ARCHIVIO - La grande fuga dal Superstato mondiale

1989 MASSIMO FINI


Ora che il conflitto fra Ovest ed Est, fra capitalismo e comunismo si è risolto a favore del primo, molti prevedono che il prossimo confronto sarà fra Nord e Sud del mondo, fra paesi ricchi e paesi poveri. lo vedo un futuro diverso.



Sono persuaso che lo scenario degli anni a venire sarà attraversato da uno scontro colossale non fra due aree geografiche ed economiche ma fra due tendenze contrapposte: quella della definitiva omologazione e unificazione del mondo al modello tecnologico-industriale di tipo occidentale, cui il crollo del comunismo ha dato l'ultima spinta e quella della rinascita dei localismi, dei motivi etnici, delle specificità culturali (di questo scontro il conflitto Nord-Sud potrebbe essere una parte).


A prima vista la tendenza alla omologazione universale e alla unificazione sembra essere la più forte. L 'affermazione del pensiero occidentale, della metafisica occidentale, che sta alla base dello sviluppo della scienza e della tecnica, è indiscutibile. L'industrialismo, che di questo pensiero è, insieme, l'espressione ultima e il braccio armato, ha distrutto culture, specificità, diversità, costumi, lingue, dialetti, occupando il mondo intero e piegandolo alle sue esigenze. Il globalismo economico, finanziario, culturale e l'integrazione sempre più stretta fra tutti i popoli ne sono una conseguenza inevitabile.


Un Superstato mondiale, di fatto e fors'anche di diritto, ridotto a un unico, colossale, mercato, sembra essere il nostro futuro. Però... però, parallelamente a questo processo di unificazione, anzi in diretta reazione a esso, si muovono potenti forze centrifughe.


Questo fenomeno si verifica sia all'interno delle società industrializzate sia nel cosiddetto Terzo Mondo. Nelle prime col riesplodere di ogni forma di localismo e di autonomismo, dal separatismo del Quebec a quello corso, dagli indipendentismi della Croazia, della Slovenia, del Kossovo, ai fermenti nazionalisti in Transilvania giù giù fino ad arrivare alle leghe di casa nostra.


A volte le spinte centripete e centrifughe si scontrano nelle stesso luogo e hanno origine dallo stesso fenomeno. È il caso dell'Unione Sovietica dove il tracollo del comunismo ha aperto le porte alla omologazione dell'Urss al modello universalistico occidentale, ma, nello stesso tempo, ha scatenato una miriade di rivendicazioni etniche.


Nel Terzo Mondo, accanto al completo assoggettamento al modello occidentale dell' Africa nera che ha una cultura troppo debole e primitiva per opporvisi, si assiste al prepotente ritorno dell'Islam che rivendica la propria originalità e la propria specificità di fronte alle pretese omologanti dell'Occidente.


Chi vincerà alla fine: l'universalismo o il localismo? A questa domanda è impossibile rispondere. Si può solo provare a immaginare che cosa potrebbe accadere a seconda che prevalga l'una o l'altra tendenza. La vittoria totale del modello universalistico-occidentale apre due subscenari:

1) l'Occidente riesce a portare anche i paesi del Terzo Mondo al suo stesso livello di sviluppo. È la catastrofe ecologica, perché il pianeta crollerebbe sotto il peso del suo stesso benessere;

2) l'Occidente -ed è l'ipotesi più probabile perché è quanto è accaduto finora- continuando a esportare il suo modello disgrega e impoverisce ulteriormente i paesi terzomondisti, facendone, come già avviene, delle desolate e invivibili periferie dell'impero.


In questo caso la pressione dei paesi poveri del mondo su quelli ricchi non farà che aumentare fino a rendere inevitabile un bagno di sangue.


Le prospettive cambiano radicalmente se prevale il localismo. Nel localismo, infatti, anche se non sempre i suoi fautori occidentali se ne rendono conto, è insita una logica potenzialmente antindustrialista. Se l'essenza del localismo, come dice Giorgio Bocca, è «il rifiuto del mondo indifferenziato per avere dei punti di riferimento comprensibili in uno spazio. limitato» esso può esistere solo rifiutando la standardizzazione portata dal mercato mondiale e quindi ritornando a forme di autarchia, di protezionismo, di autoconsumo che sono incompatibili col globalismo economico industriale.


In sostanza il localismo è un alt allo sviluppo, presuppone, anzi, un suo, sia pur ragionevole, ridimensionamento.


Questo discorso è particolarmente evidente e consapevole negli indipendentisti corsi, che sono disposti a uno sviluppo ridotto purché rispetti la loro cultura e la loro storia. Ma la stessa cosa vale per lo slavismo alla Solgenitsin o, fuori d'Europa, per l'islamismo in versione khomeinista.


Del resto solo se i paesi avanzati troveranno il coraggio di ridurre il proprio sviluppo potranno avere l'autorità di chiedere a quelli del Terzo Mondo di fermare il loro ad un livello ecologicamente compatibile. Ma anche la vittoria del localismo, se mai si verificasse, avverrebbe a costi enormi.


Se infatti essa consentirebbe, forse, ai paesi industrializzati di risolvere problemi di qualità della vita e di porre un freno alla catastrofe ecologica, ne bloccherebbe altri in una posizione di stallo insostenibile.


È la tragedia di un intero continente, l'Africa nera, che, a differenza dell'Islam, non è più in grado di recuperare i propri antichi equilibri, ma che, se si fermasse il processo di globalizzazione industriale, verrebbe messa nella definitiva impossibilità di raggiungerne dei nuovi. In ogni caso se qualcuno si era illuso che il trionfo del capitalismo occidentale avrebbe portato un'era di pace, di stabilità e di prosperità universale si sbaglia di grosso.


Esso, al contrario, apre la porta ad un periodo di sconvolgimenti planetari dagli esiti quanto mai imprevedibili.


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