A Dio non frega niente dei nostri peccati. Apologia cattolica del peccato

6/12/2014 papalepapale.com


Sarà perché ultimamente si sta diffondendo un moralismo a senso unico: contro i cattolici, soprattutto se preti…


La ragione ultima di questo sconforto e sentimento di vergogna, di questa incapacità ad essere testimoni credibili consiste nel fatto che non abbiamo ancora capito che a Dio non gliene frega niente dei nostri peccati. Sì: se c’è una cosa che a Dio non frega per nulla sono i peccati, miei e tuoi. Il peccato ha ancora un valore solo in un mondo in cui non c’è spazio per la rivelazione cristiana. “Pagare per i propri peccati” non è cristiano

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Il cristiano, questo moderno Calimero


Sarà perché ultimamente si sta diffondendo un moralismo a senso unico: contro i cattolici, soprattutto se preti… sarà perché tanti sono gli sforzi, ma pochi i risultati che la Chiesa sta ottenendo dalla Nuova Evangelizzazione: anzi, i numeri oltreché la qualità sono di segno negativo… sarà perché sempre più spesso nei meeting parrocchiali le parole “stanchezza”, “disillusione”, “fatica”, “incomprensione”, “vergogna”, “vuoto interiore”, “tristezza”, sono all’ordine del giorno… ma Gesù non era venuto a portare la gioia? (Cfr. Evangelii Gaudium 1).


Sarà un po per tutto questo e certamente altro ancora, ma ultimamente c’è una cosa che non riesco proprio a sopportare: la sindrome del Calimero cristiano!


La diagnosi? La ragione ultima di questo sconforto e sentimento di vergogna, di questa incapacità ad essere testimoni credibili consiste nel fatto che non abbiamo ancora capito che a Dio non gliene frega niente dei nostri peccati.


Sì: se c’è una cosa che a Dio non frega per nulla sono i peccati, miei e tuoi.


Ma come? Così, dal nulla? Ma se è da sempre che i preti martellano dicendo che siamo peccatori e dobbiamo convertirci! Migliaia di ore di prediche spese sull’importanza, sul peso, sul prezzo del peccato… quelle azioni schifose che compiamo a causa del Demonio, della concupiscenza, della nostra fragilità, figli di Adamo ed Eva.


Puritani
Dio non è venuto per chi si flagella superbamente


E’ colpa del moralismo. Di quella visione protestantica, puritana, fredda e auto-giustificante che si è insinuata nella Chiesa Cattolica grazie al prevalere del fare sull’essere, dell’etica sull’ontologia. Della morale sulla dottrina. Appunto.


Nella sua forma più diffusa oggi si chiama giansenismo. All’esterno sacrificio, annullamento di sé, abnegazione, digiuni, ore in ginocchio… perché interiormente si sta combattendo una guerra: “Ce la farò a vincere, da solo. Ce la farò a contenermi, ce la farò a non cadere, ce la farò a sconfiggere le tentazioni, pregherò di più, mangerò di meno, mi frusterò anche”. In fondo Dio non serve.


Leffetto? Molto simile a quello di una pentola a pressione: più si tiene chiuso il coperchio e più c’è il rischio che esploda. E cacchio se non sono esplose tante di queste pentole.


In fondo il problema consiste nel fatto che non abbiamo ancora capito cosa vuol dire che Gesù non è «venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Ora, o lui ci spiega chi siano i giusti (lui stesso? Sua madre? Ci sono altri?) o dobbiamo prendere atto che di fronte a Dio siamo tutti peccatori.


Quindi in realtà il Signore è venuto per tutti. E allora chi sarebbero questi “giusti”? Non si tratta di “giusti” in senso ontologico, ma piuttosto di “giustificati”, anzi di “auto-giustificati”. Gesù non è venuto per chi si auto-giustifica, perché chi si giustifica da solo che bisogno ha di Dio?


Dio non è venuto per chi si flagella: la flagellazione è (quando non vero e raro dono di Dio) una forma di superbia in cui la persona fingendo di abbassarsi si pone in realtà su un piedistallo.


Un giorno mi capitò sotto mano un vecchio libricino intitolato: “L’arte di trar profitto dai nostri peccati”, trovai in particolare molto interessante il II capitolo: “Non dobbiamo turbarci di fronte ai nostri peccati”.


