Discorso di Vladimir Putin al Valdai Club 2014 (parte 3/3)

rischiocalcolato.it

RISCHIOCALCOLATO vi propone il discorso del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin tenuto al Valdai Club del 2014.


Mai i mezzi di informazioni occidentali (e italiani) mostrano versioni integrali dei suoi discorsi, spesso estraggono solo alcune frasi d’effetto.
Viene trascurata e non mostrata la capacità di ragionamento, d’argomentazione ed il punto di vista di un’importante zona del mondo, la Russia, tratto d’unione tra il mondo occidentale e l’Oriente.
Ci auguriamo che il seguente discorso (suddiviso e pubblicato da noi in tre parti) vi risulti interessante e vi fornisca di spunti di riflessione nuovi e alternativi a quelli propinati con insistenza dai comuni mezzi di informazione.
Si ringrazia Francesca Tarenghi per la collaborazione alla traduzione.


PARTE TERZA


Colleghi, amici,
voglio sottolineare che non siamo stati noi a cominciare questo percorso. Ancora una volta stiamo scivolando in un periodo in cui, invece di un equilibrio di interessi e mutue garanzie, sono la paura e un equilibrio basato sulla mutua distruzione ad impedire alle nazioni di entrare in conflitto diretto. In assenza di strumenti legali e politici, le armi sono ancora una volta il punto saliente dell’agenda globale, poiché vi si ricorre ovunque e comunque senza ricevere sanzioni da parte del consiglio di sicurezza dell’ONU. Se il Consiglio di Sicurezza si rifiuta di produrre tali decisioni, siamo di fronte alla prova lampante che si tratta di uno strumento desueto e inefficace.


Molti stati non vedono altri modi per garantire la loro sovranità se non quello di avere le proprie bombe. Ciò è estremamente pericoloso. Insistiamo perché le trattative continuino. Non soltanto siamo a favore delle trattative, ma insistiamo perché queste continuino al fine di ridurre gli arsenali nucleari. Meno armi nucleari ci saranno al mondo e meglio sarà. Siamo pronti a discussioni serie e concrete sul disarmo nucleare, ma solo se si tratta di discussioni fondate senza l’adozione di due pesi e due misure.


Cosa voglio dire con questo? Attualmente molte tipologie di armamenti ad alta precisione sono paragonabili, come potenziale, alle armi di distruzione di massa e nel caso in cui si rinunci totalmente alle armi nucleari o si provveda ad una radicale riduzione del potenziale nucleare, le nazioni che sono già in testa nella creazione e produzione di sistemi ad alta precisione saranno fortemente avvantaggiate sul piano militare. La parità strategica verrebbe meno portando molto probabilmente alla destabilizzazione. Si può essere tentati di fare il cosiddetto primo attacco preventivo globale. In poche parole, il rischio, invece di ridursi, si amplifica.


Un’altra chiara minaccia è l’escalation progressiva di conflitti etnici, religiosi e sociali. Tali conflitti sono pericolosi non solo in quanto tali, ma anche perché creano zone di anarchia, mancanza di riferimenti legali e caos nelle aree circostanti, ovvero creano il terreno adatto per terroristi e criminali, luoghi dove prosperano la pirateria, il traffico di esseri umani e di stupefacenti.


Peraltro, in quel periodo, i nostri colleghi hanno tentato di gestire questi processi in qualche modo, utilizzando i conflitti regionali e progettando ‘rivoluzioni colorate’ per venire incontro ai propri interessi, ma le redini della situazione gli sono sfuggite di mano. Pare che i padri della teoria del caos controllato non sappiano più cosa farsene visto il disordine che si è creato nelle loro file.


Abbiamo seguito da vicino le discussioni sia dell’élite al potere sia della comunità di esperti. È sufficiente leggere i titoli della stampa occidentale nell’ultimo anno. Gli stessi soggetti sono prima definiti combattenti per la democrazia e poi islamisti, prima si scrive delle rivoluzioni e poi si passa a chiamarle rivolte e disordini. Il risultato è evidente: il caos globale continua a espandersi.


