DALL'ARCHIVIO - Il vero Liberatore Ŕ il Ni-ente

ANNO 2008 Maurizio Blondet effedieffe.com

 

Nella prima parte abbiamo visto come il sentiero gnostico  abbia portato Cacciari nei pressi dell'eresia gioachimita: all'Età del Padre è succeduta l'Età del Figlio, che è solo un annuncio della «vera» liberazione.
Si potrebbe pensare che il filosofo veneziano ci inviti ad attendere l'Età dello Spirito.
Ma il vero punto è un altro: Cacciari è convinto di poter rivelare la vera natura di questo Spirito Liberatore da ogni legge: natura sconvolgente, sconosciuta a Cristo, a Paolo, alla Chiesa, e che invece lo gnostico - solo lui, grazie ad una lettura forzosa delle Scritture - ha compreso.


Cacciari deve annunciare il suo Liberatore con cautela, per motivi che diverranno comprensibili. Come un angelo tentatore, ci porta nelle estreme regioni delle Scritture, dove si svela la parousia della Sconosciuto.
Al limitare di questa zona estrema c'è l'angosciosa domanda di Cristo: «Ma il Figlio dell'Uomo, venendo, troverà la fede sulla terra?» (Luca, 18,8).


Per la dottrina cristiana, la domanda riguarda l'apostasia generale e finale: Cristo tornerà in un mondo che non lo attende più, che ha un falso dio, un potere mondano che si pretende sacro, l'Anticristo.
Invece, per Cacciari, la domanda di Gesù lancia un ponte positivo, verso la vera liberazione.
Essa per lui significa: «Saprete, disciolti da ogni ‘religio', accogliere la grazia che vi si dona,
di poter conferire al volto Futuro del tempo [...] il senso della fede?» (pagina 620).
Insomma il Cristo ci avvertirebbe che dobbiamo abbandonare la «religione» intesa in senso «legalista-eticista»; il Suo dubbio, di Cristo, sarebbe sulla nostra capacità di superare la «religio»
e i suoi legami per «conferire il senso della fede» al Futuro messia.


Il fatto è che, proprio perché cattolici della Chiesa apostolica, rischiamo di ritrarci di fronte a questo volto, in cui invece Cacciari figge impavido gli occhi: è il Ni-ente, ultima divinità, ultima verità del divino.
«Il ‘Non' della fede è il Ni-ente [....] Se alla parousia non corrisponde l'Amen della fede, corrisponde il Ni-ente» (pagina 612).
Non dobbiamo rifiutare il Ni-ente, il non-essere.
Anzi, si tratta di superare la fede nel Dio del «solo vivente» (pagina 621).
Questa è la vera liberazione.
Sarebbe dunque una dissoluzione nel Nulla, una sorta di buddhismo quello che ci propone Cacciari?


No, non ancora.


Cacciari ci spiega infatti perché Gesù stesso è angosciato dalla perdita delle fede negli uomini ultimi: perché si angoscia, se la perdita della «religio» è la condizione della liberazione?
Risponde il filosofo gnostico: perché Gesù stesso è tutto contenuto nell'Età del Figlio, non sa andare oltre.
Egli è venuto ad annunciare la Vita, non la non-vita liberatrice.
«Il Figlio non sa quale sarà il volto dell'eschaton», ci assicura (pagina 620).
«Lo sa il Padre? La domanda è oziosa perché, comunque, ciò che il Padre sa dell'eschaton non può essere rivelato nemmeno alla Rivelazione per antonomasia al Figlio» (pagina 620).
La Prima Persona non  condivide tutto con la Seconda.


E perché il Padre tiene questo segreto nascosto al Figlio?
Risponde Cacciari a nome del Padre Eterno: l'escgìhationm la ultima e definitiva verità «non può essere manifestato, poiché contiene in sé la possibilità che radicalmente contrasta col senso della Rivelazione - o meglio, col suo polo opposto» (ivi).
Cominciamo a capire, noi cristiani da superare, uomini carnali e non «perfetti» gnostici, che sanno i segreti indicibili?
Il Salvatore che Cacciari ci annuncia sta al «polo opposto» di Cristo.


