esempio quella del “matrimonio” fra Cristo e la Maddalena…- non è che un escamotage per confondere le acque, ed è spiegabile essenzialmente con una ragione piuttosto banale: gli Apocrifi sono tantissimi e pochissime sono le persone che possono dire di conoscerli bene, per cui è facile attribuire ad essi ogni tipo di dottrina possibile e immaginabile, a patto di rimanere “sul vago” e di giocare –e il caso di dirlo- sulla disinformazione e sull’ignoranza propria e altrui.


In conclusione, possiamo serenamente affermare che i riferimenti alla reincarnazione presenti nei Vangeli Apocrifi sono gli stessi presenti nei Canonici: ovvero, non ve ne sono. A meno, naturalmente, di non voler addurre a pezze d’appoggio i soliti riferimenti al Battista che sarebbe Elia o di non voler giocare a travisare ogni riferimento alla “resurrezione” o alla “rinascita”, come già fatto nel caso dei Vangeli Canonici…


Una “dottrina” a immagine e somiglianza dell’uomo contemporaneo


La reincarnazione, dunque, non ha nulla a che vedere col Cristianesimo (e, se è per questo, nemmeno con le tradizioni orientali rettamente intese): ma se qualcuno volesse rimproverarci di aver sprecato tempo e fatica per ribadire quella che, in ultima analisi, è un’ovvietà, risponderemmo volentieri che al giorno d’oggi, nel clima di caos intellettuale e spirituale in cui siamo immersi, quella di ribadire le ovvietà sembra essere diventata una priorità assoluta.


D’altronde, siamo anche ben coscienti che il “fascino della reincarnazione”, nella mentalità di molti moderni, è destinato a sopravvivere oltre ogni ragionevole dubbio, e questo per fattori molto banali: nel mondo della non-identità, infatti, certe “bizzarrie” come il ritenere di essere stato, in un’altra vita, un faraone, un lucumone o un profeta, possono piacere; così come, per un ragazza, l’immaginare che l’uomo incontrato la mattina al bar e prontamente portato al letto la sera stessa possa essere stato, in un’esistenza precedente, il proprio principe…


Ma c’è un altro aspetto della questione che teniamo a mettere in chiaro, e che opera un distinguo netto tra l’atteggiamento tradizionale di fronte all’esistenza e quello dei moderni.


Abbiamo infatti accennato, all’inizio dell’articolo, a quegli Orientali che, magari peccando di “letteralismo” o di una certa ingenuità, interpretano in chiave “reincarnazionista” certi passi dei loro testi sacri; ebbene, è anche necessario precisare che per tali Orientali (Induisti, ma soprattutto Buddhisti) la “reincarnazione”  è intesa pur sempre come “una tragedia”, un’evenienza drammatica, in quanto rappresenta il fallimento di quel “dono prezioso” che è l’esistenza umana e il rifluire nel samsara che è il dominio della sofferenza e della morte.


E’ questo, infatti, il vero senso della “fiaba pedagogica” della reincarnazione la quale, come tutte le “fiabe” tradizionali, ha sempre una sua “morale” o meglio un suo senso profondo. La ragion d’essere e la sana provocazione, in questo caso, sarebbe quella di chiedersi: un uomo che vive come una bestia, dopo la morte cosa diventerà? E un essere umano che non è stato degno del dono dell’umanità, cosa troverà di sé alla fine di questo breve percorso terreno?


Nella cultura occidentale, al contrario, la reincarnazione è divenuta sinonimo di un vago “progresso indefinito”, dell’illusione fatale e deresponsabilizzante di avere “molte vite” e indefinite possibilità di “esperienza” (come se l’accumulare esperienza, a qualsiasi livello, potesse colmare lo iato infinito che esiste tra noi e l’Assoluto); un invito, dunque, al relativismo, alla banalizzazione dell’istante presente che è, esattamente, l’antitesi d’ogni Spiritualità.


Si può dunque affermare che la “reincarnazione” sia, al giorno d’oggi, la (pseudo)dottrina che meglio incarna il nulla esistenziale e spirituale dell’uomo contemporaneo.


