Benigni furbo e catto-comunista. Perfetto per il Quirinale

Rino Cammilleri lanuovabq.it 26/12/2014

Modesta proposta per le forze politiche che si affannano a cercare un nome su cui far convergere i loro voti quando Napolitano lascerà, ingravescente aetate, la presidenza della Repubblica: Roberto Benigni.


Pensateci bene, ha tutti i requisiti necessari per prestigio internazionale e caratura bipartisan. È catto-comunista. Ha un passato di specchiata carriera ideologicamente schierata e cominciata nelle Feste dell’Unità dei feudi rossi. È toscano come il premier Renzi e la sua squadra. È stato premiato con l’Oscar, il che lo mette bene nei confronti dei nostri alleati-padroni statunitensi, che tra l’altro hanno già avuto un presidente ex attore di cinema e ci si sono trovati bene. 


L’Oscar, Benigni, lo ha vinto con un film sulla Shoà, il che lo ha reso simpatico alla comunità ebraica e alla influente omonima lobby americana, cosa che non guasta.


È sempre stato un antiberlusconiano della prima ora, e questo ne fa un personaggio politicamente corretto, perfetto per succedere a un presidente che proviene dal vecchio Pci togliattiano. Ancora: Benigni è ormai il cantore delle nostre glorie nazionali, da Dante alla Costituzione-più-bella-del-mondo. Le due puntate in primissima serata sull’ammiraglia del servizio pubblico sono state dedicate ai Dieci Comandamenti, un tema veramente universale e pure interreligioso, giacché perfino l’islam vi si riconosce. La spaventosa audience avuta e i commenti tutti, diconsi tutti, favorevoli, fanno di Benigni il più amato e cliccato dagli italiani. 


La sua parabola ideologica dal comunismo sessantottino più sbracato e spinto (rivedersi il suo primo film, Berlinguer ti voglio bene, con la povera Alida Valli costretta dal copione a un linguaggio da angiporto) ai complimenti telefonici ricevuti dal Papa fanno  di lui la figura perfetta per presiedere un Paese dominato dall’ideologia catto-comunista.


Per giunta è un comico, cioè l’uomo giusto al momento giusto. Infatti, l’unica novità politica di rilievo di questi anni, il Movimento 5 Stelle, è stata messa in piedi da un suo collega. Ma Grillo è “contro” e non ha futuro. Benigni è “pro” e mette d’accordo tutti.


Può permettersi il lusso di parlare, e bene, di religione, per quattro ore in due sere di seguito su Rai Uno prime  time. E pure strapagato. Neanche al Papa sarebbe stato concesso tanto. Già: provate a proporre una miniserie col Papa che parla in tivù su tema religioso. Ci sarebbe una levata di scudi, veti incrociati, scioperi della sete e attivisti lgbt incatenati ai cancelli di Saxa Rubra. Invece, Benigni va bene, anzi benissimo. 


È uno che davvero si è fatto da solo (ulteriore elemento che piace agli americani, sempre moltoattenti a chi comanda da noi), partendo dalle periferie e dagli onnicomprensivi e onnipresenti circuiti Arci, per arrivare a una posizione unica: quando c’è lui, decine di milioni di italiani restano incollati allo schermo.


E non per vedere Johnny Stecchino, ma per sentire parlare di cose più che serie. E –è qui il bello- nessuno, dico nessuno, poi ha qualcosa da ridire, ma tutti applaudono entusiasti e ne vogliono ancora. Bravo, dunque, Benigni, il più furbo degli italiani. E noi siamo stufi di imbecilli, vogliamo uno furbo. Benigni for president. Vota e fai votare. 


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