Più o meno veniva sconsigliato di pensare troppo a lungo e in modo morboso a quanto commesso di male. Peggiore del peccato, diceva l’autore, è il turbamento del peccato con il quale il Demonio tenta di far vedere quanto è sfigurata la nostra anima: per scoraggiarla, per bloccarla, per annichilirla e dunque prenderla in suo potere, magari suscitando il desiderio, impossibile da realizzarsi, di ripagare.


E così si cade inevitabilmente nello sconforto.


Dio tra noi. La visione cattolica delle cose
E mo’, chi paga? 


Qualche sera fa stavo studiando. Mi arriva una chiamata sul cellulare. Una signora in lacrime mi supplica di essere ricevuta immediatamente. Un po’ preoccupato le dico di venire nel Collegio dove abito. Erano circa le 21. Quando arriva al cancello mi accorgo che è sconvolta. La faccio accomodare in una saletta e senza chiederle troppe cose mi rendo conto che ha bisogno di porre tutto sotto il sigillo della Confessione. E così faccio.


Ad ogni modo, percepiva così tanto il male che aveva compiuto che sembrava quasi schiacciata da un giogo insopportabile. Pensai al Signore Gesù che ci invita a prendere il suo di giogo, che è leggero.


Ho così cominciato a spiegarle che il Signore la perdonava, gratuitamente… non l’avessi mai fatto! Mi ferma quasi con rabbia dicendomi: “No, padre. Io ho da pagà!”. Sono rimasto di stucco, ma pareva che non ci fosse verso per farle cambiare idea: lei voleva pagare per il suo peccato. Doveva pagare. Si sentiva indegna del perdono gratis (qui salvando salvas gratis). E io non sapevo come farle capire che… che a Dio non gliene frega niente dei suoi peccati.


Dal peccato da che mondo è mondo ci si libera solo con i sacrifici, con le frustate… sì, questo è vero… ma solo in un mondo pre o anti cristiano. In un mondo in cui non c’è spazio per il Dio che ha inviato suo Figlio a morire in Croce per la nostra salvezza.


In un mondo in cui tutto è una faccenda umana: “Io sono caduto, io devo pagare… poi potrò pensare a Dio”. Ma allora san Paolo ha raccontato frottole? «Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi» (Rm 5,6).


Che cosa potremmo dare noi in cambio a Dio per ripagarlo dei nostri peccati? Forse i sacrifici? Forse tagliarci le vene? Strapparci i capelli e le unghie? Forse possiamo tentare con dell’oro? Forse c’è qualcosa che possa valere così tanto da azzerare il debito che noi abbiamo nei suoi confronti?


Ragazzi, offro io


Il peccato ha ancora un valore solo in un mondo in cui non c’è spazio per la rivelazione cristiana. “Pagare per i propri peccati” non è cristiano. È, sì, espressione del senso religioso… nelle religioni si “paga” per i peccati. Ma il cristianesimo non è una religione. La religione è il tentativo umano di arrivare a Dio. Nelle religioni ognuno paga per sé.


Il cristianesimo propriamente parlando non è una religione, al massimo è proprio il contrario di una religione: il cristianesimo è Dio che viene verso l’uomo. Il cristianesimo è rivelazione. Il cristianesimo è Gesù che “va alla cassa” e paga per tutti. E questo è il motivo per cui a Dio non interessano i peccati: a Dio non gliene frega più niente dei peccati. Perché li ha già pagati. Tutti. Una sola volta. Per sempre, ci spiega la Lettera agli Ebrei (9,12). Stop!


Molti cristiani purtroppo hanno sempre il volto sfigurato, triste, cupo, perché non hanno ancora capito che il cristianesimo non è una religione, ma “l’incontro con una persona viva” (Deus caritas est 1).


Che evangelizzatori potranno essere mai dei cristiani che perdono tempo a pensare come ripagare Dio di un debito che non esiste più, almeno dal primo venerdì santo della storia!?


Bisogna rendersi conto di questo moralismo puritano che non è cattolico, anzi è la morte del cattolicesimo e la tomba o la galera del cristiano… che però sta incancrenendo anche tanti uomini di Chiesa.


