Il Natale cristiano non è una festa: è una tragedia

24/12/2014 PAPALEPAPALE.COM


 A Messori non far gli auguri…

Non mi piace fare gli auguri, in genere, come non mi piacciono le ritualità svuotate di senso. O mutate di senso. Per esempio i compleanni: non ho mai capito perché si fanno gli auguri a una persona che da quel momento vivrà un anno di meno essendosi appena giocata un altro anno di vita, vivendolo, bene o male.


Ma mi diverte molto fare gli auguri a quelli che la pensano come me, che sobbalzano alla sola idea, quando non addirittura s’indignano prossimi ad adirarsi, e tentano di sottrarvisi quasi si trattasse di una jettatura. In effetti, i giorni che prevedono degli auguri sono sempre tanto tristi, fateci caso.


Ecco, uno di questi è Vittorio Messori, allergico come non mai a certi “costumi”. Per questo non dimentico mai a Pasqua a Natale e del suo compleanno (capace quest’anno pure a Ferragosto, se mi gira) di porgerglieli. Pure la sua reazione allergica a questi “rituali” dei quali, in risposta, pensa dice ed elenca peste e corna, pure questa è diventata una ritualità. Che vivacizza l’evento lieto.


Ecco: “lieto”. È proprio questo che non torna. E me lo fa notare nella sua prevedibilissima reazione ursina proprio Messori, stasera, quando con determinazione per non dire sacro sdegno ha a modo suo respinto-accolto gli auguri di buon natale, trovando un compromesso onorevole: non rispondere all’augurio in sé, ma in cambio fornire una spiegazione più che adeguata al suo rifiuto, screditando tale tristo uffizio: gli “auguri”. Che è il suo modo (ursino) di rispondere “grazie”.


E ho fatto bene a farglieli, pure stavolta, perché non poco m’ha fatto riflettere quel suo finto-burbero “gran rifiuto” con tanto di motivazioni spericolate.


Lasciamo perdere la baggianata stomachevole con la quale sin dall’asilo ci hanno rintronati: “a Natale siamo tutti più buoni”, non merita la nostra attenzione. Perché l’ipocrisia si basa sulla menzogna e la menzogna è del demonio non di Gesù Bambino. Lasciamo perdere tutto questo e poniamoci una domanda: ma davvero il Natale, quel che lo precede, quel periodo natalizio” affogato in un oceano di neve e miele e baci perugina e palle infilzate, davvero è sempre stato un periodo tanto romantico?, la fiaba felice e leggiadra che ci raccontano e ci raccontiamo?


Statua dell’Immacolata. Cartapesta leccese, primi del ’900
E quante volte anche tu di nascosto piangevi, Madre…


Già, perché il natale lungi dall’essere stato quell’evento idilliaco e bucolico che immaginiamo oggi per vendere e comprare un panettone,  al contrario è stato sempre percepito, vissuto, rappresentato come un evento tragico.


Faccio mente locale sui miei natali, preferibilmente quelli dell’infanzia. Mi tornano in mente due motivi contrapposti, due cantilene. Della prima vi dirò poi (nel prossimo articolo sul Natale), la seconda qui ci interessa, ed è un canto “liturgico” che sta risuonando anche adesso nelle mie orecchie e che all’epoca mi fece toccare per la priva volta, restandone basito e meravigliato, il fondo tragico del natale cristiano. Quei versi lì che gettano il tumulto nel cuore:


« Madre io vorrei

Io vorrei tanto parlare con te di quel Figlio che amavi: Io vorrei tanto ascoltare da te quello che pensavi: quando hai udito che tu non saresti più stata tua e questo Figlio che non aspettavi non era per te… Io vorrei tanto sapere da te se quand’era bambino tu gli hai spiegato che cosa sarebbe successo di Lui e quante volte anche tu, di nascosto, piangevi, Madre, quando sentivi che presto l’avrebbero ucciso, per noi. Io ti ringrazio per questo silenzio che resta tra noi io benedico il coraggio di vivere sola con Lui ora capisco che fin da quei giorni pensavi a noi per ogni Figlio dell’uomo che muore ti prego così…».


Fu lì che capii tutto: in quello iato quasi luttuoso nasce e cresce Gesù


Il presepe tragico


Pensiamo alla storia dell’arte, almeno fin dove c’è stata un’arte cristiana; osserviamo quell’atmosfera intorno alle rappresentazioni pittoriche della Sacra Famigliola e quei colori densi, carichi, plumbei: c’è qualcosa di oscuro, una luce adombrata da un dramma incalzante. Il volto preoccupato di un Giuseppe, il viso dolce ma amaro di Maria, quell’espressione seriosa e saputella sul faccino del Bambinello:


Egli “sa”. Quei volti lì sono volti turbati dalla profezia, presaghi di qualcosa di terribile che incombe, sta compiendosi. Sono scene e volti interamente tragici. Tutto intorno alla “capanna” altro che pastorelli e pecorelle, sta invece montando il terrore, l’orrore, il destino doloroso, qualcosa di cupo, come stava scritto, annunciato per bocca dei profeti: quel “lieto” evento sta per essere profanato e coperto non di neve candida ma da una colata di sangue innocente.