Colleghi, visto lo scenario globale, è giunto il momento di cominciare ad accordarsi su dei punti fondamentali. È incredibilmente importante nonché necessario, ed è di gran lunga l’opzione migliore piuttosto che ritornare ognuno nel proprio giardinetto privato. Più si affrontano i problemi congiuntamente e più ci troviamo sulla stessa barca. La soluzione più logica va verso la cooperazione fra nazioni e società per trovare delle risposte collettive alle sfide sempre crescenti e per gestire il rischio da un fronte unito. Ovviamente alcuni dei nostri partner, per qualche ragione, si ricordano di questo solo quando favorisce i loro interessi.


L’esperienza pratica ci indica che reagire alle sfide a fronte unito non è sempre la panacea per tutti i mali, dobbiamo renderci conto di questo. Inoltre, in molti casi, tali risposte sono difficili da raggiungere. Non è semplice superare le differenze insite negli interessi nazionali, i diversi approcci a carattere soggettivo, soprattutto quando si tratta di nazioni con tradizioni storiche e culturali differenti. Tuttavia abbiamo assistito a esempi in cui la presenza di obiettivi comuni e l’azione basata sugli stessi criteri hanno permesso di raggiungere successi concreti.


Vorrei ricordarvi la soluzione del problema sulle armi chimiche in Siria e il sostanziale dialogo sul programma nucleare iraniano, nonché il nostro operato riguardo alle questioni nord coreane, che ha portato a risultati positivi. Perché non possiamo sfruttare questa esperienza per risolvere sfide locali e globali in futuro?


Quale potrebbe essere il presupposto legale, politico ed economico per un nuovo ordine mondiale che porterebbe alla stabilità e alla sicurezza, incoraggiando al tempo stesso una concorrenza sana ed evitando la formazione di nuovi monopoli che ostacolerebbero lo sviluppo? È poco probabile che in questo momento si possano fornire soluzioni assolutamente esaustive e già pronte per l’uso. È necessario un lavoro molto ampio, che veda la partecipazione di una largo numero di governi, imprese globali, società civili e piattaforme di esperti come la nostra.


Tuttavia è chiaro che il successo e l’ottenimento di risultati tangibili sono possibili soltanto se i partecipanti di spicco dell’arena internazionale concorderanno sull’armonizzazione degli interessi di base, applicheranno un ragionevole autocontrollo e agiranno da esempio di leadership positiva e responsabile. Dobbiamo identificare chiaramente dove terminano le azioni unilaterali e applicare meccanismi multilaterali per migliorare almeno in parte l’efficacia del diritto internazionale, dobbiamo risolvere il dilemma che investe le azioni della comunità internazionale per garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti umani nonché il principio di sovranità nazionale volto a non interferire negli affari interni di alcuno stato.


Proprio queste collisioni portano con frequenza sempre crescente a interferenze arbitrarie dall’esterno nei complessi processi interni e talvolta sfociano in pericolosi conflitti fra i maggiori attori della scena globale. Il mantenimento della sovranità diviene di importanza fondamentale per conservare e rafforzare la stabilità globale.


Certamente è molto difficile discutere i criteri di utilizzo della forza esterna, poiché è praticamente impossibile separarlo dagli interessi delle specifiche nazioni. Tuttavia ciò è molto più pericoloso quando mancano accordi chiari per tutti e non ci sono condizioni definite per attuare interferenze legittime e necessarie.


Vorrei aggiungere che le relazioni internazionali devono essere basate sul diritto internazionale, il quale si appoggia a principi morali quali la giustizia, l’uguaglianza e la verità. Forse l’elemento più importante è il rispetto per i partner di un Paese e i loro interessi. Questa è una formula ovvia, ma il semplice fatto di applicarla potrebbe cambiare radicalmente la situazione globale.