Meglio una Chiesa che sbaglia che una Chiesa bigotta


Parlo di queste cose con il Mastino, il quale mi dice: «Non incentiveremo troppo il lassismo e le auto-consolazioni che infine si fanno alibi?».


Gli rispondo: «È il rischio di scommettere sulla coscienza, Antonio! Vatti a rileggere l’articolo sull’ultimo brindisi alla coscienza che tu proprio pubblicasti su Papalepapale un annetto fa (vedi qui)».


Mi incalza: «Ma la coscienza è una cosa delicata, che va anzitutto educata… quanti oggi?».


Il Cristo flagellato di Canonica.
Una volta andai in viaggio con la mia famiglia in un albergo all inclusive: uno di quelli in cui i clienti possono usufruire di ogni confort senza aggiungere un euro. Non so se vi è mai capitato, ma appena si arriva nasce la tentazione di abbuffarsi su ogni cosa: “Tanto è già pagato!”.


Ecco, dire che il Signore ha già pagato tutto col “prezzo del suo sangue” (cfr. Gv 1,36) può far nascere la tentazione di abbuffarsi, perché tanto va tutto sul suo conto. Come chi commette un peccato, sapendo che poi andrà a confessarsi…


Se Gesù ha già saldato il debito, dobbiamo però ricordarci che lo ha fatto ricevendo lui le frustate, lui è stato flagellato, lui è stato picchiato, lui è caduto sotto la Croce, lui è stato trapassato dai chiodi. Lui ha portato il peso (sustulit) del peccato del mondo.


Perciò latteggiamento autenticamente cristiano è quello di chi, da una parte cerca di evitare il peccato esercitando le virtù. Dall’altro, qualora cadesse nell’errore, deve chiedere immediatamente perdono a Dio implorando: “Signore, abbi misericordia di me peccatore”.


Se questo desiderio è sincero (contrizione perfetta), Dio dona subito il perdono dei peccati e la persona può accostarsi alla Santa Comunione senza commettere sacrilegio. Si pensi anche al caso di chi desideroso di accostarsi al confessionale morisse durante il tragitto.


Poi è necessario confessarsi quanto prima, certo… ma perché la vera contrizione, dice san Tommaso nella Summa, «implica il proposito della confessione. Essa perciò libera i penitenti dalla colpa come il desiderio del battesimo ne libera i battezzandi».


Beghine in ambito calvinista fiammingo
Ad ogni modo, il Mastino ha ragione, e come al solito mette il dito nella piaga. Ma piuttosto che continuare a lasciare i miei fratelli nell’ignoranza protestante e bigotta, preferisco correre il rischio di scommettere tutto sulla capacità della coscienza. Anche quando fosse gravemente deteriorata, è comunque in grado di riconoscere la strada verso la verità e desiderare almeno di seguirla.


Scrive a tal proposito Papa Francesco: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli» (Evangelii Gaudium 49).


Ama e fa’ ciò che vuoi


Mettere nero su bianco queste cose, fare una apologia cattolica del peccato non è dunque per incentivare a peccare, né tanto meno per offrire alibi al peccatore.


È innanzitutto un servizio alla verità; e in secondo piano è un invito a non flagellarsi quando ci si scopre peccatori, ma a chiedere immediatamente perdono e ricominciare a vivere la vita in Cristo, senza paura di sbagliare. Continuare ad insistere sul peccato vuol dire, in fondo, fare il gioco del Diavolo. Significa non avere fede che Gesù ha già pagato.


Il cristianesimo non è lo stoicismo, non è il buddismo, non sono i cinque precetti dell’Islam: per ricevere la salvezza non c’è bisogno di fare qualcosa, ma di “essere”, anzi il vero nome dell’Essere per il cristiano è l’“amare”: Dio è amore. «Ama e fa’ ciò che vuoi!», dice sant’Agostino. Papa Benedetto ci ha scritto un’intera grandiosa enciclica su questa roba: Deus caritas est.


La differenza tra un cristiano e un non cristiano non è la statura morale, non è la capacità di astenersi dal peccato. La differenza consiste nel fatto che il cristiano ama Gesù e la sua Chiesa e per questo chiede perdono attraverso la confessione. Il non cristiano – anche se battezzato – non amando in fondo se non se stesso si illude di potersi auto-giustificare, non avendo più bisogno di chiedere perdono, se non per sentirsi tranquillo in una sua abitudine.


