LEZIONI DI TANGO

15/12/2014 REPUBBLICA.IT

 – MERAVIGLIOSO BORGES: “NESSUN SENTIMENTALISMO. LE SUE RADICI SONO INFAMI, È NATO NEI BORDELLI - RICORDO LA FRASE DI UN TEPPISTELLO: “L’UOMO CHE PENSA CINQUE MINUTI DI FILA A UNA DONNA, NON È UN UOMO, È UNA CHECCA”.


1. IL PASSO DEL POETA

Riccardo Iori per “la Repubblica


La voce è calda, rilassata, con una sfumatura ironica e un principio di stanchezza. Parla piano, Jorge Luis Borges, con la maestria di chi sa quali sono i tempi della narrazione. Parla di tango, schivando la paura di stonare ne canta qualcuno e, con una manciata di parole, confeziona piccoli acquerelli della vecchia Buenos Aires dove quei tango nacquero alla fine del Diciannovesimo secolo. La voce del più grande scrittore argentino è rimasta nascosta per quasi cinquant’anni, imprigionata in vecchie musicassette, di quelle che già non si vedono più, ammucchiate in una scatola di scarpe.


Si tratta di quattro conferenze, piuttosto informali, che risalgono al 1965, tenute in un locale imprecisato della capitale argentina. «Non ci sono molte registrazioni di Borges, per cui questa ha un valore speciale, considerando anche che lui non sapeva di essere registrato» spiega César Antonio Molina, il direttore della Casa del Lector di Madrid, l’istituzione che ha presentato le registrazioni. «È Borges nella sua essenza, con una grande brillantezza e con tutta la sua immensa sapienza. E inoltre, si tratta di una lezione magistrale sul tango».


La lezione impartita da Borges racconta di un tango, quello delle origini, totalmente differente da quello conosciuto oggi e già ampiamente diffuso al tempo delle registrazioni. Racconta di un tango nato nei lupanari dei quartieri malfamati di Buenos Aires, Rosario, Montevideo, poco sensuale e per nulla sentimentale, con testi che parlavano di morti ammazzati e bulli di periferia. Non certo quello universalizzato da Carlos Gardel, la voce e il volto del tango in forma canzone.


 «Borges non sopporta Gardel e si dedica a smontarlo alla sua maniera, senza violenza, ma senza scampo» sottolinea Molina. «A Borges piacevano le milonghe e i tango della vecchia guardia, quelli che lo riportavano alla sua infanzia. Quelli di Gardel erano l’opposto, lacrimosi e melodrammatici», racconta Maria Kodama, vedova dello scrittore e direttrice della Fondazione Borges, che insieme alla Casa del Lector pubblicherà presto un audiolibro con le cinque ore di registrazione.


Ci parla al telefono da Buenos Aires, città che nei nastri ritrovati è protagonista quasi quanto il tango. «Borges canta la sua città alla maniera dei greci, con una devozione infinita che sarà presente fino alla fine della sua opera. Aveva nostalgia della Buenos Aires degli anni Venti e che allora era già sparita», spiega. Il novellista, saggista e poeta avrebbe provato a ricrearla pochi anni più tardi, nei racconti riuniti ne Il manoscritto di Brodie (1970), quando Borges — ormai consacrato dopo la pubblicazione di Finzioni ( 1941) e de L’Aleph ( 1949) — ritorna a un tema affrontato ai primordi della sua carriera da novellista ne L’uomo della casa rosa ( 1927).


Fu allora che per la prima volta aveva cercato di mettere in prosa le storie di coltello e malavita della capitale argentina a cavallo tra i due secoli e i pochi frammenti che si sono potuti ascoltare finora aprono delle fessure che lasciano intravedere come funzionava l’universo creativo dell’autore de Il libro di sabbia. Un universo che, al netto di citazioni e riferimenti eruditi con i quali era solito impreziosire le sue narrazioni, è figlio dell’oralità e della convivialità.


«Delle registrazioni sorprende la pace, la tranquillità e l’ironia con cui si relaziona con il pubblico. Si nota che è rilassato, ricettivo, come lo era nella vita di tutti i giorni», ricorda Kodama: «Era capace di salire su un taxi e dopo un minuto il tassista gli stava raccontando della sua famiglia e della vita diventata sempre più cara».


