GIOVANNINO GUARESCHI

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È morto lo scrittore che non era mai nato: .............


................così L’Unità annunciava la morte di Giovannino Guareschi: un titolo discutibile, e non solo per il cattivo gusto, se si pensa che Guareschi era (ed è) uno degli scrittori italiani più letti al mondo (il primo libro della saga di don Camillo e Peppone – Mondo piccolo. Don Camillo, Milano, Rizzoli, 1948 – all’epoca era già stato tradotto in ungherese, giapponese, ebraico, tedesco, inglese, francese, danese, spagnolo, islandese, finlandese, portoghese, olandese, svedese, lituano, polacco, turco, lettone, sloveno, a cui negli anni successivi si sarebbero aggiunti norvegese, croato, ucraino, ceco, basco, coreano, rumeno).


Ma Guareschi con la sua attività di giornalista e di scrittore si era fatto molti nemici, e non solo fra i comunisti: era un vero reazionario, che rimpiangeva un’Italia rurale che non c’era più e che vedeva nel boom economico non solo l’allontanamento dalla vera ricchezza, costituita dalla terra, ma anche la scomparsa dei veri valori, quelli tradizionali, spazzati via dal consumismo.


Guareschi è universalmente noto per i racconti del mondo piccolo di don Camillo; meno conosciute sono invece le cronache di un mondo ancora più piccolo: quello della sua famiglia.

Lo scrittore vi trasfigura umoristicamente i suoi rapporti con la moglie Margherita (che nella realtà si chiamava Ennia Pallini) – una donna dalla logica, diciamo così, “creativa” – e con i figli che, come Harpo e Groucho Marx, sembrano essersi spartiti i campi della comicità: gag soprattutto fisiche per Albertino (il piccolo martellardo), gag verbali per Carlotta (soprannominata dal padre “la Pasionaria” per le sue preoccupanti tendenze rivoluzionarie: essendo nata a Parma È una comunista storica, anzi, ancora di più; è una comunista geografica).

Si può far ridere creando una situazione comica – e in questo Guareschi è maestro – ma si può far ridere anche col modo con cui si racconta una situazione, non necessariamente comica – e in questo Guareschi è altrettanto abile.

I poeti dell’Ottocento italiano avevano dei problemi a usare termini tecnici o legati al quotidiano, giudicandoli troppo prosaici: ecco allora che i cannoni diventano per Prati vacui bronzi e i fucili per Leopardi ferree canne, mentre il busto femminile si trasforma per opera di Vittorio Betteloni in virgineo cinto.

Scendendo a livello terra terra, i cronisti di calcio, per evitare ripetizioni, hanno la tendenza a fare uso di locuzioni che, per i profani, risultano particolarmente criptiche: la squadra biancoscudata, la squadra blucerchiata, i viola, il giocatore granata...

È di questi procedimenti che Guareschi si fa gioco, quando comincia nelle sue prime cronache familiari a evitare accuratamente, come un tabù, di scrivere la parola “moglie”, creando un tormentone che durerà per anni. Parte dalle perifrasi più ovvie e banali (la dolce compagna della mia vita; la signora che mi rese padre), incrociandole con linguaggi settoriali incongrui, come quello amministrativo (la esimia socia della nostra azienda familiare) o ampliandole in maniera tanto inattesa quanto inappuntabile (la dolce signora che mi rese cognato, genero, zio e padre) fino ad arrivare a definizioni tanto involute quanto logicamente indiscutibili (la consorte del padre dei miei figli) in un crescendo che si fa via via più parossistico (La nota e distinta signora che, con la scusa di voler dare pubblicità e diffusione al mio nome e citando all’uopo massime significative quali, ad esempio, «forza Giovannino, la réclame è l’anima del commercio», mi indusse a inserire il mio cognome prima su una pubblicazione di matrimonio, quindi su quella specie di edizione straordinaria recante il titolo di «Albertino»).