Fiumi di sangue… altro che torrenti meccanici da presepe!


È l’ora di Erode.


Qualcuno cerca quel Nato per assassinarlo, ma non lo trova, e allora colpisce nel mucchio, scannando tutti i primogeniti maschi di quella zona nati in quel periodo. Che c’è di romantico e bucolico e lieto e festoso in tutto questo? Che ragione avevano quei tre Personaggi nella “capanna” di avere volti paciosi da babbinatale?


E non ce l’avevano infatti: stavano cercando di salvare la vita del figlio. Del figlio di Dio. Erano dei fuggiaschi. Provate a immaginare voi l’animo di un padre e una madre consapevoli che stanno cercandoli per ammazzarne il figlio appena nato… provateci e capirete!


Bambinello, con i simboli della Passione. Cartapesta leccese, 1888 circa, autore Giuseppe Manzo
Erode e Pilato si diedero la mano: è questa la “pace” del mondo


Già! La furia omicida e deicida di lucifero e degli anticristi suoi servi che “nascono” insieme al Cristo sta per scoppiare inarrestabile, proprio in quel momento emblematico: la Natività.


Segno che la vicenda del Grande Nato, la sua Prima Venuta, è destinata a trovare l’epilogo nel sangue; profezia anche sulla parabola cristiana, nata insieme agli “anticristi” e che mai ne sarebbe stata abbandonata, mai lo sarà, sino alla Seconda Venuta di Cristo sulla terra. Cristianità sulla quale grava quell’interrogativo di Gesù tutt’altro che trionfale, apocalittico e angoscioso semmai: “Quando verrò di nuovo sulla terra, troverò ancora la fede?”.


La Chiesa nasce segnata dalla tragedia e dal sangue, al pari della vicenda di Cristo: ne è perfetta imitatio et sequela. Così come la vicenda del Cristo inizia nel sangue degli innocenti e “finisce” nel suo stesso sangue innocente; alla stessa maniera la Cristianità inizia la sua parabola, nei primi secoli, intrisa del sangue dei suoi martiri; parimenti, nella persecuzione e nel martirio troverà la sua conclusione. E la sua gloria, proprio come Cristo, del quale ne è corpo mistico. Mentre, come scrive Benson a conclusione de  Il Padrone del Mondo, “così finiva questo mondo, così passava la sua gloria”. Nell’ultimo giorno.


Sarà Chesterton, facendo un conturbante parallelo tra quei giorni e i nostri, tra la nascita e la morte di Cristo, tra Erode e Pilato che sono l’inizio e la conclusione di tutto quel che avverrà in seguito della storia del cristiano a questo mondo, sarà lui a scrivere queste parole che danno i brividi, e che riecheggiano l’ipocrita e mondano, falso e bugiardo, minaccioso infine,  “a Natale siamo tutti più buoni”:


«Tutta la storia cristiana ebbe inizio da quel grande avvenimento mondano in cui Erode e Pilato si strinsero la mano. Fino a quel giorno, lo sapevano tutti nella buona società, i due neanche si parlavano. Qualcosa li indusse a cercare un reciproco appoggio, sebbene ciò che stava accadendo fosse la semplice condanna a morte di una banda di criminali. I due capi si riconciliarono il giorno in cui uno di quei condannati fu crocifisso. Ecco ciò che molti intendono con la parola “pace”: la sostituzione di un regno d’amore con un regno d’odio».


È la parabola anche di tutti i “paci-finti” odierni e di sempre, particolarmente attivi e blateranti nei natali di ogni epoca, e incessantemente con una bandiera in mano, a ogni generazione di diverso colore (adesso è arcobaleno: il demoniaco – e guardacaso abortista – sindaco di Roma ha cosparso la Città Eterna di luci “natalizie” con quei colori), ma con la medesima parola d’ordine sulla bocca: “pace”. La pace secondo Erode e Pilato.


Il padre del nuovo “natale”: il massone Walt Disney
Il natale non è più di Gesù Bambino ma di Walt Disney


Perciò ha ragione Messori a rispondere ai miei “auguri” (e gliene sono grato) con quel: «Lasciamo stare la melassa del buonismo natalizio che, come sa, è stata inventato dagli anglosassoni e non ha niente a che fare con il Natale cristiano.


