Nostra Signora dei Gatti

DICEMBRE 2014 PAPALEPAPALE.COM

Uno sguardo su Maria, da una prospettiva anomala: quella di gattara. Una apologia del gatto come figura eminentemente mariana.


Quando detestavo Maria, come la detestano i progressisti


Mater Dei. Un magnifico sui generis dipinto di Giovanni Gasparro
Ho sempre detto che il ruolo di Maria si è concluso col parto virginale, e che Dio non le aveva affidato altra missione. Poi però ha cambiato idea, quando il cristianesimo ha cominciato a staccarsi da Cristo e da Pietro: è allora che l’ha richiamata in gioco, inventandosi un ruolo nuovo, non programmato, per lei: salvare i cristiani e la Chiesa. La Rivelazione è conclusa, d’accordo, ma permettetemi di dire che la storia della salvezza è ancora in atto, e lo sarà fino alla fine. E Maria si inserisce entro le maglie di questo divenire incognito.


Già, quella mia idiosincrasia verso la mariologia: per abitudine, per forma mentis, e tuttavia la combatto con la volontà, l’idiosincrasia. Perché ho capito che Maria non solo è grande, non solo è degna di ogni lode, ma che è anche “utile” assai. Certo, è vero, negli anni ne ho dette di terribili su di lei, molto ero stato influenzato dall’antropologia religiosa e da Ida Magli.


Prelevo dal malloppo dei miei appunti del passato questo testo che se ben ricordo utilizzai verso i primi del 2000 in un convegno diocesano, ma già prima era stato oggetto di una mia tesina liceale. Giusto per darvi un’idea dello sterco che avevo in testa, non del tutto smaltito del resto, vi cito qualcosa: parlavo allora della “durezza di cuore” e della “furiosa misoginia” dei grandi santi devoti di Maria e sovente domenicani; dicevo della mariologia come innestata nell’utero di Maria e dunque una “scienza del vuoto”; osavo parlare di “ginecologia teologica” basata sull’ossessione della verginità femminile, del “vulvocentrismo” come fallocrazia dissimulata, della concezione immacolata come di una infibulazione simbolica. Maria, dicevo, è la grande nevrosi del cattolicesimo e l’ultimo alibi per non ammettere come cessata la fede nel Cristo, la morte per consummatum est del cristianesimo come era accaduto dell’ebraismo ai tempi di Gesù, “il solo che conti” nel cristianesimo “mentre tutto il resto è noia, è la teodicea dell’ozio rapportato al nulla”.


Se guardi le nostre colpe passate, o Signore, chi resterà in piedi? Ma sì, sono convinto che Maria ascoltando queste mie parole, semmai mi ha dato retta, si sarà fatte grasse risate.


Il demonio bestemmia anche Dio, ma Maria no: la teme


Di Maria ho rispetto, ho imparato ad averne dacché ho scoperto di quale terrore panico sono investiti i demoni che tormentano l’uomo al solo sentir pronunciare il nome “Maria”.


Mi raccontava una delle amiche più intelligenti che ho, una donna iniziata a molte cose, che bene conosce la psiche umana e che collabora ai riti di liberazione di grandi esorcisti del nord Europa, mi diceva, allorché le avevo enumerato i problemi di vessazione notturna che avevo (io e non solo io), e che poco dopo ho in gran parte risolto proprio grazie a lei (me ne accorsi questa estate, quando vidi roteare e andar via una nube nera dal soffitto), diceva dunque:


«Pregate molto la Madonna, di lei il demonio ha paura. Non so se lo sa, ma durante gli esorcismi il demonio aggredisce con parole terribili Gesù, il prete esorcista, il Papa e perfino Dio, ma mai Maria, di lei ne ha paura. Lei ha schiacciato il serpente. Tenga sotto il cuscino un rosario e dica l’Ave Maria quando vede o sente i fenomeni strani. Il fumo potrebbe essere il demonio che se ne va dalla sua casa».


Mi spiegò che certe volte i nostri stessi angeli custodi per un po’ scappano, perché li fanno spaventare i demoni che cercano di vessare il loro protetto. Ma poi tornato. Dunque “Maria” è la parola chiave per mandare in panico i demoni. Come fai a non avere rispetto di una donna così? Perché Maria era ed è una donna: troppe volte dimentichiamo che ella è salita in cielo con tutto il corpo mortale, che sulla terra non ci sono da qualche parte i suoi resti. Non è mai morta, o almeno non si parlava mai, tradizionalmente di “morte” di Maria bensì di “dormizione”.