Un uso sapiente del tono “sbagliato” suscita il riso: è una tecnica che Guareschi riusciva ad applicare alle situazioni più drammatiche e che, per di più, lo toccavano personalmente: «Mi vado a rivedere l’Austria» dissi a Margherita.

Ed era un pezzo che quell’idea mi gironzolava per la testa perché in Austria c’ero già stato un’altra volta, ma non avevo potuto approfondire lo studio dei particolari, sia per il fatto che ero sovrappensiero, sia per il fatto che ero inchiavardato dentro un carro bestiame della ferrovia, assieme all’esercito italiano. (Viaggi ed esplorazioni, in Corrierino delle Famiglie, n. 40, 1949.)

Si riferiva alla sua deportazione in Polonia e Germania per essersi rifiutato, come ufficiale dell’esercito italiano, di continuare a combattere a fianco dei tedeschi dopo l’armistizio. Tornò che pesava 46 kg, avendone perso una trentina per strada.

Ma, in campo di concentramento, trova la forza per scherzare anche su questo:
Nella mia carta di riconoscimento c’è la fotografia di un faccione senza ombre, con ogni minima ruga spianata accuratamente dal grasso e dal ritocco. Un faccione deserto, con due stupidi occhi estatici come quelli dei manichini. [...]
Una faccia deserta da “dopo la cura”.

Adesso tutto è cambiato. L’imbottitura di grasso è scomparsa, la pelle si è asciugata, e la mandibola – liberata dall’untuoso cuscinetto del doppio mento – mostra il suo profilo che ha una linea abbastanza decisa e piacevole. Gli zigomi sono riaffiorati dall’epa che li affogava, e movimentano notevolmente le guance.
Il mio volto possiede finalmente delle ombre: gli occhi sono diventati più grandi, si sono disincantati e vivono. [...]
Fui sempre decisamente antipatico a me stesso, e più d’una volta irrisi alla mia goffaggine anche pubblicamente, sui giornali umoristici.

Adesso comincio a diventarmi decisamente simpatico e, quando mi incontro allo specchio, mi sorrido cordialmente:
«Ciao, vecchio! Chi non muore si rivede!». (Diario clandestino, Milano, Rizzoli, 1949)

L’umorismo presuppone una presa di distanza, il distacco emotivo; il distacco, in questo caso, dalla propria drammatica situazione: si trattava dunque di una strategia di sopravvivenza. “Non muoio neanche se mi ammazzano!” era stato il suo motto durante la prigionia.

Scherzare nei momenti meno indicati era evidentemente più forte di lui, fin dai tempi del ginnasio; così recitano le osservazioni del rettore datate 20 gennaio 1925:
Troppo spiritoso. La sua “verve” è spesso inopportuna. Le sue mancanze sono conseguenza d’irrefrenabili doti umoristiche. Veramente intelligente, ottiene per lo studio, coi minimi mezzi, i massimi risultati.

La nota ufficialmente è del Rettore, ma a stenderla fu il suo professore di Italiano: si chiamava Cesare Zavattini; lo avrebbe chiamato, molti anni dopo, a collaborare al quindicinale umoristico Bertoldo.

Si trattava di una lingua, evidentemente, che non si fermava di fronte a nessuna autorità, proprio a nessuna: [Don Camillo, rivolto al Crocefisso che lo rimprovera di nascondere in casa un mortaio da 81:]
«Gesù» disse «ci sono delle cianfrusaglie che uno non riesce a buttarle via perché sono dei ricordi. Noi uomini siamo tutti un po’ sentimentali. E poi non è meglio che questa roba sia in casa mia piuttosto che in casa di altri?»
«Don Camillo ha sempre ragione» rispose sorridendo il Cristo. «Fino a quando non farà qualche soperchieria.»
«Per questo non ho paura; ho il miglior consigliere dell’universo» rispose don Camillo. E così il Cristo non seppe più cosa rispondergli. (da Uomini 2 - mucche 100, racconto n. 20 in Tutto don Camillo.)

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