E se ancora non volete capire, Massimo vi porta nelle zone ancor più estreme dei testi apocalittici (ossia rivelatori): alla II Tessalonicesi dove Paolo annuncia la parousia dell'Iniquo.
Paolo si scaglia contro coloro che vanno «calcolando» l'avvento del «giorno del Signore»...
«Si tratta di ben altro - spiega Cacciari - che del semplice bisogno di fronteggiare le impazienze apocalittiche delle prime comunità. Si tratta di salvare l'incalcolabilità dell'eschaton e dunque della Vita intradivina, della sua riduzione a forme secolarizzate di messianismo».
Quanto al Figlio di Perdizione profetizzato da Paolo, con l'apostasia che lo prepara, non è così brutto come appare.
Arriva l'«uomo dell'anomia» (non più ‘nomoi', ossia norme e regole), «viene lo spirito di separazione dalla Legge... Il suo contrapporsi e separare, il suo dia-ballein viene infatti secundum operationem Satanae»; che però non è affatto un male.
Il dia-bolon, il Separatore, non annuncerà che «dio è morto», ma «dichiara se stesso come Dio» (ivi).

Facciamola breve, perché a Cacciari bruciano ormai le labbra dalla voglia di rivelare questo messia futuro: «Il filium perditionis si manifesta come colui che ‘libera' Dio da ogni nascondimento, che ne ‘colma' l'abissalità, che ne dis-vela l'essenza.
Questa figura, che d'ora in poi Cacciari chiama significativamente l'Anomos, «seduce con un discorso che appare non soltanto estremamente prossimo al vero Annuncio, ma addirittura la sua piena esplicazione. Egli predica infatti la libertà dalla Legge come libertà assoluta» (ivi).
In breve è l'Anomos, il Filius Perditionis, che dobbiamo accettare.


Colui che ci rivelerà l'essenza divina come «pleroma dell'abbandono» (pagina 644), come il Niente abissale.
Non più leggi, non più regole: queste sono per i servi (di Cristo), non per coloro che l'Anomos trasformerà finalmente in figli, non più tenuti ad alcun obbligo.
Finalmente davvero liberi: «Sarete come dèi», proponeva già l'antico serpente.
Lo suggerisce, secondo Cacciari, perfino il nome di Filus Perditionis: perchè Cacciari traduce «perditio» col greco «apoléia», da apollumi, che significa: slegare, sciogliere.
Tutto si potrà fare senza più limiti.


No all'omosessualità, no all'aborto, no ai preservativi?
Sono ridicole queste battaglie di retroguardia della Chiesa «moralista», condannata dal nuovo Messia a scomparire.
Anzi, sono battaglie peccaminose.


Perché?
Perché «ritardano» l'avvento del Liberatore.
La Chiesa fa ostacolo, è «ciò che trattiene» l'Anticristo, il katechon cui misteriosamente allude Paolo.
«Il katechon non è altro che il tempo dell'indugio», dice Cacciari.
Più avanti, obliquamente, dice: è la Chiesa gerarchica e normatrice, che ci lascia «servi» quando potremmo essere «figli».
«Nella Chiesa di Cristo si riconosce pienamente la necessità di differire [l'avvento dell'Anomos] e che tale processo è politicamente-gerarchicamente formato».
Il guaio è che con ciò, la Chiesa ritarda anche «il giorno del Signore», quello vero, che ci porterà la salvezza che Cristo non ci ha dato.


Non più gerarchie, allora.
Non più comandamenti e divieti.
Non più «politica», ossia fede pubblica che si travasa negli ordinamenti della società.
Non più dottrina sociale della Chiesa.
Sarà superata ogni «forma», ogni limite e struttura: codici penali e civili, dottrina sociale, distinzione tra bene da fare  e male da punire.
Si può obiettare con orrore che l'assenza di «forma», il superamento di ogni «limite», conduce a ciò che già vediamo: il trionfo dell'ingiustizia, la mercede rubata agli operai, i campi della morte.
La liberazione del Liberatore è che nel suo regno senza forma si potranno «tagliare le gole alle fanciulle» e andare a letto con le proprie figlie, come sperano i kabbalisti, («Lassù non c'è più legge d'incesto»), e tutti quei falsi messia ebraici, da Sabbatai Zevi a Jacob Frank, che predicavano la salvezza attraverso il peccato, la rottura di ogni limite (1).


Tutto ciò pare brutto?
Non vi va che i bambini vengano uccisi e le bambine violentate, e interi popoli sterminati?
Ma questo perché siete ancora «legati» alla «religio» di Cristo.
E non capite che tutto questo serve ad avvicinare la dissoluzione ultima.


