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Pino Daniele

di Camillo Langone il foglio 7/1/2015

Sapeva estrarre bei suoni da brutte chitarre. E meglio la grande lingua madre dell’anti-napoletanità


Di Pino Daniele non mi piacevano il nome (trovo degradanti i nomignoli), il cognome (i cognomi che sembrano nomi mi confondono e spazientiscono), la napoletanità, l’anti-napoletanità.


La napoletanità che non era quella giusta: Daniele non rappresentava certo la Napoli signora, l’amabile, minoritaria Napoli di Arbore e La Capria. Bastava sentirlo parlare, tendente al turpiloquio nei testi, nei concerti, nelle conferenze stampa, bastava vedere come si vestiva, mai la delizia di una cravatta Marinella.


Erano brutte pure le sue chitarre, anche se negli ultimi tempi finalmente l’ho visto con una Gibson, meglio tardi che mai. Nemmeno l’anti-napoletanità era quella giusta: si può essere anti-napoletani legittimamente, ad esempio in quanto salernitani, mentre se sei nato e cresciuto nei vicoli fra Mezzocannone e Santa Chiara il fuggire lontano dal basso di mamma, sempre più a nord, prima Formia, poi Sabaudia, infine la Maremma, ha un sentore di tradimento, di apostasia, e capisco i napoletani offesi dai funerali a Roma e dalla tomba in Toscana


. “Sono stata sfortunata coi miei figli” disse la signora Rita De Luca prima di morire anche lei di cuore, in un’intervista che fa male leggere anche se non sei della famiglia e non te ne dovrebbe importare niente.


 Ma le orecchie sono cieche e non si può sempre ascoltare Bryan Ferry. Sapeva estrarre bei suoni da brutte chitarre, Daniele, e aveva l’intelligenza di circondarsi di musicisti bravissimi, prima napoletani come James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, da un certo punto in avanti soprattutto internazionali, nomi grossi come Wayne Shorter, Gato Barbieri, Chick Corea…


Questo è un fatto ed è un fatto decisivo, non vorrei che di Pino Daniele restassero certi recenti, tristi duetti con Gigi D’Alessio, che restassero piuttosto certi assoli contenuti nella “Grande madre”, disco del 2012 dove insieme alla chitarra spavalda riemerge il napoletano, per troppi anni quasi scomparso dalle sue canzoni.


Lontano da Napoli aveva trovato tante belle cose, tante belle case (aveva la passione delle case), tante belle donne (idem), ma non un decimo dell’ispirazione primigenia. “Il linguaggio è la casa dell’essere”, peccato quindi che Daniele non leggesse Heidegger (ipotizzo), peccato che nessuno potesse permettersi di dirgli (incazzoso com’era) che abitare lontani dall’idioma natio significava ridursi a sfrattato dello spirito e infatti i testi in italiano degli anni Novanta e Zero sono composti in una lingua meramente veicolare, insapore come una traduzione.


Restano pertanto “Je sto vicino a te”, forse l’unica canzone napoletana che Mina, altra sfrattata dello spirito, sia riuscita a non massacrare, e allora vuol dire che non era massacrabile; “Yes I know my way”, maestrevole esibizione di funky e anglo-napoletano; “Quanno chiove”, languidissimo sax di Senese e poeticissimi versi di Daniele che qui, pazienza se mi gioco la reputazione, mi sembra raggiungere il Salvatore Di Giacomo di “Ariette e sunette” (non si capisce come sia potuto accadere ma è accaduto); “Nun me scuccia’”, lezione di vita e di punk partenopeo. Sì, punk, almeno come attitudine.


Parlando di Daniele si è sempre parlato di blues, e giustamente perché i giri armonici sono quelli e la malinconia pure (la cardiopatia avrà influito), ma qui non è melanconico bensì stoico e duro: “A che serve stà accussì / sempe ’ncazzat ma po’ pe chi / fora fa’ friddo / nun me scuccià / nun me scuccià / cchiù / tanto muore pure tu”.


Come fai a cantarla in italiano una roba del genere? Avrebbero potuto cantarla i Sex Pistols, i Joy Division, gli Stranglers. C’erano tanti artisti dentro l’artista Pino Daniele, e il migliore non era quello che ha cantato a Capodanno a Courmayeur.


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