Ecco la Mecca in mano ai wahabiti. Per fortuna il Vaticano è diverso...

Maurizio Blondet 25/10/2014 effedieffe.com free

La Mecca? «Un amalgama fra Disneyland e Las Vegas»: così l’hanno ridotta i ‘custodi’ dei Luoghi Santi islamici, i ricchissimi lussuriosi ed ipocriti monarchi sauditi.


E il santo, tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, l’hanno trasformato in un «giro di shopping» tra «centri commerciali di lusso» e gli «scintillanti hotel». Lo denuncia sul New York Times il professor Ziauddin Sardar, professore di origine pakistana che vive a Londra, grande intellettuale musulmano, direttore del quadrimestrale dal titolo significativo, «Critical Muslim».



Mentre milioni di fedeli stanno compiendo il pellegrinaggio, il professore spiega loro che ancor pochi decenni fa avrebbero trovato una città antica, con moschee del tempo del Profeta, case ottomane con le loro eleganti mashrabias, persiane a grata alle finestrelle e porte di legno scolpito, e la Sacra Moschea che «supera in bellezza il Taj Mahal», come apparve a Malcolm X quando la vide nel 1964. Oggi invece l’architettura dominante non è la moschea sacra dove è contenuta la Ka’ba, ma «il detestabile Makkah Royal Clock Tower Hotel», una torre di oltre 600 metri, uno degli edifici più alti del mondo, parte di un «mastodontico sviluppo di grattacieli» che sono essenzialmente «centri per lo shopping di lusso» e sgargianti «hotel per super-ricchi» fra «svincoli autostradali» e «strade a quattro corsie». Ovviamente, la notte, tutte luci al neon lampeggianti, colorate, come a Las Vegas: quelle della Torre sono al neon verde. Persino l’antico orizzonte che i pellegrini incontravano, le aspre colline desertiche sempre uguali dal tempo del Profeta, sono state spianate.

I re sauditi hanno voluto questa città “senza memoria”:


L’obbrobriosa Torre dell’Orologio. E’ alta 601 metri.


Un nuovissimo shopping centre alla Mekka


Moda porcella per il relax post-religioso...


Il mostruoso Hilton della Meccca (qui in costruzione) incombe blasfemo sulla Ka’aba.


La veduta dalla finestra della suite «presidenziale» del Makkah Hilton: «210 metri quadri di lusso, due stanze da letto, Jacuzzi, wi-fi, e godetevi la stupefacente vista della Al-Masjid Al-Haram, la più grossa moschea del mondo, dalla splendida finestre» (così la pubblicità).

La monarchia saudita ha voluto deliberatamente trasformare la Mecca in una «moderna» città strappandole la sua storia, «accerchiandola con la brutalità di strutture rettangolari di acciaio e cemento», scrive il professore: «Innumerevoli edifici antichi, fra cui la moschea Bilal che risale al Profeta», sono stati spianati al bulldozer. Per costruite la Clock Tower, hanno distrutto 400 siti di significato storico e culturale. I bulldozer sono arrivati nel cuore della notte sloggiando famiglie che ci vivevano da secoli. L’Hilton della Mecca è stato elevato dove esisteva la casa di Abu Bakr, l’amico più intimo del Profeta e primo califfo».

«Le colonne interne alla Moschea, scolpite finemente e coi nomi calligrafati dei compagni del Profeta, costruite dai sultani ottomani, risalgono al 16° secolo. Ci sono piani di demolirle con tutto l’interno della Sacra Moschea, e rimpiazzarlo con un edificio ultramoderno a forma di ciambella».

«Il solo altro edificio religioso rimasto è la casa dove visse Maometto. Sotto i sauditi è stato dapprima un mercato del bestiame, poi trasformato in una biblioteca non aperta al pubblico. Ma anche così è troppo per i clerici sauditi che chiedono con insistenza la sua demolizione. I chierici temono che i pellegrini, una volta entrati, si mettano a pregare il Profeta invece di Dio – peccato imperdonabile».

Questa trasformazione urbanistica, quest’odioso aggiornamento della città è ovviamente in linea con il fanatismo wahabita. Senza essere mai stata un grande centro intellettuale come Damasco e Baghdad, la Mecca, dice il professore, «è stata però sempre una città plurale, dove non erano insoliti i dibattiti fra differenti scuole di pensiero musulmane. Adesso è ridotta ad una entità religiosamente monolitica, dove è permessa solo una interpretazione dell’Islam, a-storica e letteralista. Dove tutte le altre forme, al difuori della versione salafista dell’Islam saudita, sono tenute per false. E spesso i fanatici minacciano i pellegrini di gruppi differenti. L’anno scorso un gruppo di pellegrini sciiti proveniente dal Michigan è stato aggredito da estremisti coi coltelli».