Nella strage universale, è il vero Dio che si manifesta come Ni-ente.
L'estinzione dell'umanità.
La secolarizzazione, ciò che il Papa chiama «relativismo» (e andrebbe detto «nichilismo»), avanzata ormai alle estreme conseguenze, porta proprio a questo: all'avvelenamento delle fonti della vita, alla dissoluzione di tutti i valori (le «forme») alla distruzione della natura, verso il suicidio collettivo  nel segno del «tutto è permesso» e «siamo finalmente liberi», «siamo come dèi».
La cosa è tanto evidente - tanto evidenti gli esiti dell'edonismo che si rovescia nel suo contrario, una sinistra danza della morte - che c'è da chiedersi cosa intenda Enzo Bianchi  quando si lagna che i «valori non negoziabili» di cui parla il Papa provocano «sofferenza e disagio nei rapporti tra i cristiani e la società civile».


La «società civile» che gli sta a cuore - e in cui i cristiani devono farsi piccoli, senza identità, aperti al «dialogo» - è appunto questa, che al Liberatore ci conduce: quella di cui parla Zagrebelski a nome di «chi non possiede la verità e crede nel dialogo e nella libertà».
Sui limiti del dialogo e libertà come la intendono loro, basta leggere Barbara Spinelli, che in un lunghissimo articolo si scaglia contro «la signora Binetti» colpevole di aver ostacolato, col suo voto, la leggina che, nascosta nel decretone sicurezza, condannava «l'omofobia» e apriva la strada al matrimonio gay.


Furiosa, l'amante di Padoa Schioppa e figlia del gran massone Altiero Spinelli, dice che quella della Binetti «non è fede, ma malafede».
«La signora Binetti dice che una mano è scesa in Parlamento, grazie alle sue preghiere, conducendolo alla giusta decisione. Se è così, il Parlamento non è il suo posto».

Dunque la Binetti, in quanto cristiana, deve essere esclusa dal Parlamento.
Dove sono ammessi solo i «laici scettici sulle grandi verità, che credono però senza deflettere a principi di fondo».
E come esempio la Spinelli porta «Eugenio Scalfari», il miliardario fondatore di Repubblica: «Scrive certo da laico,  forse da ateo. Ma il suo pensiero e le sue convinzioni hanno un'intensità tenace che tanti credenti neppure conoscono».
Eh sì.
Questa «intensità tenace» è appunto la convinzione che i cristiani non debbono mai dire la loro,
se no il «dialogo» va a pallino.


E dunque bisogna limitare la loro libertà, negare loro la libertà di coscienza, perché «la libertà» laica possa trionfare.
Naturalmente, la Spinelli rovescia l'accusa alla Binetti.
Il suo «non è un atto di fede ma un atto di forza, che esclude chi non appartiene alla sua Chiesa e alle sue persuasioni»: è lei l'intollerante, da escludere dalla vita pubblica.
Dite un po' voi se questa non è menzogna.
Se la vita del Parlamento «laico» non è tutta «un atto di forza»: dove non sono più le maggioranze a spuntarla, ma le minoranze più arroganti e faziose.
Per la Spinelli, la Binetti non ha diritto a votare secondo la sua coscienza, deve votare come il suo schieramento: è questa la «libertà» laicista.
Non c'è da stupirsi, visto il Liberatore di cui Cacciari è l'annunciatore, il Battista: oltre che Omicida fin dall'inizio, è anche detto il Padre della menzogna.
Ma fosse solo la Spinelli.


Si sa che molti cattolici sono attratti da questa nuova «carità», di lasciare che gli omosessuali si sposino, i drogati si droghino, gli zingari rubino, perché non ci dev'essere alcun divieto nel cristianesimo bensì solo «la legge dell'Amore».
Lo spirito del tempo - istigato dalle potenze dell'aria - seduce anche loro.
Sono più «buoni» di Cristo.
Non sono consapevoli di ciò che questa seduzione comporta: che, come Cacciari, inclinano a credere che Cristo non ci ha liberato, che non siamo ancora «figli» ma servi, perché soggetti alle leggi e ai comandamenti, e alle «forme» che pongono «limiti».
Tanto peggio poi se non sono «miracolisti», se spregiano il popolino che crede a padre Pio e lo invoca, in nome di una fede tutta «razionale».
Perché il miracolo non è un elemento spurio della fede, ma è centrale: perché ci si riconosce deboli, malati, creature dipendenti (umiltà) si chiede a Dio guarigione; perché si crede all'Onnipotente che ci ama, si chiede a Lui l'impossibile, il miracolo.
Un Dio da cui non ci si aspetta il miracolo è un Dio che non si prega.
E Cristo fece miracoli e raccomandò di pregare con insistenza.
San Paolo addirittura senza interruzione.
Questi cattolici sono forse salvati dalla loro incapacità filosofica.
«Non sanno quello che fanno», aderendo alle aperture e al dialogo alla Spinelli e alla Enzo Bianchi.

