Louis Ferdinand CÚline (3)

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PARTE 3

ROMANZI E PAMPHLETS


Viaggio al termine della notte


Il Voyage è indubbiamente il più famoso romanzo di Céline.


Esso è un affresco della razza umana, sicuramente uno dei romanzi che meglio ha saputo capirla e rappresentarla. Affronta tutti i temi più importanti del XX secolo: la guerra, l’'industrializzazione, la decadenza coloniale, l’impoverimento e l'aridità delle coscienze.


E' uno dei libri più letti e discussi del secolo, in gran parte autobiografico, vede protagonista lo sconsolato e ironico medico Ferdinand Bardamu che viene ferito durante la prima guerra mondiale e in convalescenza a Parigi conosce l'americana Lola. Smobilitato e intenzionato a partire per l'America, si ritrova in Africa.


Da questo momento incorre in una serie di avventure ora tragiche ora buffonesche, che divengono il simbolo di una fustigazione della società moderna con le sue guerre, le sue avventure coloniali, le infinite storture e imposture. Dopo un breve soggiorno in Africa, Bardamu raggiunge fortunosamente l'America e si arruola nel servizio immigrazione. L'America gli riesce insopportabile. Ritrova Lola, si fa prestare subdolamente da lei un'ingente somma di denaro, per poi tornare in Francia. Apre uno studio medico in provincia, dove conoscerà una realtà macabra. Torna a Parigi dove un amico, il saggio Parapine, gli procura un nuovo lavoro….


“Viaggio al termine della notte" rappresentò presto una scossa nel mondo letterario.


 Il testo era stato presentato da Céline al comitato di lettura di Gallimard che lo aveva rifiutato. Nell'aprile 1932 Céline aveva lasciato il testo, senza nome né indirizzo dal piccolo e giovane editore Denoël, che non s'era la sciata sfuggire l'occasione. Denoël aveva individuato l'autore servendosi di una etichetta presente casualmente nel pacco di imballaggio (che il mito dice fosse servito alla domestica di Céline per avvolgere le pantofole), e pochi mesi dopo, in tempo per concorrere ai premi letterari, la pubblicazione senza tagli né correzioni di grammatica o di punteggiatura (come avrebbero voluto i tipografi).


In pochi mesi ebbe centinaia di recensioni: un libro-scandalo, tanto più che non gli fu dato (come invece si pensava fino all'ultimo) il premio Goncourt.  Da una parte coloro in cui era più forte il sentimento di liberazione alimentato da una denuncia spietata della realtà, dall'altra quelli che non riuscivano ad accettare il potenziale emotivo scatenato da tanta miseria e disperazione.


Più omogenee le reazioni degli scrittori, più sensibili alla novità célianiana.  Henry Miller allora a Parigi, dirà più tardi che nessun scrittore gli procurò mai un tale shock.

Céline usa la parola come un bisturi, seziona la realtà con un piglio cinico, che è in realtà il grimaldello per scardinare la convinzione ottusa, i rapporti falsi, la vanagloria, i grandi ideali che a suo dire, "i nostri peggiori istinti vestiti di paroloni". Ma tutto questo non per spregio, anzi, ciò che muove Céline (tanto il medico quanto il letterato) è un disperato amore per la vita, l'angoscia di vederla stuprata dalla modernità, dai falsi idoli, dalla guerra.

Il dibattito che scatenò Céline dal suo primo romanzo in poi, non nasce solo dalle sue rappresentazioni di una realtà sporca. La personalità del suo stile si scontrava con l’intero blocco di una tradizione letteraria che ora si sentiva in pericolo…


Céline traspose senza alcun filtro il reale, mantenendo allo stesso tempo il distacco dell’autore che gli permise di irrompere a tratti con la sua immaginazione e i suoi spietati giudizi.