I ratzingeriani sono tutti gattolici


Ma è di una cosa speciale che voglio parlarvi oggi, riguardo Maria. Maria e i gatti, ebbene sì.


Io certamente sono un gattofilo, non subisco il fascino dei cani nonostante il “Mastino” che mi porto appresso, i cani mi annoiano, provo disappunto per il loro cercar di compiacere il padrone e proprio per considerare tale, “padrone”, il loro amico uomo, e dunque sono gattofilo e ho da dieci anni un gatto di nome Benito, un soriano. Che non mi considera affatto il suo padrone, ma uno a cui concede una paziente distaccata e pur sempre vigile amicizia, dall’alto in basso: in parole povere mi percepisce, a quel che capisco, come una sorta di suo collaboratore domestico, addetto alla sua “persona”, e perciò mi tollera senza essermi grato: secondo lui è mio dovere far quello che gli faccio.


Ho scoperto che molti cattolici “ratzingeriani” sono gattofili, lo stesso Ratzinger lo era. E lo è anche il primo tra gli scrittori cattolici, ratzingeriano pur’esso: Vittorio Messori: lui e la moglie, Rosanna, hanno una gatta che, viva la fantasia!, si chiama Micia.


Chi l’avrebbe detto che Messori, che tutti immaginiamo come burbero e magari pure un po’ snob, meritorio nemico di animalisti ed ecologisti, si lasci poi zompare sulla consistente panza Micia, e che ne cerca il favore in ogni modo rimediando solo unghiate in risposta, essendo ricettiva unicamente alle confidenze della Rosanna? Chi avrebbe detto che Messori, nell’abbazia di Maguzzano dove si rifugia ogni giorno a studiare e scrivere, lì pure, nel grande parco annesso, sotto un albero si è dato da fare per offrire un riparo dalla neve e dal freddo invernale del Garda a una piccolissima trovatella, una gatta di pochi mesi? E che porti in corpo un certo risentimento verso i frati dell’abbazia che non dimostrano molto riguardo per gli animali e per i gatti specialmente?


Ebbene, un giorno mi fa notare una cosa a cui, quando avevo comprato il suo libro, non avevo fatto caso. Mi scrive:


«In realtà, l’apice della gloria felina (dopo la deificazione egizia) è raggiunta dall’Annunciazione di Lorenzo Lotto: forse ricorda che l’ho voluta come copertina del mio “Ipotesi su Maria”.


Quel gatto che faceva compagnia a Maria e che si spaventa vedendo l’angelo. Intanto , per stare in campo, continuo le manovre per trovare  padroni adeguati alla deliziosa cucciola trovatella: appena mi vede, si butta zampe all’aria, offrendomi il ventre perché la gratti e la  pasticci lì.


Per i quadrupedi, come sa, è il segno maggiore di fiducia, offrire disarmati il “ventre molle”…. Non a caso, se temono un pericolo si accucciano, pancia  a terra e tutto il corpo che lo protegge. Comunque , se vogliamo fare un sito di “gattolici militanti”, io ci sto.


Ho tante piccole storie da raccontare, sui gatti».


Prima o poi lo chiederò a Messori: lei parli, io scrivo e tiro fuori un pamphlet di gattolici militanti, pure io ho da aggiungere del mio… essì che ci vorrebbe una prefazione del gattolico per eccellenza: Benedetto XVI!


La Madonna gattara



Pieter Huys (1519.1577 ca), Annunciazione. Incisione. Notate il gatto accovacciato in primo piano: ancora una volta un tigrato, o soriano
Ebbene, il quadro di Lorenzo Lotto. Dove un gatto attraversa la stanza di Maria mentre l’angelo le annuncia che sarà incinta per opera e virtù dello Spirito Santo. Che senso ha quel gatto lì? Quando poi, tutti sappiamo, per ragioni che non staremo a spiegare [sto scrivendo questo pezzo su due piedi, al volo e ho pure da fare ché oggi è festa], quando è stato sempre rappresentato in passato e ancora oggi ce lo raffiguriamo come simbolo, personificazione, emissario del demonio, specie se è nero.