Perché qui, Cacciari pone la domanda fondamentale: Gesù ci ha lasciati «servi», visto che ancora ci ha assoggettato alla «legge»?
Non è più l'antica Legge ebraica, ma c'è una legge di cui non cambierà uno iota, e sono i comandamenti.
Chi aderisce ad una legge, anziché alla propria libertà «adulta» - che è la legge che si fa lui - è effettivamente uno che rimette ad altro il suo essere, che si appoggia ad un Altro.
Rinuncia alla libertà.
E anche colui che dicesse: obbedisco alla legge interiore, non sarebbe più libero.
Perché non è che una legge, per essere interiore, cessi di essere legge e si trasformi in libertà.
Anzi, esprime una necessità più profonda.


Dunque non siamo figli, non ancora.
Ma Cristo ha dato la risposta: lui, il Figlio, per primo s'è sottoposto alla legge.
La legge degli uomini - ha accettato la pena capitale inflitta da Roma, mica ha intrapreso una campagna per la moratoria della pena di morte.
Ha accettato, ancor più, la volontà del Padre.
Con lacrime di sangue, con la preghiera nell'orto, angosciosa: «Padre, se possibile, togli da me questo calice» - dunque non era la sua legge personale, quella che si faceva Lui - ma l'accettò.
Il Padre stesso, che può guarire un lebbroso e far risorgere un morto su preghiera, al Figlio ha imposto la «legge», la croce.
Dunque nessuno è libero, nemmeno la Trinità?


Dunque davvero dobbiamo aspettare il Liberatore senza legge (Anomos) come il vero Paraclito, come suggerisce Cacciari e suggeriscono, lo sappiano o no, i «relativisti laici»?

Io credo di poter dire di no, e non per sapienza gnostica, ma vedendo quel che Cristo ha fatto. Libero, ha scelto di servire.
Uguale al Padre, se ne dichiara infinitamente Figlio, a Lui obbediente.
La Sua libertà la usa non per folleggiare, ma per sottomettersi.
E' questa la libertà che ci ha dato Gesù.


L'Amore vero è questo: «Non c'è amore più grande di chi dà la sua vita per gli amici».
La vera libertà l'abbiamo vista in padre Pio, in madre Teresa, in padre Kolbe che polemizzò tutta la vita contro l'ebraismo, e poi prese il posto di un ebreo nel supplizio.
Questi santi, miracolistici o no, sono nati in una Chiesa che pare incerta, un'ombra sterile.
E continuano a nascerne: sofferenti che offrono i loro dolori nel letto d'ospedale, sconosciuti che si sacrificano.
Per questo Gesù vince, e colui che si presenterà come il Liberatore non è da accogliere.
Gesù sta vincendo oggi, in questi nostri giorni, e nonostante l'apostasia generale.
In che modo?


Io credo, grazie agli eroi santi.
A coloro che non si sono accontentati dei «comandamenti», ma hanno seguito i «consigli» evangelici: «Se vuoi essere perfetto, vendi tutto quello che hai e sèguimi», fin sulla croce.
Hanno «violato» la Legge, superandola in Amore gratuito.
Hanno fatto più di quello che era obbligatorio: ecco la libertà cristiana.
Con questi, io ne sono convinto, Gesù ha fatto una grande scorta di grazia.
Se il mondo è durato duemila anni dopo la Sua liberazione, è perché ha voluto «collaboratori» generosi.
Gente che ha nutrito con il Suo pane, la sua carne, e che ora partecipa alla salvazione perché come Lui ha versato il suo sangue.
Non m'importa se il «terzo segreto di Fatima» sia quello che è stato  reso pubblico nel 2000, o se esista un altro testo che ci è stato tenuto nascosto per apostasia.
So che in quello che ci è stato notificato c'è una profonda verità teologica, rivelata a tre bambini:
«Sotto i bracci della croce c'erano due angeli, ognuno con un annaffiatoio di cristallo in mano, nei quali raccoglievano il sangue dei martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio».
Mi basta questo: quegli annaffiatoi di cristallo.