Dio ha già perdonato i peccati con la crocifissione di suo Figlio. Perciò, che l’uomo sia peccatore lui lo sa già. Ciò che Dio in qualche modo non sa, invece, è se l’uomo pur peccatore e ferito possa amarlo e desiderarlo sopra ogni cosa: questo è il mistero della libertà dell’uomo.


Il pentirsi di non pentirsi


Per questo mi avvio alla conclusione riportando una pagina del romanzo Il mondo, la carne e padre Smith di Bruce Marshall, nella quale un prete cattolico è intento ad ascoltare la confessione di un marinaio moribondo.


«“Figliolo”, disse, “son venuto a confessarti”. Il marinaio spalancò due occhi molto celesti, che, evidentemente ci misero un pezzetto a interpretare la sua presenza: ma quando ci furono arrivati, si fecero scuri e irosi. “Mi lasci in pace!” fece il vecchio, sollevandosi un po’ sul letto e poi ricadendo riverso. Il Padre Smith sorrise, stanco. […]


“Figliolo, guarda che stai per morire: codeste arie di miscredente non ti serviranno più, ormai, per far bella figura con nessuno. Hai ancora poco tempo per acquistar meriti. Io sono il sacerdote di Dio e son qui a confessarti”. […] “è vero, Padre: n’ho fatte di tutti i colori; ma ormai è tardi”. “Non è mai tardi, finché s’ha fiato in corpo. è proprio qui che si manifesta la misericordia di Dio”. […] Fu subito evidente che il marinaio non praticava più la sua religione da anni. […]


Poi cominciò a parlare al prete di tutte le belle donne che aveva conosciuto a Buenos Aires e a Hong Kong e disse che gli erano piaciute più quelle di Hong Kong […] ora che ci pensava, non gli dispiaceva affatto d’aver conosciuto queste donne, perché erano tutte così belle, e gli sarebbe piaciuto conoscerle un’altra volta se gliene fosse capitata l’occasione. Il Padre Smith disse che faceva molto male a pensare così, e che il Signore, la Madonna, san Giuseppe e tutti i santi erano molto più belli di tutte le prostitute cinesi messe insieme; ma questo, il vecchio marinaio lo mise in dubbio, e aggiunse che neppure ora gli dispiaceva d’aver conosciuto quelle donne. […]


Il prete disse che non era questo il modo di parlare a Dio in punto di morte e che il marinaio avrebbe fatto meglio a pentirsi alla svelta dei suoi peccati se non voleva andare all’inferno e perdere Nostro Signore per sempre; ma quello rispose che mentre si pentiva d’aver lasciato così spesso i Sacramenti e di non aver amato di più Dio, non si pentiva affatto d’aver conosciuto tutte quelle donne, perché erano tutte così belle e alcune anche tanto buone. Disperato, il Padre Smith gli chiese allora se si pentiva di non pentirsi d’aver conosciuto tutte quelle donne, e il marinaio rispose di sì, che si pentiva di non pentirsi e sperava che Dio l’avrebbe capito. Al che il Padre Smith disse che credeva anche lui che Dio l’avrebbe capito, e dette al vecchio marinaio l’assoluzione dei suoi peccati»

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A Dio non gliene frega niente del peccato perché a lui interessa la conversione del peccatore. Questo è il vero volto della misericordia. E finché non sperimenteremo la misericordia di Dio, finché non ci renderemo conto che Gesù ha già pagato per i peccati, saremo cristiani stanchi, affaticati, attaccati alle sottane dei preti per poter ricevere da loro approvazione e non far lavorare la nostra coscienza.


E così continueremo a non capire che la Nuova Evangelizzazione passa anzitutto dal volto sereno e lieto di ogni battezzato. Noi siamo sentinelle che presidiano il posto che in questo mondo Dio ci ha assegnato!


Dio non ha scelto davere a disposizione uomini giusti: lui ha solo uomini peccatori, ma desiderosi di cambiare, come sanno cambiare solo coloro che amano veramente.


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