In uno dei passaggi più esilaranti delle registrazioni, Borges spiega la distanza del tango originale da qualsiasi tipo di sentimentalismo: “Ricordo la frase di un teppistello la cui amicizia mi imbarazza, come si suol dire, che diceva che l’uomo che pensa cinque minuti di fila a una donna, non è un uomo, è una checca”. Una frase riproposta testuale nel racconto Storia di Rosendo Juàrez , pubblicata cinque anni dopo quelle dissertazioni. Dissertazioni che solo il caso, uno dei temi prediletti dell’autore de La Biblioteca di Babele, ci ha restituito.


Bernardo Atxaga, lo scrittore basco che si è ritrovato tra le mani questo tesoro, lo racconta così: «Le cassette le aveva Kolo, un produttore di musica galiziano che aveva vissuto la sua infanzia in Argentina e che stava andando in Germania per produrre un libro di musica basca. Le regalò a un mio amico che lo aveva ospitato per qualche mese, Goiko. Lui lavora nel doppiaggio e me le diede in una scatola di scarpe. In quanto scrittore, forse ci avrei tirato fuori qualcosa».


Fu così che Atxaga si ritrovò ad ascoltare Borges che parlava di tango: «Le mettevo nel mangiacassette della mia Renault 5. Era lui, era Borges, ma non credevo che avessero qualche valore, non pensavo che non fossero mai state ascoltate». Tutto questo avveniva oltre dieci anni fa. «Quando mi resi conto che il materiale poteva avere un qualche valore, lo mandai a una radio pubblica, a una casa editrice e a un amico universitario che si professava fanatico di Borges.


Ma non ricevetti nessuna risposta e iniziai a pensare che ero io che mi stavo inventando una storia senza fondamento. Ma la verità è che non ci sono veri appassionati. Le passioni esistono se non ci danno troppo lavoro», commenta con un po’ di amarezza Atxaga, che ha raccontato i dettagli di questa storia sulla rivista di cultura basca Erlea. Sarebbero dovuti passare altri dieci anni prima che un altro incontro fortuito, questa volta con il biografo inglese di Borges, Edwin Williamson, convincessero Atxaga a tirare il materiale fuori dal cassetto un’altra volta e farlo arrivare al direttore della Casa del Lector.


«Le ascoltai e per me fu una sorpresa enorme. Mi feci raccontare come ne era entrato in possesso e poi contattai Maria Kodama per avere anche da lei un riscontro », ricorda Molina. «Non ho avuto dubbi che fosse lui. Fu toccante. È sempre un’emozione tornare ad ascoltarlo», aggiunge Kodama. Consapevole che questa infinita serie di circostanze e coincidenze non avrebbe certamente sfigurato in un racconto borgesiano.


2. BUENOS AIRES 1965, IL GRANDE SCRITTORE RACCONTA (E CANTA) IL SUO BALLO PERDUTO

Testo di Jorge Luis Borges pubblicato da “la Repubblica


Tutto quello che succede in Argentina avviene quasi in segreto, senza arrivare al resto del mondo. Di tutte le trame che iniziano con una pianura perduta nella quale a malapena cresce un poco d’erba, di quello che porta con sé il grande paese che siamo stati e in parte ancora siamo non arriva nulla al resto del mondo a parte due parole, due parole che pronunciate a Edimburgo, Stoccolma, Praga, Tokyo, Samarcanda si dicono quando qualcuno menziona la Repubblica Argentina e che corrispondono a un uomo e a una musica (che è anche un ballo). Quest’uomo è il Gaucho e la musica il Tango.


L’anno è il 1880.  Si suppone che allora nasca oscuramente, clandestinamente sarebbe la parola più giusta, il tango. In quanto alla geografia del tango le teorie sono differenti, secondo il quartiere o la nazionalità dell’interlocutore; il lato sud della città vecchia di Montevideo, il nord o il sud di Buenos Aires, Rosario. Ma questo deve importarci poco. Fa lo stesso che sia nato su una sponda o sull’altra del fiume (il Rio de la Plata, ndt). Possiamo optare per Buenos Aires, che è quello che generalmente si accetta, nell’anno 1880.