NOTE

[1] A.Coomaraswamy, Sapienza orientale e cultura occidentale, Ed. Rusconi, Milano 1975, p. 498

[2] La metafisica e l’escatologia indù sono di una complessità straordinarie ed è quindi difficile riassumerle in pochi passaggi senza correre il rischio di banalizzarle. Per quanto riguarda la questione che qui ci interessa –ovvero la dottrina della Trasmigrazione (non reincarnazione)- il presupposto essenziale da comprendere è che, nella visione indù, ogni realtà è in qualche modo “illusoria” e passeggera: persino il Dio personale, il Signore che da origine ai mondi, Brahma Saguna, è in qualche modo solo una manifestazione del Divino non-manifestato e non qualificato (Brahma Nirguna). Pertanto, gli stati dell’essere che le religioni occidentali chiamano “Paradisi” sono considerati “perenni” ma non “eterni”, elevati ma non “assoluti”, in quanto anch’essi destinati, alla fine, ad essere riassorbiti nell’Assoluto (Mahapralaya, o Grande Riassorbimento). In questa prospettiva, tutti gli esseri sono destinati ad un continuo cambiamento di forma e di stato che viene indicato simbolicamente come “rinascita”, trasmigrando da uno stato all’altro dell’essere (ma non ritornando ad uno stesso stato, cosa che rende impossibile, in realtà, qualsivoglia “reincarnazione”). Per quanto riguarda quello Stato Eccezionale dell’essere che è l’Uomo, la dottrina indù riconosce che esso è lo Stato Centrale, ovvero la manifestazione e la porta verso cui ritornare alla Divinità (nel linguaggio monoteista si direbbe propriamente l’Immagine di Dio): le sue possibilità, dunque, sono ben diverse da quelle di ogni altro essere. Per quanto riguarda la costituzione dell’uomo, inoltre, bisogna fare un distinguo fra l’ātma, che è l’essere spirituale, ovvero “il raggio” della Divinità che si manifesta in noi, e il jivan o jivan-ātma, che è propriamente l’anima individuale che ha origine al momento del concepimento. Nella prospettiva indù, l’obbiettivo più alto che un essere umano possa raggiungere attraverso il cammino spirituale è la Liberazione, ovvero il riassorbimento cosciente in Brahma che gli permette di giungere alla libertà assoluta e incondizionata, essendo tutti gli stati dell’essere –persino quelli paradisiaci- comunque e in qualche modo “limitati”, non fosse altro che dalla persistenza di una natura ancora “individuale”. Chi non ha conseguito la Liberazione perfetta può comunque, dopo la morte, giungere a quello che, con linguaggio occidentale, potremmo chiamare la “salvezza” e accedere alla condizione “paradisiaca”, ma a patto di aver seguito una via religiosa; viceversa, l’essere che fu umano si troverà sprofondato nelle dimensioni infernali, dove l’anima individuale si perderà e “dissolverà” e l’ātma tornerà a rimanifestarsi (rinascere) in altre forme diverse e comunque non-umane. La cosiddetta reincarnazione intesa alla lettera, dunque, è da considerarsi nell’autentica prospettiva indù una mera impossibilità: l’anima individuale, infatti, qualora non venga riassorbita nella Liberazione (e in tal caso, si parlerà di liberato-vivente o jivan-mukta) o “salvata”, si annienta (e quindi non può in alcun modo rimanifestarsi), mentre l’ātma non tornerà comunque a rimanifestarsi in forme umane, ma si “perderà” negli stati inferiori (quello che, simbolicamente, è espresso con l’immagine della “rinascita fra gli animali”). Quello che forse può sorprendere maggiormente un occidentale è che persino la condizione paradisiaca (Brahma-loka o Satya-loka) è simbolicamente indicato dagli indù come una “rinascita sulla terra”: e questo perché con l’espressione “terra” non si indica affatto solo la condizione terrena propriamente detta, ma la condizione umana in toto (per fare un parallelismo con l’escatologia monoteista, potremmo dire che anche i beati del Paradiso, almeno fino ad un certo livello, sussistono in una condizione “umana” e “individuale” –per quanto incomparabilmente più elevata e piena della nostra attuale- per cui anch’essi, se visti in prospettiva assoluta, si trovano in una condizione “terrestre”). Anche nel Buddhismo Amitābhaḥ, la condizione di chi, pur non avendo raggiunto il perfetto nirvāṇa, ha seguito una via di devozione, è quella di “rinascere” nella “terra” pura. (Per approfondimenti, si consiglia: R. Guenon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, Ed. Adelphi; F. Schuon, Forma e sostanza nelle religioni, Cap. 18 “I due paradisi”, pp. 239-251, Ed. Mediterranee).