Sono convinto che quando c’è la volontà sia possibile ripristinare un sistema efficace di istituzioni regionali e internazionali. Non dobbiamo costruire qualcosa di nuovo né partire da zero. Questo non implica che ‘abbiamo carta bianca’ poiché ci sono delle istituzioni costituite dopo la Seconda Guerra Mondiale che hanno un carattere essenzialmente universale e a cui può essere data una una chiave moderna e adeguata per gestire la situazione attuale.


Questo vale per il miglioramento dell’operato dell’ONU, il cui ruolo centrale è insostituibile, così come l’OSCE che per 40 anni ha dimostrato di essere un meccanismo necessario per assicurare la sicurezza e la cooperazione nella regione euro-atlantica. Devo dire che, anche in questo momento in cui si sta cercando di risolvere la crisi nella parte sud-orientale dell’Ucraina, l’OSCE sta svolgendo un ruolo molto positivo.


Alla luce dei fondamentali mutamenti nell’ambiente internazionale, del carattere incontrollabile e dell’aumento delle diverse minacce c’è necessità di un nuovo consenso globale fra forze responsabili. Non si tratta di accordi locali o della divisione in sfere d’influenza nello spirito della diplomazia di stampo tradizionali oppure del dominio globale da parte di qualche soggetto. Penso che abbiamo bisogno di un tipo di interdipendenza. Non dobbiamo averne timore.


Al contrario, questo è un buono strumento per concertare le diverse posizioni che diviene particolarmente rilevante visto il rafforzamento e la crescita di alcune regioni del pianeta, dato che questo processo necessita dell’istituzionalizzazione di tali nuovi poli e della creazione di organizzazioni regionali forti insieme allo sviluppo di regole per l’interazione fra questi.


La cooperazione fra questi centri contribuirebbe sostanzialmente ad aumentare la stabilità della sicurezza, della politica e dell’economia. Per stabilire tale dialogo bisogna procedere dall’assunto che tutti i centri regionali e i progetti di integrazione che vi si sviluppano attorno hanno pari diritti di sviluppo, in modo tale da potere diventare complementari e da non essere obbligati a entrare artificialmente in conflitto o in contrapposizione.


Queste azioni distruttive romperebbero i legami fra stati e gli stati stessi sarebbero soggetti a difficoltà estreme o addirittura alla totale distruzione.


Vorrei ricordarvi i fatti dell’anno scorso. Avevamo detto ai nostri partner americani ed europei che astiose decisioni prese dietro le quinte, per esempio riguardo all’adesione dell’Ucraina all’UE, sarebbero state foriere di gravi rischi per l’economia. Non abbiamo parlato di politica, ma solo di economia dicendo che tali azioni perpetrate senza accordi precedenti toccano gli interessi di molti Paesi, inclusa la Russia visto che siamo il principale partner commerciale dell’Ucraina, e che è necessaria un’ampia discussione di queste problematiche. Apro una parentesi a questo riguardo, ricordando ad esempio i negoziati sull’ingresso della Russia nell’OMC che si sono protratti per 19 anni. È stato un lavoro difficile ed è stato raggiunto un certo consenso.


Perché sto menzionando questi fatti? Perché nell’attuazione del progetto di adesione dell’Ucraina i nostri partner passerebbero dalla ‘porta sul retro’ per farci giungere le loro merci e i loro servizi. Noi non abbiamo espresso la nostra approvazione e nessuno ce l’ha chiesta. Abbiamo discusso tutte le tematiche relative all’adesione dell’Ucraina all’UE, e sono state discussioni costanti, ma vorrei sottolineare che sono avvenute sempre in modo civile, definendo possibili problemi e portando ovvi ragionamenti e motivazioni. Nessuno ha voluto ascoltarci e nessuno ha voluto parlarne.


Ci hanno semplicemente detto che non erano affari nostri, punto, fine della discussione. Invece di un dialogo comprensivo, e sottolineo, civile, il risultato è stato un governo rovesciato. Il Paese è stato gettato nel caos, nel collasso economico e sociale, in una guerra civile con un enorme quantità di vittime.