Ma allora perché Lotto lo ha messo nel celeberrimo quadro dell’Annunciazione? In realtà, di quadri di Madonne con bambino e di Annunciazioni con dei gatti nel mezzo ce ne stanno diversi, e non in tutte queste rappresentazioni sacre il gatto sembra avere uno sguardo benigno: persino in quello del Lotto taluno ha sostenuto che il gatto lì altro non era che un demonio che scappava via alla vista dell’angelo di Dio, un attimo prima che Dio s’incarnasse nella Vergine. Cazzate, probabilmente.


Ma pensiamo anche all’incisione cinquecentesca dell’Annunciazione di Peter Huys, lì pure c’è un gatto, soriano si direbbe.


Ecco anche la dolce gatta ai piedi di Maria detta qui “la Madonna della gatta”, di Federico Barocci, e la teatralità della scena che ha ormai poco di realmente domestico ci dice che siamo entrati nell’età barocca (1598). Ma ci sarebbe anche il più ambiguo gatto di Giulio Romano, una non del tutto convenzionale natività cinquecentesca, nota anche come “Madonna con gatto”. Ecco, qui il gatto accucciato ai piedi della vecchia Anna, ha un’aria minacciosa: mentre tutti i presenti adorano con una certa pensierosa mestizia il bambinello, ebbene quel gatto lì fissa da laggiù gli spettatori, in modo sinistro, torvo e bellicoso. Che significa tutto ciò?


Nero (una parentesi che potete saltare)



Madonna della gatta, del Barocci. Particolare
Apro una parentesi forse arida. Prima di addormentarmi, mi piace leggere qualche pagina di storia sociale dei gatti (ho un settore apposito in biblioteca), magari mentre il mio gatto, quando c’è, saltato sul letto mi impasta il ventre. Ma soprattutto, ultimamente, mi sto dedicando appassionatamente alla storia del colore, e quando arrivi a studiare il nero, come ha egregiamente fatto il medievista Jacques Pastoureau, è giocoforza passare attraverso la storia del gatto “nero” e poi anche delle Madonne “nere”, e delle Madonne con gatto… magari nero. Ma più spesso è a strisce. Non staremo a spiegare il perché e il percome, bisogna rientrare nell’immaginario medievale e nei suoi bestiari, nel Bestiario del diavolo, e lì il confine tra animali veri e leggendari, tra animali leggendari e mostri è molto labile.


Tanto più che per giudicarne la natura di un animale l’occhio medievale scruta non solo gli attributi che avrebbe “in comune” col demonio (il nero sopra tutto, poi le scaglie, le piume, il pelo irto…), ma anche la loro animalità corporea: basta un piede, una bocca, un braccio che si differenzi dall’anatomia “ordinaria” degli altri animali incasellati nei trattati per farne creatura bimorfe: i “difetti”, ossia il discostarsi dall’anatomia veterinaria conosciuta, generano il mostro, l’emulo del diavolo se non la sua incarnazione ferina. In questo contesto fondamentale diventa la contrapposizione tra colore uniforme e striato, tra gatto tutto nero e gatto a strisce o chiazze. Difficilmente vedremo un gatto tutto nero in un quadro mariano: il monocolore nero è attributo del bestiario diabolico.


Ne vedremo però di tigrati grigi o di chiazzati misti. Ma lungi dall’essere un buon auspicio, una pelliccia a strisce denuncia qualcosa di sconveniente, eversivo, perturbatore, in una parola: pericoloso. Le strisce al pari delle scaglie sono attributi di animali pericolosi, come ad esempio il serpente, il quale è l’animale principe del bestiario demoniaco. Ma neppure le chiazze, in teoria, sono meglio: esprimono un’idea di disordine, irregolarità, di impurità, è segno, per quei tempi di mortali chiazze epidemiche sulla pelle dell’uomo, di contaminazione e di destino infausto. Chiusa parentesi.


Il gatto evangelico


Domenico Ghirlandaio. Ultima cena: Giuda e il gatto. Particolare
Stiamo divagando? Sì. Torniamo ai quadri di Madonne con gatti. Ai quattro che abbiamo selezionato: Lotto, Huys, Barocci, Romano, tutti d’epoca cinquecentesca, ossia del periodo in cui si comincia a far entrare il gatto in casa, accettandone la cattività; come animale da compagnia, certo, ma specialmente come acchiappatopi quando fin lì, a tal fine, si era preferito utilizzare la meno efficiente e anche più pericolosa donnola. Senza scendere nei dettagli, la domanda iniziale resta: perché c’è un gatto in questi dipinti di Natività e Annunciazione?