Della guerra, della colonizzazione, del lavoro industriale, l'alienazione metropolitana, la miseria delle periferie, di queste esperienze che furono e sono tra le più traumatiche del secolo, "Viaggio al termine della notte" dà una immagine forte, trasfigurata dalle proprie ossessioni. E’ presente un’attrazione neanche troppo velata verso ciò che normalmente è causa di repulsione ma comunque portatore di vera energia seppure negativa, un "potere dell'orrore".


Al "fondo" della notte deve arrivare Bardamu in un percorso iniziatico che dal buco nero della guerra sbocca in quello ancora più oscuro della morte:


«Coraggio, Ferdinand, ripetevo a me stesso, per tenermi su, a forza di essere sbattuto fuori dappertutto, finirai di sicuro per trovarlo il trucco che gli fa tanta paura a tutti, a tutti gli stronzi che ci sono in giro, deve stare in fondo alla notte. E' per questo che non ci vanno loro in fondo alla notte» .


Una attrazione verso il pericolo che porta Bardamu verso la catastrofe: metafora della condizione dell'uomo moderno, della sua condanna a spingersi sempre oltre verso una esperienza dell'alterità che gli è ripetutamente negata. Un radicale pessimismo, l'assenza totale di riscatto non bastano da soli a spiegare lo scandalo provocato dal suo primo romanzo e dai successivi.


Nella denuncia delle miserie, Céline abolisce la distanza tra oggetto e soggetto, usando la lingua degli sfruttati, l'orale popolare. Céline porta sulla scena della scrittura non solo quelli che erano stati a lungo emarginati  ma anche le forze inconsce che con essi erano state rimosse.
Narratore e racconto emergono fin dall'inizio senza indicazioni di spazio e di tempo: «ça a débuté comme ça» è l'incipit del "Viaggio": un doppio riferimento all'Es (ça) freudiano, e un "iniziare" (débutér) che rompe una unità originale.


In Céline la facoltà immaginativa è il metro per paragonare i propri fantasmi col reale. La scrittura célianiana è il risultato di un attentissimo lavoro letterario, teso a recuperare l'affettività e la comunicazione dalla fonte orale.


"Viaggio al termine della notte" è l’opera prima in cui sono allo stato germinale i “segni” letterari che Céline porterà all’estremo nelle opere successive: esercizi fonici, slittamenti semantici, uso della paratassi, quello dei famosi tre puntini.


Morte a credito 

Pubblicato nel 1936, è il secondo romanzo di Céline.A differenza di Viaggio,che presentava ancora elementi di collegamento con la produzione letteraria passata e presente, in questo secondo lavoro Céline scardina e rivoluziona definitivamente il modo di scrivere. Lo stile è spinto ancor più all'estremo, l'argot balla galleggiando su quei tre punti di sospensione che non lasciano riprendere fiato,accompagnato da una ricerca esasperata ed eccezionale della musicalità della prosa (la petit music, la chiamava Céline,il sentimento che scaturisce dal parlato), con aulico, popolare e turpiloquio uniti in un fantastico gioco musicale: il marchio di fabbrica di Céline.


In Italia arriva piuttosto tardi, intorno agli anni sessanta, in una traduzione monumentale di Giorgio Caproni.  È considerato uno dei capolavori della letteratura francese del Novecento. Anche in questo romanzo riscontriamo una parziale trasposizione della vita dello scrittore, in particolare della sua infanzia ma non bisogna commettere l'errore di considerarlo una biografia. Il romanzo segue un filo autobiografico, infatti il protagonista è un ragazzo di nome Ferdinand, che deve affrontare la vita nel Passage Choiseul, il suo inserimento nel mondo del lavoro, i suoi viaggi studio. Il romanzo è una presa di distanze dalla vita, che non è quello che generalmente l'uomo crede e che alla fine porta a conquistare l’unico credito che siamo sicuri di riscuotere.