[3] F. Schuon, Unità trascendente delle religioni,  Ed. Mediterranee, Roma 1997, p. 106

[4] René Guenon, sicuramente il più complesso e credibile rappresentante del pensiero esoterico nell’età moderna, al di là delle sue scelte e percorsi personali (che in prospettiva cattolica possono essere condivisibili o meno), ha sicuramente il merito di aver approfondito come nessun altro le dottrine orientali e, grazie a tali conoscenze, è sicuramente colui che più d’ogni altro ha contribuito a diradare le nebbie di quegli equivoci e di quelle incomprensioni diffuse al contrario dal mondo occultista e neospiritualista moderno (e di cui la “reincarnazione” è solo una fra i tanti).

[5] Da questo punto di vista, un punto di riferimento essenziale è: R. Guenon, L’errore dello spiritismo, Ed. Adelphi; dove si analizzano sia gli errori della dottrina reincarnazionista, sia le tappe della sua diffusione in occidente.

[6] Nel Martinismo, si ritrovano elementi ripresi in vario modo dalla tradizione magico-ermetica europea accostati a riferimenti cristiani e ad altri di origine teosofico-spiritista (come appunto la reincarnazione). E’ uno dei più tipici esempi di quei pastiche sincretistici nati a cavallo tra XIX e XX secolo in tutto l’occidente. Caratteristica di tutti questi gruppi, peraltro, è la pretesa dei loro creatori di aver attinto ad antichissime tradizione e a “filiazioni iniziatiche” ininterrotte che giungerebbero loro dalla notte dei tempi (Egitto, Templari, epoca delle Crociate, ecc.). Naturalmente, tali pretese non reggono mai ad una pur minima indagine di carattere storico o documentaristico.

[7] Nell’opera di Scaligero, più ancora che in quella del suo “maestro” Steiner, i riferimenti al Cristo sono costantemente accostati ad elementi di derivazione occultistica o anche orientale. La visione “cristica” di Scaligero, tuttavia, ha poco a che vedere con il Cattolicesimo, che il filosofo romano considerava al contrario una “forma trascorsa della tradizione” non più adatta alla temperie spirituale dei nostri tempi.

[8] Umberto di Catenaia (soprannominato Erim) fu un personaggio di formazione martinista, anche se transitò per qualche tempo negli ambienti magico-ermetici di Kremmertz (al secolo, il napoletano Ciro Formisano, creatore di una schola hermetica che si pretendeva derivasse direttamente dall’antico Egitto), che poi abbandonò rabbiosamente, accusando il Kremmertz di essere un satanista di fatto. Sarà Erim ad “iniziare” i Virio alla cosiddetta “via binomiale” o alchemico-sessuale. A tal proposito, Massimo Scaligero, lo descriveva come un personaggio bizzarro e ossessionato dal sesso, forse (aggiungeva lui) “a causa del fallimento di talune pratiche operative” di magia sessuale (cfr: http://www.ecoantroposophia.it/2014/05/materiali-studio/hugo-de-pagani/tre-scritti-di-massimo-scaligero-su-p-m-virio/).

[9] La dottrina della Resurrezione dei Corpi, a nostro parere, sarebbe tenuta in maggior conto e credibilità qualora si partisse da una visione della materia meno “materialista” di quella moderna e più legata, al contrario, al concetto tradizionale di Sostanza. Da questa prospettiva, si evincerebbe come, in realtà, la nostra materia “terrestre” sia solo una modalità della Materia in quanto tale, addirittura una sua “cristallizzazione” limitante come mette in luce simbolicamente la Tradizione Ebraica riguardo alla Resurrezione, dove il seme (Luz) inaridito dell’individualità umana sboccia come un fiore al sopraggiungere della Rugiada Divina.

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