L’appropriazione esclusivista saudita, conclude Sardar, ha svuotato il pellegrinaggio di spiritualità, l’ha reso vuoto. «La parola ‘hajj’ significa ‘sforzo’. Con lo sforzo di viaggiare fino alla Mecca, di camminare da un sito rituale all’altro, di trovare ed impegnarsi con genti di culture e sette diverse, intridendosi nella storia dell’islam, i pellegrini acquistavano conoscenza e compimento spirituale. Oggi, lo hajj è un viaggio organizzato comprato in agenzia dove ti muovi intruppato nel tuo gruppo da albergo ad albergo, e non incontri gente di altra cultura o etnia. Prosciugato di storia e di pluralità religiosa e culturale, lo hajj non è più l’esperienza spirituale unica di una vita. È un banale esercizio di riti e di shopping».

Se vi ho tradotto quasi integralmente questa accorata denuncia, è perché mi sono sentito sorprendentemente (e sconsolatamente) vicino a questo signore musulmano, e ai musulmani dei tempi ultimi che hanno la disgrazia di essere in mano ai wahabiti. È colpa mia, ma sento sottili analogie, se penso che Mecca e Medina sono in qualche modo il Vaticano islamico, e il gruppo che li domina oggi si fregia del titolo di «custode» dei Luoghi Santi, e ha il potere di dare il suo carattere alla fede, usando un’autorità che non gli compete specie sugli ignoranti e sugli umili.

Vedo anch’io le enormi differenze fra i salafiti e noi, vedo benissimo che siamo agli antipodi in un certo senso: la loro dottrina è ossificata e feroce, la nostra liquida, inclusiva, molto comprensiva. Ma da dopo il Concilio, anch’io vivo in una Chiesa immensamente rinnovata, adeguata all’uomo moderno; metaforicamente mi hanno messo in un’urbanistica in vetro-cemento scintillante, spaziosi svincoli autostradali invece delle strettoie disciplinari e dei vicoli ciechi dogmatici; grandi finestre luminose hanno sostituito le penombre delle vetrate, le colonne che facevano tanto antiquato sono state rimpiazzate con squadrati pilastri razionali – e non mi ci trovo a mio agio. Tutto è stato rammodernato per venire incontro all’uomo moderno che «a certe cose non può più credere», eppure l’uomo moderno ne sfugge, ed io ci sto a disagio, come non fosse più la mia Chiesa.

Adesso, poi, in Vaticano s’è insediata la nota Junta sudamericana, che ha accelerato la modernizzazione a marce forzate. Lo stesso papa Francesco sembra sentire tutta la dottrina cattolica come un vecchiume che allontana l’uomo d’oggi, un fardello troppo gravoso e casuidico da sostituire con una pastorale semplice, aperta, caritatevole; tutto l’artistico mobilio antiquario sia rimpiazzato da quello semplice e pratico dell’ospedale da campo, anonimo e standard.

I wahabi hanno annullato la tradizione culturale delle grandi scuole coraniche di Damasco e di Al-Azhar al Cairo, imponendo un Islam secco, semplificato e standard. È indicativo che in nome della loro forma ultra-pura di Islam, essi perseguitano tutti gli altri islamici: sciiti e sufi, sunniti tradizionali, semplici cultori della fede di sempre. Le decapitazioni odierne del Califfo dello Stato Islamico non sono che una replica: nel 1801, «i seguaci di Ibn Wahab assalirono la città santa sciita di Karbala, facendo sgozzare cinquemila nemici. Nel 1802 conquistarono Taif massacrandone la popolazione. (Lo storico arabo Said K. Aburish) afferma che il cugino di Ibn Saud, Abdullah Bin Mussalem Bin Jalawi, fece decapitare 250 membri della tribù dei Mutair, tagliando la testa personalmente a 18 ribelli nella piazza centrale di Artawaya».

La feroce energia wahabita si esaurisce nella persecuzione sanguinosa contro la fede islamica, il suo svuotamento di anima e spiritualità. Né nell’800 né oggi i wahabiti, salafiti, sauditi e oggi il «califfo» hanno mai alzato un dito contro Israele che occupa Haram el Sharif, né proclamato la guerra santa per la liberazione di Al Quds; mai i Saud né Al Qaeda hanno espresso ostilità all’America infedele e miscredente, con cui anzi sono culo e camicia (come, se oso arrischiare il confronto, papa Francesco con Eugenio Scalfari); i suoi terroristi suicidi si fanno esplodere esclusivamente in moschee e mercati musulmani, in Iraq come in Yemen, ammazzando d’un colpo 100 compagni di fede.