Due brani:

 « Eccoci qui, ancora soli. C'è un'inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza... Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita una buona volta. Gente n'è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m'han detto gran che. Se ne sono andati. Si sono fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo. »

“Io mica son Checca, meteco, né Massone, né Normalista, non so farmi apprezzare, scopo troppo, io, non godo buona reputazione... In quindici anni che, nella Zone, mi tengon gli occhi addosso e vedon com'io mi difendo, gli stronzi più stronzi si son prese tutte le libertà, han per me ogni sorta di disprezzo. E ancor fortunato se non m'han sbattuto fuori. La letteratura mi ripaga. Avrei torto a lamentarmi. Mamma Vitruve batte i miei romanzi”.



I Pamphlets

Nel 1936 Céline raggiunta la notorietà decide di intraprendere un viaggio in Russia per conoscere la cultura sovietica. Questo viaggio sarà documentato nel libello Mea Culpa, una pesante accusa al comunismo inteso come utopia. Rispettivamente nel 1937 e nel 1938 pubblicherà Bagatelles pour un massacre e l'École des cadravres. Questi due pamphlet gli costeranno pesanti accuse di antisemitismo. Nel 1941 esce in edizione limitata, Les Beaux Draps.

Nel frattempo il suo stile di scrittura è diventato sempre più rivoluzionario. L'argot, lingua gergale, da lui usato per la scrittura sfocia sempre più spesso in una specie di delirio. Falso delirio, perché Céline prima di pubblicare correggeva le bozze almeno tre volte, apportando anche pesanti cambiamenti.


Trilogia del nord

D'un château l’autre (Da un castello all'altro nella traduzione) è il primo di una serie di tre romanzi che saranno per l’Italia riuniti sotto il nome di Trilogia del Nord (scritta negli anni di Meudon), gli altri due titoli sono Nord e Rigodon, i quali impegneranno l’autore fino alla morte. Nei tre romanzi si narrano le peripezie di Céline, della moglie Lili e del gatto Bébert che sfuggono per la Germania in fiamme. Scappati dalla Francia , cercano in ogni modo di andare verso nord e raggiungere la Danimarca. In questi romanzi la petite musique céliniana raggiunge la sua massima espressione, e persino la vena narrativa torna ad essere avvincente come nei primi titoli pubblicati.
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Per lo stile di Céline si è parlato di espressionismo. Basta prendere un brano come il seguente, tra le prime pagine di "Morte a credito":


"La gare c'était dedans come une boîte, la salle d'attente pleine de fumée avec une lampe d'huile en huat, branleuse au plafond. Ça tousse, ça graillonne [scaracchia] autour du pe tit poêle, les voyageurs, tout empilés, ils grésillent dans leur chaleur. Voici le train qui vrombit, c'est un tonnerre, on dirait qu'il arrache tout. Les voyageurs se trémoussent, se décarcassent [ce la mettono tutta], chargent en ouragan les portières"


Rappresentazione antropomorfica del mondo esterno e unanimismo delle folle sono tipici elementi espressionistici; mentre la violenza del cromatismo si affida a elementi gergali (tradotti tra parentesi quadre).  La descrizione è tradotta nel linguaggio dell'historicus, il monologo interminato che costituisce la trama di tutto Céline, un monologo esteriorizzato e ancora naturalistico (cosa diversa dal monologo interiore joyceiano).  Il suo historicus è potentemente colloquiale, ma l'impianto è lirico.


Quella di Céline è una triturazione del discorso, che conosce il parossismo di spezzature, la successione di addenti con cui si cerca un impossibile esaurimento. Céline porta all'iperbole la rappresentazione di funzioni corporee: la sua corporeità orgiasticamente secerne deiezioni, atti sessuali, malattie, vomito, percosse.


L'oltranza di Céline rivela la sua motivazione pratica, la turpe infelicità della sua sorte che si compensa in un'ostentazione di abiezione.
Ciò che differenzia Céline dagli espressionisti è nella diversa pratica dell'io: per gli espressionisti tedeschi l'Io ha valore mistico, non soggettivo, gli stessi personaggi del loro teatro sono funzioni senza individuale stato civile, al contrario dell'eccessivo e soggettivissimo io célineiano.

