Io non metto becco

25/10/2014 Camillo Langone Il Foglio

Ecco il perché. Papa e Vangelo stanno troppo in alto. Socci crede troppo nella sua coscienza


Perché non parlo? Perché non metto becco? Mi hanno proposto di scrivere “Il Papa diurno”, un libro sulla mia idea del papato come argomento valido solo di giorno mentre di notte, quando le questioni si fanno più stringenti, la superfetazione vaticana si dissolve e ci si rivolge direttamente a Dio, ma ho risposto come Bartleby lo scrivano, preferirei di no.


Mi ero riproposto di scrivere “La cura del Vangelo”, un libro che spiegasse come il Nuovo testamento (con apporti anche dell’Antico) potrebbe migliorare le nostre vite proprio dal punto di vista pratico, se soltanto si smettesse di considerarlo come laici e preti hanno voluto considerarlo ossia letteratura, ma poi ho cambiato idea, resterà nella lunga, un po’ nostalgica, gozzaniana lista dei libri che non scrissi. Il perché mi sembra ovvio: “Di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” dice Gesù in Matteo 12, “in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato”. Antonio Socci evidentemente il giudizio divino non teme, lui crede nella coscienza, in particolare nella sua che lo avrebbe autorizzato anzi spinto a scrivere “Non è Francesco”, libro di grande fascino, a cominciare dal titolo e dalla copertina, e quando dico fascino ho ben presente l’etimologia della parola, l’origine dal latino “fascinum”, maleficio. Avessi scritto un libro del genere io non dormirei la notte. Già soltanto l’idea di leggerlo mi induce agitazione


. Ce l’ho qui davanti, lo guardo, lo giro, scorro l’indice, lo ripongo, lo riapro a caso, lo richiudo. Questa manfrina va avanti da giorni, è un libro che mi fa paura ed è giusto che sia così, non ho ancora capito se posso permettermi di leggerlo visto che al termine della corsa vorrei dire come san Paolo a Timoteo: “Ho conservato la fede”.


ARTICOLI CORRELATI La scandalosa mezza messa all’Indice del libro di Socci sul Papa Socci sul Papa? Ciarpame senza pudore Per conservare la fede adotto vari metodi: andare il meno possibile a Roma, non interessarsi ai pettegolezzi d’oltretevere, non seguire né giornali né siti cattolici di qualsivoglia tendenza. Qualche volta leggo Alessandro Gnocchi e non mi giova. Qualche volta leggo Alberto Melloni e mi nuoce. Mi viene in mente Dino Risi che a un Nanni Moretti troppo presente in scena disse “Spostati e fammi vedere il film”.


A vaticanisti, papologi e teologi vorrei tanto dire “Spostatevi e fatemi vedere Cristo”. Ma nemmeno questa affermazione mi permetto perché odio le polemiche e in particolare le polemiche religiose. Mi fa disperare l’ignoranza del Vangelo da parte di questi cuculi della chiesa cattolica, gente che senza Vangelo tornerebbe a consultare fegati di montone. Possibile che nessuno di loro conosca Giovanni 17? La preghiera di Gesù “perché tutti siano una cosa sola”? E’ puro buon senso: lo spettacolo delle divisioni fra cattolici è semplicemente osceno, e fa scappare a gambe levate. L’ultimo sinodo, con la verità messa ai voti, è stato qualcosa di terrificante. E fra dodici mesi ce ne verrà addosso un altro: anziché un fatto religioso sembra una rivincita pugilistica, un uno-due al mento della fede dei semplici.


Allora io non voglio aggiungere confusione alla confusione, non mi farò strumento dell’entropia. Ego non. Lungi da me l’incontinenza del loquace, prego di riuscire a resistere alla sirena di Twitter, non vorrei ridurmi come quel poveraccio di Maurizio Gasparri a cui un demone impone di digitare senza requie e quindi senza verificare costantemente il collegamento mano-cervello. Non voglio fare la sua fine, non voglio passare il mio tempo a insultare il prossimo.


Certo, io non sono Gasparri bensì un uomo elegante, non direi mai a una ragazza che è grassa, me la prenderei piuttosto con qualche prelato ipo- o nulla-credente, con qualche Bruno Forte, ma temo che nemmeno questo sia bene, che anche su questo potrei venir giudicato. E se Kasper, Marx e Schönborn fossero necessari a un compimento così come duemila anni fa fu necessario Giuda? Voglio pertanto ragionare di più e scrivere di meno e più lentamente, resistere al twit facile come pure al libro di attualità.


Non voglio scrivere un libello né contro né pro codesto pontificato perché al contrario di Socci non credo nella coscienza in generale e nella mia in particolare: come posso farmi autorizzare da qualcosa che non so cosa sia, dove sia, in che cosa consista e se ci sia? Sorrido al pensiero di un Socci, proprio lui, che anni fa mi accusò di essere protestante. Non ricordo la ragione dell’accusa ma ricordo l’accusa: protestante.


Sono tanto poco protestante che non solo ho deciso di non scrivere di papi ma ho pure deciso di non scrivere di Vangelo, per non cadere nemmeno involontariamente nel libero esame. Padre Maurizio Botta, credo uno dei migliori sacerdoti che esistano oggi in Italia, gran predicatore anche anti omosessualista alla Chiesa Nuova, mi ha detto di aver concelebrato insieme a Benedetto XVI settimana scorsa, di averlo trovato molto sereno e di essersi così convinto che la successione petrina sia inoppugnabile


. Tanto mi basta, conclude padre Botta. Tanto basta anche a me.


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