La riserva del sangue di martiri è tanto colma, da bastare per chiunque - peccatore, indegno - si «avvicina a Dio» e salvarlo.
Per questo tutte le sofferenze e i dolori, le atrocità dei due millenni di troppo: perché anche noi possiamo sperare, anche noi i cui meriti sono dubbi, anche noi che, al massimo, abbiamo (non sempre) obbedito ai «comandamenti» ma non ai consigli.
A noi mancanti nell'amore del prossimo e di Dio.
Nel momento finale, della nostra morte, la cosa che ci si chiede è: non dubitare della Misericordia. C'è Sangue anche per te.

Fateci caso.


Dalle apparizioni di Fatima, chi dice il Rosario aggiunge alle preghiere una frase: «Porta in cielo tutte le anime, soccorrendo specialmente le più bisognose della Tua misericordia».
Santa Faustina Kovalska ha inventato la sua preghiera «in espiazione dei peccati nostri e del mondo intero».
Il mondo intero!
Non è una folle ambizione?
Anche Stalin, la Spinelli e Scalfari?
Anche i pedofili e i sacerdoti indegni, gli assassini e i malvagi?
Sì, se solo si «avvicinano a Dio», invocando la sua Misericordia.
Evidentemente, c'è sangue abbastanza per tutti, se tutti vogliono.


La misura è colma, e per questo, mentre il «mondo intero» corre alla sua dissoluzione, e la Chiesa si sbanda, Cristo vince.
Sotto i nostri occhi, e a nostra insaputa.
Egli non ha fallito.
La sua redenzione non è incompiuta.
Non c'è alcun altro da attendere, eccetto Lui.

Perciò, anche se credo che la Chiesa magari cambierà «forma», essa non sarà azzerata per essere sostituita dal «puro amore» del Liberatore luciferino.
Essa resterà apostolica, ossia fondata sulla testimonianza di coloro - gente semplice e credibile - che videro Gesù risorto.
Per quanti dubbi o anche scandali possano venire, nonostante l'apostasia generale, non ci si allarmi. La Chiesa non è tutta quella che vediamo nei vescovi e nei cardinali, o nei fedeli di poca fede (come me).
E' anche la Chiesa trionfante, che ha già vinto la morte.
«Io ho vinto la morte», ci ha detto.
E anche tanti di noi, migliori di noi, l'hanno vinta ed ora ci aiutano mentre il mondo edonista va verso il mortifero Anomos, il Ni-ente cacciariano.
Egli «non è il Dio dei morti, ma dei viventi».
E i viventi sono tutti lì.

La Vergine e Giuseppe, San Pietro e Giovanni, Padre Pio e tanti altri che non si possono contare.
La misura è colma, il tempo è maturo.



1) Naturalmente, questa tendenza è ancora più antica. L'antichità conosceva Apollo come dio del limite (il limite come bellezza armoniosa, come oggettività) e Dioniso, che rompe ogni limite nell'ubriachezza e nella crapula, intesi come mezzi contro-ascetici.
«Dioniso si rivela nei momenti di crisi e di crollo delle leggi, nei momenti di colpa: è allora che, squarciato il velo apollineo, l'uomo gioca la partita della sua eterna perdizione o del suo farsi [...] non Dio, ma il Signore, il Superatore di Dio» (Julius Evola, «Ignis», novembre-dicembre 1925).
Per il giovane Evola, Dioniso è identificato a Shiva. I cui adepti tantrici, con pratiche aberranti, diventano «svecchhacchara», «colui che può fare ciò che vuole», che ha adottato come legge la propria libertà: «Fuori di sé non ha nulla, né buono né vero, né giusto né razionale, da cui trarre norma... .ma buono, vero, ecc. si identificano con ciò che egli vuole, solo perché lo vuole». L'importante «è rendersi sempre più immorali, capaci di fare qualunque cosa, senza rimorso». Ovvia la suggestione di  Nietszche, «Al di là del bene e del male». «Il delitto diviene l'atto libero per eccellenza».


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