Con Céline la scrittura ritrova la polifonia orale della sua origine: ciò che si legge e sente non è la lingua di Amyot, ma la lingua di Rabelais. Ciò che il francese avrebbe potuto essere se non fosse stato trasformato nel linguaggio im balsamato di cui il potere ha fatto da sempre lo strumento del suo dominio.


Dominio del corpo sociale e delle sue pulsioni, di tutto ciò che poteva far tremare la fragile rappresentazione di sé che i più forti cercano di darsi.  Prima di Céline c'erano sta ti "Il fuoco" di Barbusse, e l'"Hotel del Nord" di Dabit: anch'esse avevano una presa in diretta sul loro tempo, ma a tutta la produzione "populista" manca lo spessore che si individua per esempio nel "Viaggio al fondo della notte".  Céline garantisce l'autenticità del reale senza rinunciare ai diritti dell'immaginazione, sfruttando la distanza della trasposizione, facendone il luogo liberato in cui l'autobiografia sfugge ai doveri dell'esattezza e la finzione al rischio della gratuità. Della guerra, della colonizzazione, del lavoro industriale, l'alienazione metropolitana, la miseria delle periferie, di queste esperienze che fu rono tra le più traumatiche del secolo, "Viaggio al fondo della notte" dà una immagine forte, trasfigurata dalle proprie osses sioni.


E' un viaggio verso il polo negativo delle repulsioni, un "potere dell'orrore" (J. Kristeva).


Al "fondo" della notte deve arrivare Bardamu in un percorso iniziatico che dal buco nero del la guerra sbocca in quello ancora più oscuro della morte:  E' una parabola che rimanda all'epopea conradiana di "Cuore di tenebre", e all'invito del "Viaggio" baudelariano ad andare in fondo all'ignoto per trovare il nuovo.  Una attrazione compulsiva verso il pericolo che porta Bardamu verso la catastrofe: metafora parossistica della condizione dell'uomo moderno, della sua condanna a spingersi sempre oltre verso una esperienza dell'alterità che gli è ripetutamente negata.  Solo quando fa sua la lezione del Freud di "Al di là del principio di piacere" ,Bardamu capisce che non c'è via di scampo, deve andare fino in fondo, non serve a niente la rivolta.


E' un radicale pessimismo, l'assenza totale di riscatto che non bastano da soli a spiegare lo scandalo provocato dal suo primo romanzo e dai successivi.


Nella denuncia delle miserie Céline abolisce la distanza tra oggetto e soggetto, usando la lingua degli sfruttati, l'orale popolare (che non sempre coincide con l'argot):


«No, l'argot non si fa con un glossario, ma con immagini nate dall'odio, è l'odio che fa l'argot. L'argot è fatto per esprimere i veri sentimenti della miseria [...[. L'argot è fatto perché l'operaio possa dire al padrone che detesta: tu vivi bene e io male, mi sfrutti e giri con il macchinone, ti farò fuori ...»


Céline porta sulla scena della scrittura non solo quelli che erano stati a lungo emarginati (altri, pochi, l'avevano fatto), ma anche le forze inconsce che con essi erano state rimosse (e in questo era il primo).  In Céline l'immaginazione non è il prodotto di fantasmi, ma il loro confronto con il reale.
La scrittura non è il linguaggio delle sole pulsioni. La scrittura célianiana è il risultato di un attentissimo lavoro letterario, teso a recuperare l'affettività e la comunicazione davanti all'orale.


Il Viaggio è opera inaugurale ("débuté...") in cui sono allo stato germinale i procedimenti che Céline porterà nelle opere successive all'estremo: giochi fonici, slittamenti semantici, uso della paratassi, quello dei famosi tre puntini.
Nel "Viaggio" il periodo è ancora delimitato dai segni della punteggiatura, ma già dislocato dalla segmentazione, da quella che L.Spitzer chiamò "anticipazione" e "ripresa".


Una lingua legata alla struttura complessiva. E' come se la scrittura fosse l'unico bene restitui to a una umanità privata di tutto.


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