Perché? Quando chiedo ai miei colleghi le loro ragioni, non hanno risposte da dare, nessuno dice nulla. Questo è quanto. Tutti sono disorientati, dicendo che è semplicemente andata così. Queste azioni non avrebbero dovuto essere incoraggiate, perché non avrebbero funzionato. Dopo tutto (e l’ho già detto) il precedente presidente ucraino Janukovich ha firmato tutto, si è detto d’accordo con tutto. Perché fare ciò? Qual era lo scopo? Si può definire questo un modo civile per risolvere i problemi? Pare che coloro che costantemente organizzano nuove ‘rivoluzioni colorate’ si considerino ‘artisti brillanti’ e semplicemente non sono in grado di smettere.


Sono certo che il lavoro di associazioni integrate e la cooperazione delle strutture regionali debba basarsi su fondamenta chiare e trasparenti. Il processo di formazione dell’Unione Economica Euroasiatica è un buon esempio di trasparenza. Gli stati che hanno preso parte a questo progetto hanno informato in anticipo il loro partner riguardo alle loro intenzioni e hanno specificato i parametri di tale associazione e i principi del suo funzionamento, che corrispondono con le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.


Aggiungo che avremmo anche visto con favore l’inizio di un dialogo concreto fra l’Unione Euroasiatica e l’Unione Europea. Ma anche questo ci è stato negato e il motivo non è chiaro: quali sono i timori al riguardo?


Certamente pensavamo che con un operato congiunto avremmo dovuto impegnarci a costruire un dialogo (ho parlato molte volte di questo e ricevuto segnali di approvazione da molti partner occidentali, per lo meno in Europa) sulla necessità di creare uno spazio comune per la cooperazione economica e umanitaria che coinvolgesse tutti i Paesi, dall’Oceano Atlantico al Pacifico.


Colleghi, la Russia ha compiuto la sua scelta. Le nostre priorità stanno migliorando ancora di più le nostre istituzioni democratiche e di economia di libero mercato, accelerano lo sviluppo nazionale tenendo in considerazione tutte le favorevoli tendenze moderne globali e consolidando una società basata su valori tradizionali e patriottici.


La nostra agenda è orientata all’integrazione, è positiva e pacifica e stiamo lavorando attivamente insieme ai nostri amici dell’Unione Economica Euroasiatica, all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, ai BRICS e agli altri partner. La nostra agenda punta a sviluppare i legami fra i governi, non a creare distanza. Non stiamo cercando di mettere insieme alcun blocco di Paesi né di inserirci in uno scambio di colpi.


Le asserzioni e le dichiarazione secondo cui la Russia sta tentando di costituire una sorta di impero violando la sovranità dei suoi vicini sono senza fondamento. La Russia non ha bisogno di un posto speciale ed esclusivo nel mondo, e desidero evidenziare questo fatto. Nel rispetto degli interessi degli altri, vogliamo semplicemente che i nostri interessi vengano presi in considerazione e che venga rispettata la nostra posizione.


Siamo tutti consapevoli che il mondo è entrato in un periodo di cambiamenti e di trasformazioni globali, nel quale è necessario usare grande cautela ed evitare mosse sconsiderate. Negli anni che hanno seguito la Guerra Fredda, gli attori della politica globale hanno in qualche modo perso queste qualità; ora è il momento di ricordargliele, altrimenti la speranza di uno sviluppo pacifico e stabile sarà soltanto un’illusione pericolosa, e il tumulto odierno sarà solo il preludio al collasso dell’ordine mondiale.


Sì, certamente, ho già detto che costruire un ordine mondiale stabile è un compito difficile. Stiamo parlando di un lavoro lungo e faticoso. Siamo riusciti a definire regole a favore dell’integrazione dopo la Seconda Guerra Mondiale e siamo stati in grado di arrivare a un accordo a Helsinki negli anni settanta. Il nostro dovere comune consiste nel risolvere questa sfida cruciale in questa nuova fase di sviluppo.


Grazie mille per la vostra attenzione.



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