MARCELLO VENEZIANI

CENTAURA (4)

LXI
Ogni giorno è un tentativo di vivere
naufragato nel sonno.
Migliaia di tentativi non fanno una vita
ma una collezione di aborti.

LXII
Ci sono vite poetiche a loro insaputa.
C’è un’epica del quotidiano,
tenera, inerme e sommersa.
Non c’è bisogno di scrivere per poetare.
A volte basta semplicemente vivere.

LXIII
Cresce sulle spalle di fragili, ignari e portatori
una poesia grandiosa e struggente
e veste i panni dimessi del giorno.
Abita sotto mentite spoglie, la poesia.

LXIV
Modesti artigiani della vita, demiurghi di strada,
sanno far ridere e piangere le cose.
Gli altri, a malapena gli umani.

LXV
I giorni d’estate, sudati di luce,
esalano lievi in spazi svestiti dal tempo.
Il loro meriggio simula l’eternità.

LXVI
L’istantanea uccide l’istante
ruba fragranza alla vita
che si fa copia inanimata di sé.
Il momento decade a monumento
perde la sua divina provvisorietà.

LXVII
Difficile ma impareggiabile
è la semplicità dei colti,
come la felicità dei tormentati
e l’affabilità dei misantropi.

LXVIII
Il paradiso è negli occhi di un vecchio
che vedono con gli occhi di un bambino
la luce sorgiva di un mattino.



LXIX
La grandezza comincia dove finisce la norma.
Il suo ambito è l’orizzonte, a perdita d’occhio.
La miseria finisce dove comincia la norma.
Il suo ambito è il privato, dove l’occhio è perduto.

LXX
Perfetto è il cerchio della vita
quando il volere tramonta nell’essere
e l’approdo raggiunge l’origine.

LXXI
Beata è la soletudine del monaco raggiante
che illumina e riscalda a distanza.

LXXII
Il solo esistere è un vivere spento.
Non c’è dignità nell’assoluta libertà
ma nel disegno intelligente di vita.
Essere è avere un destino.

LXXIII
Pensare in solitudine è vizio oscuro,
pensare in pubblico è atto osceno.
Se vivere è distrarsi, fare e consumare,
pensare è l’ultima moda del peccare.

LXXIV
Affamati di corpi, avidi di vita,
per compensare la perdita della Nutrice.
Cova in seno la nostalgia del calore
che per primo ci accolse sfamandoci.

LXXV
Il segreto della vita:
la morte non è davanti a noi
ma alle nostre spalle.
Ci insegue da una vita
ma ci siamo già passati.

 LXXVI
Si nasce e si muore ogni giorno,
anche nello stesso uomo,
a volte nello stesso giorno.
La morte non ha il privilegio dell’unicità.

LXXVII
La chiave della vita è nella porta d’ingresso
nascere e poi rinascere
creando, fondando, generando.
Non basta nascere a nostra insaputa.

LXXVIII
I desiderio è il nome della carenza.
Non dell’oggetto bramato,
ma del soggetto bramante.

LXXIX
Il bacio è la parola che si incarna nel silenzio.
L’anima varca la soglia delle labbra
e combacia nel dono della lingua.
Angelica è la bocca dell’Amore.

LXXX
La bocca è crocevia di fame, gusto,
eros, parola e canto.
Lo spirito si fa carne e verbo.
Ianua coeli in corpore vili.

LXXXI
A volte la mente si fa carne.
Più spesso la carne mente.
La prima ascende abbassandosi.
La seconda decade innalzandosi.

LXXXII
Il pensiero poetante
cerca la bellezza in profondità
e traduce l’essenza in figura.

LXXXIII
Arduo è rinvenire il sacro
tra deserti di sovrabbondanza.
Occlusa la mente, oscura la vista
cresce a sazietà la disperazione.

LXXXIV
La tradizione è il rimedio alla mortalità
tramite lo stesso filo che recide, il tempo.
Nel passaggio dal singolo alla comunità
si riannoda il filo spezzato.

LXXXV
La musica è il respiro armonioso del cosmo
che discende dalle sfere celesti.
Inonda la terra di maree immateriali
e gli dei invisibili si fanno sonori.




LXXXVI
Lo stile è la spina dorsale
che rende l’anima eretta.
La grazia è il passo leggero
che muta in danza il cammino.

 LXXXVII
Lo stile e la grazia, coppia perfetta
educa il reale a farsi regale.
Il corpo diventa forma
l’anima viene alla luce.

LXXXVIII
L’autorità non estingue la libertà
la tecnica l’annulla in automatico.
L’oppresso, almeno dentro, si ribella
l’automa no, funziona o è guasto.

LXXXIX
La religione addomestica
la morte e la vecchiaia, il dolore e la solitudine.
La tecnica le addormenta
allevia e protrae, simula e distrae.

XC
Gli dei stanno
Gli automi vanno
Gli uomini tornano.

XCI
Da lontano il cielo stellato
è un coro fervente e affollato;
ma è gremito di solitudini.
Luci remote tra abissi di tenebre.

XCII
I fiori del tempo profumano l’ora
e volgono brevi alla sera.
Disegnano parabole d’amore
Della verità annunciano l’odore.

XCIII
Ogni pensiero profondo
porta agli estremi il suo Occidente
fino a sfiorare l’Oriente.

XCIV
Poesia, malattia della vita
come la perla  malattia dell’ostrica.
Abnormi nei rispettivi regni,
lo splendore non è del loro mondo.

XCV
Perfetto è invaghirsi della luna
in un cielo stellato di giugno
se il mare, i versi e la sonata
portano fin dentro il suo chiarore.

XCVI
Vivere come girasoli
piantati nella terra
ma mobili a cercare la luce.
Labili e noetici.

XCVII
Ci salverà l’ottimismo della disperazione.
Se tutto è perduto
si ricomincia a nascere dal morire.

XCVIII
Il tempo stringe, il verbo trabocca
non resta che il pensiero breve.
Succinta è la via dell’essere
la teoria condensa in lampo.

IC
Dopo i pensieri notturni
verrà il pensiero aurorale.
E il mondo albeggerà
nella luce dell’Inizio.

C
Scenderà poi la sera
e vestirà gli occhi di malinconia.
Allora usciremo di casa
per tornare finalmente a casa.


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