Il suicidio dei buonisti che rifiutano le loro radici

Stenio Solinas - Gio, 08/01/2015 - 08:25

Il disastro francese è spirituale. Marine Le Pen potrà fermare l'immigrazione ma non l'islamizzazione. Che avanza grazie alla retorica vuota dei "diritti"

Sull'ultima copertina di Charlie Hebdo , il settimanale francese devastato dai kalashnikov dell'islamismo jihadista (12 morti e otto feriti, la crema della satira francese assassinata) c'era una caricatura di Michel Houellebecq, l'autore di Submission , il romanzo-profezia sulla Francia che si ritrova per presidente della Repubblica un musulmano.


I vaticini del mage Houellebecq recitava la didascalia, alludendo all'immagine dello scrittore fra il ciarlatano e il re magio: «Nel 2015 perdo i miei denti. Nel 2022 faccio Ramadan!» Gli «sdentati» era il simpatico modo con cui, stando alla sua ex compagna tradita Valérie Trierweiler, François Hollande bollava i poveri e un digiuno religioso nel nome di Allah misericordioso è in fondo quello che veniva loro preparato...


«Non lasciamoci divorare dalle paure, dalle angosce» aveva detto lo stesso Hollande qualche giorno prima, intervenendo proprio sul romanzo di Houellebecq, ed è curiosa la cecità, e la pavidità, di una certa gauche politica e intellettuale d'oltralpe che fra il dito e la luna sceglie sempre di non vedere.


Nemmeno un mese fa, Eric Zemmour, l'autore di Le suicide français , pamphlet sarcastico e drammatico sulla fine della Francia tradizionale, si era ritrovato vittima di un linciaggio mediatico complice la manipolazione del suo pensiero a opera di Jean Luc Mélenchon, il leader della sinistra più intransigente.


«Vuole deportare 5 milioni di musulmani» aveva riassunto sbrigativamente e falsamente, così, tanto per tappargli la bocca in nome del politicamente corretto, dell'esecrazione pubblica in salsa antirazzista.


È la teorizzazione del «fantasma» islamista, ovvero la preoccupazione dell'identità perduta che spinge a evocare pericoli immaginari. Eppure, come ha ricordato giorni fa al Corriere della Sera Michel Onfray, intellettuale lontano mille miglia dal gollismo nostalgico di Zemmour,


«ricorrere alla parola fantasma è già un modo di prendere una posizione ideologica. Esiste una realtà che non è un “fantasma” e che coloro che ci governano nascondono: divieto di statistiche etniche sotto pena di farsi trattare da razzisti ancor prima di aver detto alcunché su queste cifre, divieto di rendere note le percentuali di musulmani in carcere sotto pena di farsi trattare da islamofobi al di fuori di qualsiasi interpretazione di queste cifre, eccetera. Non appena si nasconde qualcosa, si attira l'attenzione su quel che è nascosto: se non esiste che un fantasma, allora ci diano le cifre, saranno loro a parlare...».


Il suicidio francese è questa cosa qui, il ritrovarsi nel vuoto pneumatico dei «diritti dell'uomo» divenuti un'ideologia astratta a cui non si corrispondono più doveri né tantomeno quell'insieme di usi, costumi, memorie e tradizioni che assicuravano una continuità nel nome di un comune sentire di valori. Paradosso tragico della storia, nel caso di Charlie Hebdo , la furia omicida fondamentalista finisce per abbattersi su quell'elemento laico e dissacrante che è il portato ultimo e unico di una società che non credendo più a nulla celebra semplicemente l'irrisione di tutto, l'anarchia del riso senza più gli antidoti che la tenevano a bada e insieme la vivificavano, correttivo e sprone.


Se è la derisione ciò che resta di una civiltà è sufficiente una scarica di mitra per farla prima piangere, poi tacere.


Intervistato da Le Figaro , Houellebecq insiste proprio su questo punto, allargando l'orizzonte da nazionale a continentale: «È un suicidio economico, demografico e soprattutto spirituale».


Ed è qui l'altro paradosso di questa decadenza che sembra inarrestabile: «Dal punto di vista sociale i musulmani sono più vicini alla destra e all'estrema destra che però li rifiutano con violenza».


Detto in altri termini, è la «perdita di senso», la mancanza di un'idea di destino, elementi identitari ormai minoritari o, che è lo stesso, non più giudicati prioritari dalle élites che dirigono la politica, ovvero l'economia, a fare la differenza: «Marine Le Pen può fermare l'immigrazione, ma non può fermare l'islamizzazione. È un processo spirituale, un cambiamento di paradigma, il ritorno della religione».


La religiosità, naturalmente, non è tanto o solo una fede, è un modello che nei secoli ha segnato, nel bene e nel male, una certa idea di civiltà europea. Quando Houellebecq osserva ironicamente che «l'ateismo è perdente perché troppo triste», riecheggia quanto nella Francia settecentesca devastata dalla Rivoluzione, aveva profeticamente scritto Chateaubriand: «La ragione non ha mai asciugato una lacrima» e in una società atea «i dolori umani fanno fumare l'incenso, la Morte è il Celebrante, l'altare una Bara e il Nulla la divinità».


È questo rifiuto di ciò che si è stati, una sorta di vergogna che spinge a ricorrenti mea culpa purificatori a rendere arido il terreno della nostra storia contemporanea. Se altri lo feconderanno, sarà solo per colpa, e impotenza, nostra.



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