Prima di tutto: il gatto, in quel Cinquecento, è già un “attributo” della raggiunta pace domestica. E’, sinuoso e misterioso, l’emblema della presenza femminile che dona la serenità e l’ordine al focolare: il gatto è presente laddove è presente una donna. Maria è la Donna per antonomasia, la sua casa è la Casa per eccellenza, quella di Nazareth.


Sia chiaro, il gatto era presente anche in altre scene evangeliche tutte al maschile, Philippe de Champagne ce lo dipinge, il Ghirlandaio, Jacopo Bassano, Tintoretto addirittura ce lo introduce in tre dipinti evangelici: lo fanno spesso i pittori quando collocano episodi religiosi di ambito biblico in contesti contemporanei com’era in uso all’epoca fare. Ma in questi dipinti il gatto continua a svolgere le sue funzioni naturali benché sulla sua testa stiano consumandosi eventi epocali e tutt’intorno ci sia atmosfera di tregenda: Gesù consuma l’ultima cena? E il gatto imperturbabile consuma la sua, leccando persino il piatto: non gliene può fregar di meno della presenza di Cristo.


Il gatto sembra ancora avere una funzione decorativa, nei contesti più maschili. Ne avvertono la bellezza, gli artisti, ma non ancora il suo fascino e la potenza simbolica apparentemente carica di distonie: c’è nel quadro religioso, ma vi è estraneo, non partecipa. Tant’è che il Ghirlandaio nella sua Ultima Cena lo mette accucciato e apatico sullo sgabello accanto a Giuda, altro grande distratto quella sera… Un gatto che resta indifferente e magari scocciato in una scena sacra che ha raggiunto il suo pieno climax, può far pensare a una aperta ostilità alle cose sacre. Ed ecco che la sua presenza diventa inquietante, mentre si decontestualizza dal tutto. Chi è veramente quel gatto, che oltretutto – guardacaso! – siede accanto a Giuda? Sembrano il gatto e la volpe tutti e due quella sera! Fingono di essere “indifferenti”… ma stanno solo dissimulando il misfatto.


Quell’Annunciazione del Lotto. Con gatto in fuga



Lorenzo Lotto. Annunciazione, con gatto soriano in fuga
Ma quando le scene diventano più femminili e donna si fa il protagonista, e il soggetto da cristocentrico diventa mariano, ecco che allora anche il gatto muta atteggiamento e funzione, smette di essere estraneo e ostile agli eventi e vi partecipa: si scopre il suo fascino. E ci vuole una donna per tirarlo fuori. Sovente Maria in persona.


Molti osservando il dipinto famoso di Lorenzo Lotto hanno dedotto che quel gatto soriano scappa via dalla scena dell’Annunciazione perché “infastidito” dalla presenza dell’angelo: sarebbe un atto di ostilità. Lo dicono tutti. E ciò non di meno, a mio avviso, chi lo dice fesso era e fesso resta, perché dimostra di non capire a fondo né il quadro, né Lotto, né tantomeno la natura del gatto. Perché procedono per pregiudizi, riflessi condizionati, partono dall’idea che necessariamente il gatto è un soggetto “negativo”, poiché fondamentalmente estraneo, anche dal punto di vista simbolico, sia al sacro che ai soggetti religiosi, quelli cristiani almeno. No e poi no: non è così!


Il gatto è un animale che resta vigile anche quando si assopisce: ha un udito finissimo, e siccome nel riposo trova la sua pace profonda, basta un piccolo rumore a farlo sobbalzare. E scappare se vede una presenza estranea: è molto spaventevole, e non ama gli intrusi, gli sconosciuti quando è intento a godersi, sentendosi protetto, la sua intima pace domestica. Lotto fa scappare il gatto in quella scena proprio per rendere allo spettatore l’effetto sorpresa su Maria, e dunque sul gatto che le stava accanto, dell’angelo di Dio che d’improvviso irrompe nella stanza per dare il lieto annuncio. Il gatto sobbalza spaventato e scappa: poraccio! È uno scatto benaugurante, non maledicente. Si vuol dare moto ed emotività alla scena.


Infatti, negli stessi anni, quando Huys fa la sua incisione dell’Annunciazione, lo stesso gatto tigrato, se ne sta quatto quatto accovacciato in primo piano, al comparir dell’angelo Gabriele che genuflesso pronuncia il suo saluto “Ave Maria!”.