Nel nuovo Vaticano, il papa e i suoi accoliti e seguaci amano svisceratamente miscredenti, abbracciano protestanti, si scompisciano a venire incontro alle coppie divorziate, non si sentono in grado di «giudicare» i finocchi impenitenti; prediligono gli Enzi Bianchi e Donciotti, esprimono la massima simpatia e cordialità ai khazari, fanno offerte di 100 mila euro per il luogo di culto della loro falsa religione della shoah, fanno amicizia con pastori post-luterani che si lasciano invasare dallo «spirito»; insomma, la loro pastorale accoglienza verso i lontani è senza limiti. È verso i vicini che usano il bastone e la ghigliottina.

Sembra che abbiano un solo nemico: i credenti di prima, i cattolici fedeli. Rassicurano il ricco epulone e fariseo Eugenio Scalfari che gli basta seguire la sua coscienza (di ateo); ma tolgono la libertà di coscienza ai settecento Francescani dell’Immacolata. A loro, commissariamento, reclusione del fondatore, prigionia reale per i membri: sei che hanno cercato scampo dalla galera facendosi incardinare da vescovi di altre diocesi, sono stati sospesi a divinis. Chi cerca di mantenersi nella dottrina, viene accusato di farisaismo; il papa li ha variamente bollati, nelle sue omelie, come «untuosi», «tristi», «spaventati dalla gioia», «cristiani pipistrelli», e via insultando.

Fatte le debite proporzioni, è come i wahabiti: per papa Francesco e la sua junta esiste un solo modo «giusto» di praticare la fede – andare nelle periferie esistenziali, allestendo ospedali da campo, ossia comunicare gli adulteri – e tutti gli altri modi – dogmatici e dottrinali, tradizionali, contemplativi, mistici, di preghiera – sono sbagliati, falsi, vanno cancellati perché corrotti.

La commissaria mandata a stroncare le Francescane dell’Immacolata ha detto loro: qui «c’è troppo invisibile, troppo arcano», dovete liberarvene.... Viene così cancellata la santa libertà dei figli di Dio, la bella varietà delle vocazioni e la diversità dei carismi. In una parola, si soffoca lo Spirito Santo, gli si mette la museruola, quando non le manette.

Il risultato si avvicina a quello che il professor Sardar denuncia per l’esperienza del pellegrinaggio nella Mecca-Disneyland: anche il cattolico si trova «prosciugato della sua storia e della sua pluralità culturale e religiosa». Costretto ad entrare nelle «moderne» chiese post-conciliari, nella Messa non trova più un’«esperienza spirituale trasformante», ma un «rituale» banale senza mistero, da sbrigare alla svelta, fra uno shopping e l’altro. Non c’è da stupire che crolli la frequenza ai sacramenti, che spariscono le vocazioni e i matrimoni. Ed andiamo verso i tempi ultimi con una Chiesa diventata liquida per l’Anticristo e i suoi sedotti, e durissima per i preganti e i credenti.

Esagero? Sono il primo a riconoscerlo. Voi direte che in Vaticano non rotolano le teste come sulle piazze di Riad o nel Califfato di Mossul. Ma metaforicamente almeno, le teste rotolano eccome: epurazioni di cardinali, cacciate di alti prelati sgraditi, esautoramenti arbitrari ed arbitrarie promozioni, simpatie ed antipatie, dietro il Portone di Bronzo regna il terrore.

Per l’Islam, è triste. Soprattutto quando si sa che i Saud, la Mecca e Medina l’hanno occupata illegittimamente, strappandola con la violenza alla dinastia Hashemita, che era la «custode» legittima da secoli. Tanto peggio se poi c’è il sospetto che a dettare le regole dell’Islam e a riformarlo esagerandone parodisticamente l’ aspetto odioso, fanatico e letteralistico è una stirpe e una genia non solo di usurpatori, ma di dunmeh — di cripto-giudei impegnati a diffamare l’Islam fingendo di purificarlo.

Ma qui il paragone non regge più, mi affretto a dire: papa Francesco è il vero, legittimo pontefice. Ogni dubbio sulla regolarità della sua elezione, e della successione apostolica, è «ciarpame senza pudore», come ha giustamente bollato l’ebreo neocon Giuliano Ferrara l’ipotesi del credente Antonio Socci. Ben detto.



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