Come era quella Buenos Aires? Mia madre ha compiuto ottantanove anni e qualcosa ricorda di allora, e io ho parlato con molta gente. Tutti mi danno la stessa immagine; la città era divisa in isolati, tutte le case erano basse e avevano lo stesso schema, come quello della casa dove sono nato: due finestre con sbarre di ferro che corrispondevano alla sala, la porta principale con il battente, l’ingresso, due cortili, il primo con un pozzo e una tartaruga nel fondo affinché purificasse l’acqua e il secondo con una vite. Questa era Buenos Aires.


BUENOS AIRES

Si dice che il tango sia arrabalero (delle periferie, ndt), che nasca nelle suburre, che in quel tempo erano molto vicino al centro. Però la gente di allora mi ha spiegato che la parola arrabalero non ha un significato strettamente topografico, più che di periferie si dovrebbe parlare di zone di confine. Quindi, dove nasce il tango? Negli stessi luoghi dove sarebbe sorto pochi anni dopo il jazz negli Stati Uniti, nelle casas malas ( bordelli, lupanari, bische, ndt ), sparse per tutta la città. Luoghi in cui la gente si riuniva anche solo per giocare a carte, bere un bicchiere di birra ed incontrarsi con gli amici.


Contrariamente a quanto si dice, il tango non viene imposto alla società dal popolo. Il tango ha queste radici infami, ma poi sono i rampolli delle famiglie bene di Buenos Aires che lo portarono a Parigi e solo quando il ballo fu accolto in Europa tornò per affermarsi.


La tristezza del tango, che ha portato la gente ad affermare che è “un pensiero triste che si balla”, come se la musica nascesse dal pensiero e non dalle emozioni, corrisponde a un momento successivo, non certamente ai primi tango.


Fino a un certo punto noi ci eravamo messi a capire il passato e il presente degli altri paesi, però non eravamo stati considerati dal resto del mondo e all’improvviso arrivò la notizia che ci commosse a tutti, ossia che il tango si stava ballando a Parigi, e poi a Londra, a Roma, a Vienna, a Berlino fino a San Pietroburgo, per usare la nomenclatura di quegli anni. La cosa ci riempì di gioia. Questo tango, ovviamente, non era lo stesso delle casas malas di Buenos Aires, di Montevideo, di Rosario o de La Plata. È strano che a Parigi, città simbolo di un’intelligenza lucida e licenziosa, il tango diventasse decente, perdesse i passi primitivi e si trasformasse in una sorta di camminata voluttuosa.


TRADIMENTI E SINGHIOZZI

I primi tango avevano parole indecenti o senza senso. Solo in un secondo tempo si passa a un tango canzone, dove le parole acquistano importanza e diventano tango malinconici, e qui arriviamo al nome di Carlos Gardel. Perché Gardel, oltre alla sua voce e al suo orecchio musicale, fece qualcosa che era stato già tentato prima e che con lui raggiunse l’apice.


La trasformazione della maniera creola di cantare. L’antica maniera creola di cantare consisteva in un contrasto, dato dalla destrezza — o dalla goffaggine — del cantore, tra le parole, che erano insanguinate, e l’indifferenza del cantore stesso.


Che fece essenzialmente Gardel? Prese i testi del tango e li trasformò in brevi scene drammatiche, nelle quali, per esempio, un uomo abbandonato da una donna si lamenta, o nella quale si parla della decadenza fisica di una donna, un tema già cantato dal poeta latino Orazio.


Gardel prende il tango e lo fa diventare drammatico. Ora, una volta che Gardel compie questa prodezza, si iniziarono a scrivere tango per essere cantati in questa maniera ( come te ne sei andata, ahah, che ti faccia a pezzi un treno ), tango in cui un uomo fa finta di essere contento che la donna lo abbia lasciato e poi alla fine la sua voce si rompe in un singhiozzo.


Tutto questo non aveva nulla a che fare con i vecchi gaglioffi che risolvevano i loro lutti alla maniera creola, senza testimoni e con il coltello. Ricordo la frase di un teppistello la cui amicizia mi imbarazza, come si suol dire, che diceva che l’uomo che pensa per più di cinque minuti di fila a una donna, non è un uomo, è una checca.


Studiare il tango non è inutile, significa studiare le diverse vicissitudini dell’anima argentina.


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