La gatta mariana



Barocci. Madonna della gatta (che allatta i cuccioli)
Ed eccoci davanti al tenero scenario del Barocci: la “Madonna della gatta”. Qui Maria ha già partorito, culla il bambino. Poggiata sulle gambe della madre di Dio, una gatta piena di pace materna: anche lei ha partorito e adesso allatta i suoi cuccioli. Qui non c’è neppure il sospetto del famigerato “conflitto” tra gatto e cose sacre: sarà perché è una gatta?


Fatto sta che gli artisti hanno sempre inserito gatti “buoni” laddove c’era la Vergine, e qui il parallelismo che potrebbe sembrare ardimentoso, e che in realtà è struggente, tra le due madri, la Madonna e la gatta, è evidente: è nota l’apprensione e la meticolosità materna della gatta, grande mamma, verso i suoi gattini, proprio come Maria con Gesù. La serenità sul volto di Maria è la stessa che si intravede sul volto della gatta, che come Maria non conosce peccato originale.


In un altro dipinto simile del Barocci, dove muta il sesso del gatto, la “Madonna con gatto”, il bambinello (in realtà è san Giovannino) in braccio a Maria, già cresciutello, gioca un po’ sadicamente col felino tenendo stretto in pugno un cardellino, sfidandolo ad acchiapparlo. Il gatto sta su due zampe per studiare la fattibilità dell’impresa. Perché questa trista scena di Giovannino che tenta con un cardellino il gatto? Sta a significare che un gatto che dà la caccia a un cardellino mette, sul piano simbolico, a rischio il piano salvifico di Dio: gli uccelli rappresentano l’anima, e il cardellino, che cibandosi di cardi rimanda alla corona di spine, richiama la Passione redentrice di Cristo.


Guido Romano e “La Madonna con gatto”… perverso?



Guido Romano. Madonna della gatta. Nell’angolino il gatto dallo sguardo torvo
Poi c’è il gatto misterioso, forse inquietante, comunque dallo sguardo bellicoso e sinistro verso lo spettatore che sta in un angolino della Natività di Guido Romano, nota come “Madonna con gatto”.


Che ha quel gatto? Ma niente, secondo me, presidia l’ambiente domestico del quale è simbolo: semplicemente, animale diffidente, il gatto guarda sospettoso verso l’intruso che è lo spettatore: con quali intenzioni chi guarda sta entrando in questa scena santa? Il gatto col suo sguardo spettrale catarifrangente giudica in silenzio.


Tuttavia, ahimè, nei secoli in quel povero gatto “pezzato”, e dunque segnato da impurità, troppi ci hanno visto di tutto, in peggio, persino il diavolo stesso: il diavolo dentro la Sacra Famiglia? Che stupidi… Si ritrova al riguardo spesso scritto nei libri di storia dell’arte: «Nel frattempo, un gatto avido e ingordo trama di rubare del cibo da un piatto sul pavimento». Neppure i magistrati milanesi erano capaci sino a tal punto di arrestare senza prova, in base al solo sospetto, un politico di destra che essendo tale non può che essere “cattivo”. Gli è il fatto che quel piatto che il gatto ha davanti, e che non guarda affatto, non contiene cibo: contiene cianfrusaglie per il cucito. Un altro gatto condannato senza prove e, va da sé, innocente. Neppure quel boia di Di Pietro…


Dove c’è un gatto, c’è casa. E c’è Maria



Federico Barocci. Madonna del gatto, con cardellino.
dunque dove c’è Maria e l’angelo dell’Annunciazione, laddove Maria allatta o culla Gesù, c’è spesso un gatto o una gatta che veglia, che fa compagnia, che scappa, che allatta essa pure. E così rispondiamo alla domanda iniziale: perché il  gatto?


Si può ben dire che laddove c’è un gatto c’è casa: il gatto domestico sta preferibilmente all’interno, davanti al caminetto, e se esce si aggira intorno alla casa. Perché quello è il suo “territorio”, là trova la pace e la trasmette con la sua calma serafica a chi c’è dentro. “Una brava donna e un buon gatto stanno come moglie e marito davanti al caminetto”, diceva un proverbio. Il gatto, dunque, non è una figura diabolica o perversa o addirittura ostile al sacro, nella pittura cattolica, come si è a lungo voluto credere: è una figura di donna, di sposa e di madre;  una figura di pace, di familiarità, di purezza: una figura sacra, in poche parole. Che sta nel tabernacolo che contiene tutte queste cose: la casa. La cui lampada rossa perpetua è il focolare. Il gatto è una creatura mariana.


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