Quello medievale, innanzitutto, ben consapevole che quel bel bambino sarebbe finito in croce e che, tanto per gradire, per causa sua tutti gli altri bambini nei dintorni poco tempo dopo sarebbero stati massacrati. Le sacre Rappresentazioni natalizie antiche come sa sono austere, severe e spesso tragiche, altro che coretti festosi!».

Come volevasi dimostrare.


La serietà di Maria
Non occorre dunque l’intenerimento alla Walt Disney (questo gran massone, razzista, filo-nazista e gran corruttore) o alle nenie, la più famosa delle quali, White Christmas, è stata composta, cinicamente per fare incasso, da un ebreo praticante come Irving Berlin. Ci avete mai pensato? L’immagine che il mondo ha oggi del Natale è stata forgiata a fini commerciali da un massone e da un ebreo. Se lo scopre Blondet ci scrive un dossier di sicuro…


Guardiamo a tutta la miriade di film d’animazione che la Disney ha dedicato al Natale: “Gesù Bambino” non compare mai, compare al suo posto Babbo Natale. È come se la festa del nostro compleanno venisse trasformata nella festa del nostro spazzacamino: che c’entra? Ma tant’è!  Proprio stasera ne vedevo uno: Che fine ha fatto Santa Claus?, saturo di semidivinità new-age ma assolutamente ripulito da qualsiasi collegamento al solo Nato che in quel giorno si dovrebbe celebrare: Gesù.


Da Natale a Santo Stefano: periodo di penitenza non di bagordi


Bambinello, cartapesta leccese, primi ’900
Ed è a questo punto che sempre il Messori mi lancia un altro spunto: «A proposito delle “dolcezze natalizie”, se vuole scriverne, non dimentichi, a conferma del dolore e del senso di tragedia che circondava la nascita del Cristo (quando i cristiani erano cristiani), che il giorno che segue il Natale è stato voluto dalla liturgia come dedicato a Stefano».


Cosa vuol significarmi, mi chiedete? Una cosa lapalissiana e, parimenti al significato del Natale, dimenticata pure questa.


Stefano è il primo martire, morto con una delle più barbare e dolorose esecuzioni, la lapidazione. La liturgia vuole così ammonire i credenti che quel bambino porta come doni non pacchetti infiocchettati e canti mielosi ma la possibilità che incombe su ogni credente di dare la vita per la sua fede.


Rappresentazione molto stilizzata della lapidazione di Stefano
Guardate che nelle antiche chiese orientali, il 25 dicembre era un giorno di mestizia e di digiuno. E noi, oggi, lo commemoriamo con pranzo pantagruelico e cenone, incoraggiati da preti immemori. Solo nella Pasqua, dunque al lieto fine, esplodeva la gioia, con la gente che si abbracciava nelle strade gridando “Kuriòs aneste!”; o nel nostro Meridione dove sino a mezzo secolo fa allo scoccare della mezzanotte, usciti dalla messa pasquale notturna, la gente andava a battere pugni sugli usci di tutte le case, festosamente, per “annunciare il Fatto” e soprattutto “perché i diavoli vengano scacciati”, messi in fuga dalla Resurrezione.


E le porte percosse volevano proprio ricordare il confuso scaraventarsi fuori dall’uscio dei demoni in panico. Così almeno mi raccontavano gli anziani.


Quando ero bambino mi chiedevo sempre perché mai quei magnifici antichi bambinelli in cartapesta leccese avessero lo sguardo triste e stringessero nelle mani una piccola croce insieme a una corona di spine. Ora lo so.


Era tragico e non “dolce”  Natale, per chi ancora sapeva guardarlo con occhi cristiani.

 

P.S. Apro una parentesi. Da notare anche che fino a qualche secolo fa il Capo dell’Anno, il Capodanno (che non si festeggiava, e prima era una festa pagana) iniziava in genere il 25 dicembre. Con in cima il Protomartire a inaugurare l’anno. A tal proposito è bene ricordare l’ammonimento di Sant’Eligio, intorno al VII secolo, verso coloro che, specie nelle Fiandre, festeggiavano secondo l’uso pagano in onore del dio Giano il capodanno: «A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica»


. Forse, nella giusta misura, dovremmo ricordarcene. O almeno ricordarci che Paolo VI cercò di porre un rimedio all’andazzo, proclamando quel giorno come quello della Madre di Dio: ma siamo onesti, quanti quel giorno festeggiano la Madre di Dio? È una danza intorno a noi stessi, ai nostri vitelli d’oro simboleggiati dallo zampone con le lenticchie, un avvitarci ebbri ai nostri auspici superstiziosi in onor di Bacco più che della Madre di Dio. Qualcuno prima di Paolo VI cercò l’espediente semantico di definire il Capodanno “notte di San Silvestro”, compromettendo anche l’inconsapevole santo, pur di continuare a festeggiarlo con qualche parvenza di sacro. Chiudiamo la parentesi


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext